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«Omo! Me la a’ ’na carota?»
Inviato da : admin Mercoledì, 05 Marzo 2008 - 16:52
I sensi impliciti e più o meno coscienti per chi chiedeva:
«Omo! Me la a’ ’na carota?»
Erano gli anni dell’immediato dopoguerra. Con le nostre famiglie eravamo da poco tempo tornati alle nostre dimore forunatamente rimaste in piedi dopo i bombardamenti. Solo alcune crepe, neanche tanto visibili, istoriavano qua e là muri e soffitti, ma non disturbavano più di tanto i nostri sonni. Del resto, eravamo stati autorizzati dagli organi direttivi della Cisa Viscosa a riprendere possesso delle nostre «villet-te» in seguito agli opportuni e, pre-sumibilmente, accurati controlli sulla stabilità delle stesse.


Quelle crepe, però, conservavano tutto il loro sinistro potere evocativo delle sirene che avevano annunciato, di volta in volta, l’arrivo delle squadriglie dei bombardieri anglo-americani; degl’incubi che avevano preceduto il lontano loro profilarsi all’orizzonte, come tanti stormi d’uccellacci neri; del rombo che s’era avvicinato sempre più come un tuono d’inferno; del fischio che aveva minacciato, ormai, l’incombente e ravvicinata o letale per noi caduta delle bombe. Insomma, per un po’ di tempo, prima della rintonacatura, dovemmo tenerci quelle nere fessure a rammentarci, con la loro pur muta presenza, anche, anzi soprattutto, i terribili momenti trascorsi tremando al riparo dei precari rifugi allestiti negli scantinati delle stesse villette e che, almeno un paio di volte, c’eravamo sentiti traballare sulla testa.
Proprio per questo, data la vicinanza dell’aeroporto, bersaglio di più d’una incursione aerea, noi abitanti della Viscosa avevamo fatto fagotto ed eravamo sfollati nei paesetti sovrastanti o adiacenti alla vallata. Lì avevamo svernato in una condizione di relativa tranquillità, confortati dalla generosa ospitalità dei paesani, che avevano sovvenuto, anche con i prodotti dei loro forni domestici, alle necessità alimentari «de ’sti pòri sfonnati».
Eravamo, dunque, tornati ad abitare nel nostro quartiere della Viscosa. La vita riprendeva nello stento … vigoroso che poggiava soltanto sull’istinto della sopravvivenza, sulla speranza, la voglia di rimboccarsi le maniche, il desiderio di rialzare la testa, lo spirito collettivo. Anche noi ragazzini, che crescevamo con merende alla «pan-zanella», ci rendemmo conto che occorreva darsi da fare, nel nostro piccolo, per dare una mano. E demmo la nostra mano, anzi la distendemmo, come tanti piccoli mendicanti, dislocandoci ognuno a qualche centinaio di metri l’uno dall’altro, lungo la ancor bianca, non asfaltata, Via Chiesa Nuova, e ripetendo la giaculatoria:
«Omo! Me la a’ ’na carota?»
La preghiera era rivolta, come può arguire pure chi non ne ebbe diretta e personale esperienza, al contadino che, diretto allo zuccherificio di Viale Ma-raini, era issato a cassetta o sulla pedana del suo carro di barbabietole. «Omo!» Non «uomo», ma fonicamente più consonante con il latino (laziale, romano, sabino) «Homo!». Come dire: «Non ti chiamo, e me ne guardo bene, ‘contadino’, ‘bifolco’ o ‘cafone’. Ho grande rispetto per la tua dura fatica che non conosce orari stabiliti da contratti nazionali avallati dal sindacato di categoria. Ti alzi prima del sole e, dopo aver accudito le bestie nella stalla, t’incammini verso il campo con la zappa o il bidente e lì eserciti tutta la sapiente esperienza che richiede il lavoro dei campi. Anche i miei nonni erano contadini e dai loro racconti, pur intessuti di ricordi che sempre, per una segreta magia, abbellano il passato, emerge un quadro che al mio infantile sentire presenta in primo piano la trama del travaglio continuo, esposto al mutare imprevedibile del tempo e male o poco retribuito. Aggiungo che mio padre, ora capoturno nel reparto Candeggio della Viscosa, coltiva uno degli «orticelli di guerra» di 100 mq. assegnati ai capifamiglia delle villette. Ne ricaviamo pomodori, fagioli, patate e foglie d’insalata, che integrano il fabbisogno di sali, vitamine e calorie della nostra deficitaria alimentazione. Quanto alle proteine …; ma questa è un’altra storia.
Per la coltivazione delle carote, invece, da poco tempo so che esse hanno a te richiesto, anzitutto, tutta una serie di operazioni di preparazione, già prima della semina; poi, un’attenta e oculata cura per distanziare convenientemente tra loro le file e la collocazione dei semi lungo le tracce delle file stesse. E ancora: er-picolture, diradamenti delle piante, scerbature e sarchiature, zappettature, distruzioni delle malerbe, rincalzi di radici e irrigazioni. Soltanto da pochi giorni hai cominciato a dissotterrare le carote, a tagliarne le foglie e le barbe, a liberarle dal terriccio che si è incrostato sulla buccia e a farne tanti mucchietti.
Dopo alcuni giorni di indefessa attività che ha coinvolto tutta la famiglia, hai raccolto quei mucchietti, con il forcone ne hai riempito la «barozza» e, la mattina dopo, hai riattaccato la stanga al giogo delle «acchi» e sei finalmente partito alla volta dello zuccherificio. Io t’ho avvistato mentre le tue vacche pazienti arrancavano faticosamente sulla salitella antistante la falegnameria di Bonera. Il carro oscillava un po’ sul fondo alquanto sconnesso della bianca e polverosa Via Chiesa Nuova. E allora …,
«Homo! Me la a’ ’na carota?»
Il contadino non sempre ci dava ascolto, ma il più delle volte, dopo un rapido sguardo rivolto alle carote più a portata di mano, ne sceglieva una di media grandezza (in alcuni casi avevamo l’impressione che ne commisurasse il peso alla nostra altezza o alla presumibile età) e ce la lanciava sul margine erboso della strada, per evitare l’impatto sulla più dura superficie stradale. Noi ringraziavamo, provvedevamo a nascondere la carota dietro qualche cespuglio e attendevamo l’arrivo di un altro carro proveniente da un altro casale della «piana».
Alla fine di ogni mattinata della nostra «campagna saccarifera», riunivamo i prodotti del nostro raccolto e, stringendo per le punte tre o quattro affusolate barbabietole, tornavamo a casa e le consegnavamo alle nostre mamme. Se a volte mancavano parole di compiacimento da parte loro, a gratificare ancor più la nostra collaborazione familiare era la carezza che, amorevolmente sottratta alle interminabili faccende domestiche, intendeva comunicarci un poema di affettuosi elogi, ringraziamenti e, fors’anche, la piena del rammarico, l’afflizione, il dispetto contro le avversità della sorte che ci vedeva così responsabilmente impegnati, alla nostra tenera età, in un ruolo che la società normalmente riserva a persone ben più cresciute.
A distanza di poche ore, tutt’al più il giorno dopo, fettine di carota bollita erano ammannite su di un piatto bene in vista, pronte ad attenuare gl’immancabili vuoti di stomaco fra i due, di solito frugali, pasti principali. A me piaceva troppo il dolce-dolce per poter gustare le polpe carnose di quelle fettine dolciastre: ne avrò masticata, sì e no, qualcuna, forse un paio di volte. Erano altri in casa ad apprezzarne il sapore e l’apporto energetico. Tanto mi bastava per spingermi a tornare, il giorno dopo, sul ciglio di Via Chiesa Nuova a chiedere:
«Omo! Me la a’ ’na carota?»
Intanto, giorno dopo giorno, dall’estate all’autunno inoltrato, i carri continuavano a sfilare davanti ai nostri occhi con il loro carico destinato a riempire, anzitutto, i silos dello zuccherificio reatino, ormai non più tanto lontano dalle nostre postazioni. Ho rinfrescato proprio in questi giorni le mie poche cognizioni, a suo tempo apprese, sui processi molto laboriosi di trasformazione delle bietole in zucchero. Lavate con acqua e tagliate in fettucce, esse venivano introdotte nei diffusori (cilindri di ferro muniti di aperture chiudibili per il carico delle fettucce fresche e lo scarico di quelle esaurite) collegati in batteria a mezzo di varie tubazioni. Il contatto con l’acqua calda e con il vapore «diffusi» dai tubi, e la circolazione, nei tubi stessi, dei succhi sempre più ricchi di saccarosio passato progressivamente dalle fettucce al liquido caldo, producevano un liquido giallognolo: il succo zuccherino. Questo conteneva, insieme con una certa dose di saccarosio, altre sostanze, tra cui residui azotati, acidi organici, composti di potassio, sodio, calcio e magnesio, di cui doveva essere depurato, anche perché quelle sostanze impedivano la cristallizzazione.
La depurazione consisteva in vari trattamenti: 1°) defecazione, ovvero aggiunta, in diverse fasi, di calce per neutralizzare e precipitare acidi e altre sostanze dannose; 2°) car-bonatazione, cioè aggiunta di anidride carbonica per precipitare l’eccesso di calce presente come carbonato; 3°) filtrazione, o separazione del carbonato di calcio. La depurazione continuava con (4°) la solfitazione, vale a dire eliminazione completa del calcio tramite anidride solforosa e decolorazione del succo in uno sciroppo giallognolo più chiaro. Seguiva (5°) la concentrazione, che comprendeva due fasi: a) evaporazioni multiple: trasformavano il succo in una massa calda che, raffreddata, si rapprendeva in un magma cristallino; b) da questo, per centrifu-gazione in appositi idroestrattori, si separava in cristalli lo zucchero greggio dalla parte rimasta liquida (questa, sottoposta a ulteriori trattamenti, dava uno zucchero più colorato in giallo e di seconda qualità, e uno sciroppo rosso denso, detto melasso, da cui, attraverso ulteriori e speciali metodi, era possibile ottenere soltanto un sottoprodotto non qualificabile come zucchero. È, invece, dallo zucchero greggio, ulteriormente raffinato, che si ottenevano i vari tipi di zucchero distribuiti in commercio.
Tra gli altri sottoprodotti della … «carota» erano le polpe, ossia le fettucce esaurite che, debitamente essiccate, venivano utilizzate come foraggio. Per noi ragazzini, come per la gran parte degli abitanti della valle reatina, quelle polpe o fettucce avevano soltanto il nome di «ciancia», termine derivato da «sansa», la quale più propriamente si riferisce, com’è noto, al residuo della macinazione e torchiatura delle olive. Forse non tutti i contadini della «piana» utilizzavano questo tipo di foraggio, ma non pochi erano i carri che, sgocciolanti sulla polvere della strada, ne tornavano carichi e, pertanto, ancor più pesanti di quanto non lo fossero nel viaggio di andata: ricolmi, sì, anche allora, ma di barbabietole asciutte. Al riguardo le mucche non mandavano segnali, se non quello evidente di fare tanta fatica; ma trainavano pazienti e a capo chino i loro carri di «ciancia», prevedendo, chissà?, sulla base di nebulosi presentimenti misti a limpidi ricordi, che qualche palata di «ciancia» sarebbe toccata pure a loro nelle prossime o nelle più lontane giornate invernali.
Lo zuccherificio di Rieti chiuse i battenti nel 1973, nel centenario della costruzione dei primi impianti nell’area stessa che ora li vede in fatiscente abbandono, e a conclusione di numerose traversie, tra crisi (comprese quelle dovute alle guerre), am-modernamenti, alternanza di gestioni societarie, riaperture e primati nazionali, come quello raggiunto negli anni 50-60, che avevano visto lo stabilimento di Rieti all’apice della modernità ed eccellenza delle innovazioni e delle strutture tecnologiche.
Per la precisione occorre aggiungere che la prima esperienza di produzione dello zucchero a Rieti era stata fatta nel 1862 da Francesco Palmegiani, che aveva fondato la «Società Anonima Industriale per la Fabbricazione dello Zucchero con le Barbabietole». Era stato anche il primo tentativo in campo nazionale e, fors’anche per questo, cioè per l’imperizia degli amministratori, unita agli errori nella direzione tecnica, dopo pochi anni la pur lodevole iniziativa era andata incontro al fallimento.
A risollevare le sorti dell’industria saccarifera reatina, dopo una seconda crisi successiva al fatidico 1873, e a imprimere ad essa un impulso di più vasto respiro e di più garantita produttività, fu la genialità, la lungimiranza e la tenace intraprendenza di Emilio Maraini. D’intesa con i proprietari terrieri reatini e con uno dei loro più illustri rappresentanti, il Principe Giovanni Potenziani, è grazie alla sua illuminata determinazione che si diede inizio a una regolare coltivazione di bietole, e dopo un adeguato ammoder-namento dei macchinari si realizzò nel biennio 1887-1888 il primo, bene riuscito in Italia, esperimento della produzione saccarifera. È così che l’opificio di Viale Maraini divenne il pilastro industriale dell’economia reatina, fino ad allora basata quasi esclusivamente sul lavoro dei campi e sull’artigianato. La fabbrica dava sostentamento a centinaia di famiglie e continuò ad essere fonte di guadagno a una manodopera che, per quanto stagionale, trasse un cospicuo contributo alla formazione del suo dignitoso reddito.
Un’alterna vicenda di crisi produttive (anche in coincidenza con quelle politico-militari del Paese) e rinnovati successi (l’azienda tornò ad essere competitiva dagli anni ’30, e toccò il suo picco d’eccellenza, sopra accennato, nel decennio ’50-’60) continuò a caratterizzare l’esistenza dello zuccherificio fino alla sua definitiva chiusura nel 1973, un anno dopo le agitazioni (scioperi, occupazioni, blocchi stradali) che avevano messo contro operai, agricoltori e trasportatori, a seguito della rottura delle trattative a livello nazionale per il rinnovo del contratto di lavoro.
Una bolla d’immobile silenzio staziona da oltre 30 anni dove, per tutto il secolo scorso (per altro, non senza incresciose interruzioni), un via vai di uomini, carri e vagoni della vicina ferrovia animò lo spazio antistante alla facciata dello stabilimento e ai suoi imponenti finestroni. Era la proiezione esterna dell’attività di maestranze e di macchinari operanti nei vari reparti dell’impianto.
Pulsante di vita operosa, non immune da travagliose crisi, fu anche, per quasi tutto il secolo passato, l’antistante, simmetrico rispetto all’asse di Viale Maraini, stabilimento della ex Cisa Viscosa, di cui è stata annunciata, qualche mese fa, l’imminente, definitiva chiusura. Giacerà pur esso per così tanto tempo in desolato e triste abbandono?
Quel vuoto ristagnante davanti alla fabbrica ne scava un altro, ma ricolmo di deprimente scoramento, soprattutto nell’animo di coloro che, vissuti negl’immediati paraggi o cresciuti anche grazie al sostentamento che le loro famiglie ricavavano dal funzionamento dello zuccherificio e della Viscosa, non possono reprimere sentimenti di amarezza e sconforto. Qualcuno, passando da quelle parti, senza averne stimolato neanche il primo fotogramma, sente che la memoria gli ripropone ancora una volta il film di un bambino che si appostava in una delle strade affluenti e, al passaggio di un carro di carote, allungando la mano, domandava:
«Omo! Me la a’ ’na carota?»
Il ritornello della favola dolce-amara evoca tra le pieghe della insop-primibile nostalgia una oggettiva verità: non era un bel vivere. I bambini non facevano spuntini con le merendine Kinder o Mulino Bianco, come adesso (e meno male! purché non si esageri); il grado d’istruzione dei più non superava quello della V elementare; la televisione era di là da venire in Italia a trasmettere i Carosello e i «Lascia o raddoppia?»; dei cellulari non si annunciava neanche l’installazione, in casa, del suo antenato telefono fisso. Eppure, le aspettative per il futuro non erano così deprimenti come in questa nostra società dei consumi e della soddisfazione immediata dei bisogni, anche perché la tensione verso un’esistenza diversa era come repressa dal controllo e dal rinvio della pur urgente necessità. Anche così il domani spronava al cammino e offriva un lume per rischiarare il sentiero. L’industria di Rieti, intanto, rialzava la testa ed estenderà nei decenni successivi il suo raggio d’azione, oltre a diversificarsi e aggiornarsi per fornire prodotti nuovi al mercato in sempre più rapida evoluzione. Ora, invece, langue sempre più depressa tra una fabbrica che chiude, un’altra che sospende la produzione, un’altra ancora che delocalizza in Paesi dove più basso è il costo della manodopera; sicché i giovani sono costretti, come in passato, a emigrare al nord, se va bene, o in Europa o chissà dove, per trovare una sistemazione rispondente ai loro studi e alle loro aspirazioni.
Allora, quello stesso animo con-tristato dalla visione dello zuccherificio deserto si scuote, prova impulsi di ribellione, recrimina sulla selvaggia concorrenza del mercato globalizzato che prospetta solo incertezze e precarietà, su questo o su quel rappresentante dei ceti politici e imprenditoriali che sarebbero corresponsabili dello…sfacelo e, magari, si esibisce in qualche estem-poranea proposta bislacca. Eccone una, che trova, quanto meno, un briciolo di plausibilità non solo nel panorama allarmante del riscaldamento globale del clima, dell’aggressione all’ecosistema a causa dell’emissione dei gas inquinanti, ma anche nella concomitante previsione - non sai se presagio di collassi irreversibili o ponte ideale verso i Campi Elisi di un Pianeta Verde Per Sempre - che annuncia l’esaurimento, fra non molti decenni, delle fonti di energia fossile (e inquinante, appunto.). Del resto, è l’Europa stessa che si mobilita, propone da Bruxelles e, a breve scadenza, imporrà direttive e piani di riduzione del 20%, entro il 2020, sia del consumo di energia elettrica sia dell’emissione di anidride carbonica.
Non solo, dunque, l’impegno collettivo volto a risparmiare energia, ma inderogabile è anche il potenziamento delle tecnologie per la produzione di energie pulite e da fonti rinnovabili: eoliche, fotovoltaiche, biologiche. Se questo, molto sinteticamente accennato, è il quadro dei problemi, ecco invece la stravagante (o fin troppo banale?) proposta: riconversione dello zuccherificio o costruzione ex novo di fabbriche - da collegarsi con una rete di impianti omologhi - per la produzione di energia da biomasse. Il tutto, piano regolatore permettendo, è realizzabile, ovviamente, previo o concomitante ampliamento-ammoder-namento, da tempo immemorabile atteso, delle infrastrutture stradali e ferroviarie.
P.s. Chi scrive è pronto a riman-giarsi le … squalifiche di «bislacca» e «banale» allegate alla proposta, se qualche esperto in materia ne avesse fatta una consimile, accompagnandola con i dati inerenti alla sua fattibilità e corredandola di valutazioni calibrate sulla convenienza degli investimenti necessari, magari proiettata su più o meno lunghe scadenze, come si conviene a ogni lungimirante intrapresa.
Gabriele Ricciardi
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