Orizzonti ieri, oggi e domani | Home | News | Cerca | Web Links | Raccomandaci | Invia News 
17 Dic 2017   18:48
Il giornale dell'Amministrazione Beni Civici di Vazia
Menu principale
On-line

Ci sono 3 visitatori e
0 utenti on-line

Sei un utente non registrato. Puoi loggarti qui.

Login

 Nickname

 Password

 Ricordami


Lingue

Scegli la lingua:

Donna vuol dire danno? Non nelle nostre contrade!
Inviato da : admin Mercoledì, 03 Maggio 2006 - 18:02
Donna vuol dire danno?
Non nelle nostre contrade!

Il filo della memoria che un’anziana di Capolaterra ha consegnato ai giovani lettori di questa rivista consente di ricostruire la vita quotidiana delle donne, l’evolversi dei costumi, del paesaggio, dei borghi.
E’ subito evidente che la grande famiglia della prima metà del novecento è ormai «storia» in un’epoca come la nostra dove se non si è «single», si vive comunque in una famiglia mononucleare.
Ma le donne del primo Novecento dovevano affaccendarsi nelle cucine dove c’era un via vai di zii, nonni, cognati, fratelli, bambini e conoscenti.
Attorno al grande tavolo della cucina non era raro si ritrovassero, a pranzo o a cena, almeno una decina di persone specialmente la domenica o nei giorni di festa.
Poi c’era da fare il bucato al fontanile pubblico e com’era fredda l’acqua!


E, una volta alla settimana, impastare e infornare il pane, tirare la sfoglia e riassettare la casa, curare l’orto, gli animali, cucire, stirare, seguire i figli.
Solo a sera, dopo aver rigovernato la cucina, un momento di tregua: intorno al grande camino si chiacchiera, si spettegola un po’, poi un’avemaria e tutti aletto!
Le vacanze? Non c’erano vacanze, solo qualche avvenimento nel corso dell’anno: la festa padronale, la fiera annuale, Natale, Pasqua, la prima comunione dei bambini, i matrimoni.
Ma erano tutte occasioni che intensificavano il lavoro delle nostre donne: i pranzi più elaborati, la casa tirata a lucido, i vestiti da preparare, rammendare, pulire, rinnovare; i dolci da preparare, tovagliati e stoviglie da tirare fuori dalla credenza.
Quanto costava in fatica quell’innocente divertimento!
Gli uomini si divertivano con poco: la partita al bar, la caccia, due passi in piazza, quattro chiacchiere con gli amici.
Le donne invece potevano sperare solo nel ballo: quattro salti sull’aia o in una stanza sgombrata appositamente al suono di una fisarmonica strimpellata dall’artista del paese.
La donna lavorava prevalentemente in casa ma quanto era duro senza elettrodomestici e tecnologie moderne! Eppure erano rare malattie quali la depressione o l’esaurimento nervoso!
Tra la fine degli anni 20 e l’inizio del 1930 sorsero ale prime industrie reatine ma pochissime furono le donne che vi lavoravano. Nei nostri paesi il lavoro femminile era prevalentemente quello casalingo e dei campi che impegnava 12 ore su 24 per dodici mesi l’anno con un reddito che il più delle volte permetteva a malapena la sopravvivenza.
C. A
Stampa la pagina Invia l'articolo ad un amico
 
Link correlati
Vota l'articolo
Questo articolo non è stato votato