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Via Roma
Inviato da : admin Giovedì, 19 Aprile 2007 - 15:53
Via RomaVia Roma
Le storiche botteghe
di Lucia Munalli
Via Roma, l’antica via di Ponte, è l’arteria principale della città di Rieti, che divide i quartieri medievali di S. Lucia, della Verdura, di S. Francesco e di S. Ruffo. Antiche dimore, come Palazzo Vecchiarelli, capaci ancora di far sognare, e antichi negozi. Meglio, storiche botteghe
Dall’antico ponte sul Velino, che permetteva alla via del sale di raggiungere Rieti e i cui resti sono ancora ben visibili dal «nuovo ponte», la consolare Salaria, l’odierna via Roma, dopo aver attraversato il foro, nel luogo dove oggi si trova piazza Vittorio Emanuele, girava a destra su via Garibaldi, formando i due antichi assi principali sui quasi si svolgevano le attività di maggiore interesse. 

E proprio su via Roma si affacciavano le antiche botteghe. Solo alcune di esse sono ancora in attività e purtroppo un’altra ha chiuso i battenti recentemente: la storica norcineria Schifani. Un’azienda nota ed apprezzata ben oltre i confini della città. Chi non ricorda infatti le «salsicce di Schifani», profumate e saporite, da gustare o da regalare, sicuri che sarebbero state apprezzate? Come dice Flavio Fosso, titolare di un altro storico negozio di via Roma, «Angelo Schifani, militare durante la guerra, ebbe la ventura di essere l’autista del maresciallo Badoglio quando questi sbarcò a Brindisi al termine della fuga di Pescara. Non c’entra niente con le salsicce, ma è pur sempre un tocco di colore che si aggiunge alla vicenda di una famiglia che per tanti decenni è stata al servizio dei cittadini reatini».
Dopo la chiusura della norcineria Schifani sono poche le antiche botteghe che ancora testimoniano il profondo radicamento delle attività artigiane e commerciali che fervevano nella via, luogo di passeggio e incontro per i cittadini. Il primo che incontriamo è proprio il negozio di Flavio Fosso. È lui stesso a raccontarcelo: «La fondazione della ditta Fosso risale al 1929, l’anno della grande crisi economica, quando mio padre Silvio, originario di Santa Maria Capua Vetere, a 23 anni arriva a Rieti dopo la fondazione della Provincia, e con grande coraggio imprenditoriale rileva una cantina dell’antico palazzo Valeri, al numero 52 di via Roma, pagando una cospicua buonuscita al calderaio che vi svolgeva la sua attività. È nata così “La città di Milano” che nel 1989 mio fratello Luigi e io abbiamo rinnovato, modificando il nome nell’attuale Guilford. Mio padre ci raccontava che nel retro del negozio, in cui anticamente abitava il maestro di cappella del vescovado, c’era una sala acustica e di qui sono passati tutti quelli che allora studiavano musica. C’era anche una maestra che dava lezioni di canto, ma purtroppo non ne ricordo più il nome».
Forse per il cambiamento di insegna, anche se la data di nascita dell’azienda è scritta sul frontale della porta d’ingresso, questa «antica bottega» può sfuggire al passante disattento, ma non certo all’affezionata clientela che ancora frequenta numerosa il negozio. Nel frattempo i fratelli Fosso hanno realizzato un altro restauro, restituendo alla vista dei clienti i notevoli affreschi, risalenti ai primi decenni dell’Ottocento, che decorano i muri e il soffitto del reparto confezioni. Flavio Fosso prova grande tristezza per la chiusura della norcineria Schifani, un altro pezzo di storia che se ne va, ma con una buona dose di ottimismo dice: «Certo, il passato fa nostalgia, ma i negozi erano senza riscaldamento e gli orari infernali. Oggi tutto è cambiato, via Roma gode di una popolarità mai vista, ed è sufficiente cercare di passeggiarvi il sabato pomeriggio per rendersene conto. Certo i commerci sono altri e altri i commercianti. Ma per fortuna, direi, visto che tanti giovani trovano forza economica e coraggio per tenere il vita le “botteghe di vicinato”, che sono le vene della nostre città, soprattutto nelle zone centrali».
Quasi di fronte alla ditta Fosso, al numero 65 di via Roma, troviamo la magnifica vetrina dell’oreficeria Albini. Entrarci è un vero piacere per gli occhi. Soffitto a cassettoncini, altre vetrine d’epoca, un’atmosfera unica. Ci racconta la storia della sua bottega l’attuale proprietaria, la signora Maria Letizia Albini. «Qui c’è sempre stata un’oreficeria, anche se i documenti più antichi che ho ritrovato risalgono al 1930, ma sicuramente c’era già prima, perché la vetrina risale alla fine dell’Ottocento, opera di un artigiano (un artista?) locale, ma neppure mio nonno ne ricordava il nome. Il primo proprietario dell’oreficeria è stato il signor Giannelli, poi mio nonno, che prima lavorava con lui, dopo la prima guerra mondiale ne ha rilevato l’attività. Infatti la dicitura originaria era “oreficeria Albini già ditta Giannelli”. Non abbiamo voluto cambiare mai nulla, in origine il negozio era solo nella prima stanza, dietro c’erano i laboratori, e anche la vetrina che ora è all’interno del negozio, riprende lo stile di quella all’entrata. Dopo la guerra anche mio padre ha cominciato a lavorare in negozio e ha proseguito da solo dopo la morte del nonno. Io, dopo essermi laureata e aver insegnato per anni, ho deciso di seguire la volontà di mio padre, che desiderava che continuassi a mantenere in vita questa bottega».
Tanti gli artigiani-artisti che hanno lavorato con il nonno della signora Albini, come il mitico orologiaio Ottorino, gli orafi Passarani e Cenciarelli, che poi ha aperto un negozio a Terni e che lei ricorda ancora tutti con tanto affetto. Purtroppo da quando gli ultimi artigiani sono andati in pensione, i laboratori di oreficeria e orologeria non ci sono più, ma anche senza laboratori, l’oreficeria Albini rappresenta una preziosità e una concezione dell’attività commerciale diversa. Dice la signora Albini: «Ora ci sono vetrine anonime, nei negozi non ci sono persone con cui relazionarsi, prima invece c’era un rapporto personale fra negozianti e clienti che si è perduto, purtroppo».
Decisamente la più antica fra le «botteghe storiche» di via Roma è la Farmacia Petrini, al numero 13, a destra appena traversato il ponte sul Velino. Il palazzo era proprietà del canonico Trovarelli e la farmacia, come ci racconta il dottor Ludovico Giovanni Petrini, era in origine la biblioteca del monsignore. Nel 1705, grazie a un decreto pontificio che lo autorizzava a fornire medicinali, Giovanni Petrini fondò un laboratorio in cui si facevano preparati medicinali. «Poi, grazie a una preparazione medicinale fatta per Napoleone Bonaparte», racconta ancora il dottor Petrini, «il fondatore vinse un premio di 50 mila scudi, divisi tra lui che fece la preparazione e il marchese Potenziani, allora non ancora principe, che fornì il materiale. Da qui nacque la farmacia. Da quel primo decreto passarono gli anni, venne la Presa di Roma, cui partecipò Ludovico Petrini, tra i fondatori della loggia massonica della Sabina che ancora porta il suo nome, e vennero infine i primi decreti per la costituzione della farmacia vera e propria, che risalgono al 1870».
Bellissima sia all’esterno che all’interno, nonostante, o forse grazie proprio al contrasto tra una sorta di modernità d’obbligo per una farmacia, e la struttura, le colonne, i vasi per le erbe officinali e le statuine che risalgono tutti alla fine del Settecento. «La vetrina è opera dello scultore danese Thorvaldsen che - ci dice sempre il dottor Petrini - venne a Rieti per fare una tomba, conobbe la mia famiglia  e accettò di fare la “mostra” per la farmacia, che anche all’interno porta la sua impronta, nelle colonnine e nelle statuine. È rimasto tutto come allora, quando era una biblioteca, anche perché tutto è vincolato dalle Belle Arti. I vasi per i preparati sono ancora quelli originali settecenteschi, in avorio. Sono stati tanti gli antiquari che nel tempo mi hanno chiesto di vendere qualcosa, ma, a parte i vincoli, non venderei mai. Ho invece donato all’Archivio di Stato la biblioteca di mio padre, circa duemila volumi, e le lettere di Benedetto Croce, e di Moravia, quando ancora si chiamava Pincherle».
Tre «botteghe» diverse tra loro, ma con un filo rosso che le unisce: quello della storia della città di Rieti, della sua capacità imprenditoriale, della sua arte. Peccato averne perso un pezzo così «gustoso»: la norcineria Schifani.
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