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Vazia: arti e mestieri degli anni ’30-’40
Inviato da : admin Mercoledì, 03 Maggio 2006 - 17:58
Vazia: arti e mestieri degli anni ’30-’40
di Walter Festuccia
Le origini dell’antica città di Vazia sono avvolte dal mistero dei secoli e strettamente legate alla civiltà dei Sabini che risale ai tempi della preistoria, quando Roma non era ancora nata.
Dai frammenti ritrovati si può stabilire che Vazia era adagiata tra Vaiano e Villa Troiana.
Il sindaco di Lugnano, Matteocci Carlo, nel 1865 così scriveva: «Vaiano è l’unico sobborgo sopravvissuto all’antica città di cui è stato tramandato il nome: Vajano-Vaziano.


Sotto la casa di Armando Rufini ed in linea retta fino al casale di Graziani sono stati trovati vecchi muri, tracce di grandi acquedotti, vasi antichi, svariate figure a colori, grandi lapidi e mura ciclopiche con blocchi a secco.
È  popolazione buona, semplice,rispettosa.... Lo stato economico non è florido, ma non vi sono i poveri che chiedono elemosine, e tutti vivono del lavoro delle loro braccia...
I prodotti del terreno sono scarsi, perché la zona è poco fertile, ma essi cercano di industriarsi e non v’è famiglia che non abbia i suoi bestiami ovini e bovini.... Non si può dire che in fondo all’animo siano cattivi e molto meno miscredenti ma sono apatici, indifferenti.... In fatto di moralità non c’ è da lamentarsi, e questo è molto ai tempi che corrono...».
La suddetta descrizione degli anni 30/40 non lascia dubbi circa il comportamento degli abitanti di Villa Troiana, l’odierna Vazia; gente fiera, laboriosa, gentile ed ospitale. Anche oggi questa popolazione conserva inalterati i tratti distintivi del proprio carattere e sarà sufficiente fermarsi in questo paese per verificare di persona l’accoglienza e la discreta ospitalità dei residenti.
Non è difficile rimanere affascinati dai racconti degli anziani, che ricordano con intensa partecipazione affettiva le vicende e le esperienze del passato che hanno contraddistinto la loro vita grama nel territorio di Vazia.
Nel 1928 Vazia venne a perdere la propria autonomia di comune e fu aggregata aRieti, andando ad incrementare la costituenda neoprovincia.
Certo stenti e rinunce degli abitanti erano all’ordine del giorno in questa località. Negli anni ’30 il comune era sito a Lugnano con la delegazione attiva a Vazia.
I locali dove si era insediata la delegazione erano quelli dove ora sorge lo stabile degli eredi del costruttore Antonio Fabri nell’odierna Piazza Adriano al primo piano al civico 19.
Al secondo piano sorgeva la scuola elementare con le pluriclassi per raccogliere i pochi alunni, trasferitasi dall’unica classe precedentemente esistente nella casa di proprietà di Amedeo Caloisi in via Rieti 2 (ora di proprietà della signora Silvana Sinibaldi).
Dal 1938 al 1972 1’impiegato comunale è stato Lucio Faraglia, persona lucida che serba immemori ricordi sulla vita di Vazia, dove sua moglie, Tisbe Ferroni, gestiva, negli anni ’30, l’ufficio postale ubicato dove ora c’è la merceria di Giovanna Faraglia.
Nei primi anni ’50 l’ufficio postale fu spostato in via Rieti, dove risiedeva Lucio Faraglia. Nell’odierna abitazione di Massimo Colasanti e dove or ora c’e il bar «Lisa» sorgeva il mulino elettrico del grano, gestito da Carlo Fabri che nel 1928 fece anche richiesta di spostarlo a Santa Rufina.
Dagli anni ’30 in poi si susseguirono come gestori del mulino Ido Matteocci, Enrichetto Battisti, la famiglia di Silvana Pochini, e Costante Battisti, figlio di Enrichetto.
Erano anni di stenti e sacrifici per questa umile popolazione.
È stato piacevole ascoltare Silvana Pochini mentre raccontava l’episodio del baratto che fece con una sarta di Cantalice; la signora Pochini le fece macinare il grano in cambio della realizzazione del suo abito nuziale.
Ciò sottolinea quanta complicità e aiuto verso il prossimo segnavano il percorso quotidiano della vita degli abitanti di Vazia.
L’artigianato esisteva in forma sporadica, possiamo menzionare varie botteghe come quella del fabbro Lodovico Innocenzi con la bottega in via Cantalice, facendo soprattutto lavori come ferrare il bestiame nella struttura in legno (chiamata «travaglio»).
Il vecchio casale (dove ora sono ubicati i Beni Civici di Vazia) di proprietà di Gino Faraglia con l’ entrata dove ora c’è il monumento ai caduti, era adibito alla rimessa e custodia del bestiame. Come produttori di latte esercitavano la loro attività Adalgisa Pettine e Ida Fabri, quest’ultima aveva anche una bottega gestita dal marito Giovanni negli anni ’40 nelle vecchie mura della nuova palazzina costruita negli anni ’70 da Giovanni e Domenico Festuccia a Piazza Adriano.
Gli unici ritrovi esistenti a Vazia furono le antiche osterie, luoghi di riunione del paese, dove si poteva giocare a carte e dove si mesceva il vino.
Una di queste osterie era gestita da Carlo Fabri, situata dove ora sorge la palazzina della CARIRI, un’altra era gestita da Faustino Matteocci che, oltre a fare l’oste, faceva anche il postino. Un’importante ricorrenza degli anni ’30 era la fiera del bestiame che si teneva a Vazia ogni 19 Luglio.
La fiera partiva dall’altezza dell’abitazione di Lucio Faraglia con commercianti che si posizionavano sulla strada in direzione Cantalice.
La figura simbolo della fiera era il sensale (prima Ottavio Fabri e poi Alessandro Santarelli), l’odierno mediatore degli scambi, che con il «taglio» delle mani sanciva l’acquisto o la vendita del bestiame.
Questa appena descritta era la realtà di Vazia negli anni 30/40 con il tempo questa piccola frazione alle porte di Rieti si è sicuramente evoluta, ma le origini contadine si respirano anche oggi.
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