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Il mistero di Rennes Le Chateau
Inviato da : admin Mercoledì, 05 Marzo 2008 - 19:25
Il mistero di Rennes Le ChateauI Templari: tra miti e leggende
Il mistero di Rennes Le Chateau tra i più affascinanti d’Europa
Il mistero di Rennes Le Chateau è uno dei più affascinanti d’Europa. L’inizio della sua fortuna ed il suo successo con il grande pubblico può essere datato circa agli anni ’50 del ’900, quando i suoi personaggi ed i suoi enigmi iniziarono a diffondersi e ad essere conosciuti ad una grande maggioranza di persone grazie alla pubblicazione di testi di varia natura. Il materiale cartaceo che raccontava di Berenger Sauniere e dei fatti che lo videro protagonista era di varia natura: cronache romanzate dei fatti, «guide turistiche», saggi, studi. Nel giro di pochissimi anni, la mole di scritti riguardanti questi argomenti crebbe a dismisura, spesso corrompendo la verità ed finendo per alimentare il mito. A partire dal 1956, un nuovo flusso di materiale iniziò ad essere depositato presso gli archivi della Biblioteca Nazionale di Parigi. Per la maggior parte si trattava di opuscoli di non più di qualche pagina, spesso scritte a macchina, fotocopiate e rilegate con punti metallici.

Tra i documenti più interessanti depositati alla Biblioteca Nazionale di Parigi, vi sono i documenti denominati Les Dossiers Secrets, i Dossier Segreti. L’autore di questi scritti si presentava come un certo Henri Lobineau: questo sarebbe stato lo pseudonimo di Leo Schidlof, uno storico ed antiquario austriaco (un comunicato «segreto» successivo, però, portò ad identificare l’autore in un nobiluomo francese di nome Henri de Lénoncourt). I Dossier Segreti sono formati da articoli di giornale, fotografie, carte genealogiche e conterrebbero la «storia» del Priorato di Sion, un ordine occulto, antico di almeno mille anni e custode di importantissimi segreti, in grado, secondo i Dossier Segreti, di sconvolgere gli equilibri del mondo. Oltre ai dati appena elencati, i documenti contengono anche una sorta di breve storia della setta ed un elenco di tutti i Gran Maestri (i capi supremi, potremmo dire) dell’Ordine. Tra questi spiccano grandi personalità della cultura e dell’arte di ogni tempo: per fare alcuni esempi, vi sono Sandro Filipepi detto Botticelli, Leonardo Da Vinci e Sir Isaac Newton. L’elemento più interessante dei Dossier è la Planche numero 4, che contiene l’organigramma del Priorato. Oltre ai Gran Maestri, esistono 27 «comman-derie» ed un «arco» chiamato «Beth-Ania», il cui compito è sorvegliare le commanderie e la cui sede è nel paesino di Rennes Le Chateau; il Priorato di Sion, poi, appariva formato da 1039 membri, divisi in 729 Preux, 243 Ecuyers, 81 Chevaliers, 27 Commandeurs, 9 Croisés de St. John, 3 Princes Noachites de Notre-Dame ed un Nautonnier. L’ultimo termine, che designava il grado più alto nella gerarchia del Priorato, è un antico termine francese traducibile con «nocchiero», «navigatore». Per regola, ogni volta che veniva scelto un nuovo Nautonnier, questi era obbligato, nel momento in cui assumeva la carica, ad anteporre al proprio nome il nome Jean (o Jeanne nel caso fosse una donna), in italiano Giovanni. Secondo l’elenco dei Gran Maestri contenuto nei documenti del Priorato, datati, ricordiamo, al 1956, l’ultimo e contemporaneo Gran Maestro era l’artista francese Jean Cocteau, in carica dal 1918. Chi sia stato il Gran Maestro successore di Cocteau, morto nel 1963, non ci è dato saperlo, visto che, come detto, i documenti sono del 1956 e nessuna aggiunta vi fu posta in seguito.
Spostiamoci ora a Roma. Nel 1958, quando Cocteau era ancora vivo e, probabilmente, ancora in carica come Gran Maestro del Priorato di Sion, al soglio pontificio salì un cardinale di nome Angelo Rocalli. Il cardinale Roncalli, prima di divenire tale, era stato anche Nunzio Apostolico in Turchia: qui, vuole una «tradizione», si sarebbe associato alla società segreta nota come Rosacroce. Ora, «Rose-Croix Veritas» era anche il sottotitolo che il Priorato di Sion aveva aggiunto alla propria denominazione a partire dal 1188. Già da questi pochi elementi, è possibile supporre che Angelo Roncalli, al momento della sua elezione al soglio pontificio, fosse un membro del Priorato di Sion. Ma le coincidenze non si fermano qui. Come la tradizione papale vuole, anche questo papa scelse per sé un nuovo nome con il quale presentarsi al mondo nella nuova veste di vicario di Dio in terra. La sua scelta cadde su Giovanni XXIII. La nuova designazione, inevitabilmente, finì per creare un certo scalpore: un Giovanni XXIII c’era già stato, nella storia della Chiesa; inoltre, il nome Giovanni era implicitamente «proibito» perché era stato il nome dell’antipapa del 1415. Questo nome, ricordiamo, era anche quello che veniva scelto dai Gran Maestri del Priorato di Sion. Questa scelta, dunque, dava e dà tuttora motivi interessanti di riflessione. Perché Papa Giovanni avrebbe scelto per sé un nome così scomodo come Giovanni? L’unica motivazione per la scelta di tale nome da parte del «papa buono» è che questi volesse creare un certo legame tra il papato ed il Priorato, come a sottolineare la doppia reggenza, da parte di un uomo solo, di due istituzioni così importanti e potenti.
Aggiungiamo ancora un particolare interessante. Nel XII secolo, un monaco irlandese di nome Malachia compose alcune profezie molto simili a quelle di Nostradamus. Queste profezie sono state tenute in gran conto da tutti i papi durante tutta la storia. Oltre alle profezie, Malachia enumera anche i futuri pontefici che occuperanno il soglio di Pietro nei secoli futuri, descrivendoli con un breve motto latino. Per Giovanni XXIII, Malachia scrive che sarà Pastor et Nauta, «Pastore e Navigatore», in francese «Pasteur et Nautonnier». L’esattezza di tale attribuzione a Papa Giovanni del motto di Malachia, escludendo quella che abbiamo appena indicato e considerandone un’altra meno esoterica, è stata rafforzata considerando che Angelo Roncalli viaggiò molto, soprattutto per mare, e fu Patriarca di Venezia, la seconda, per importanza, delle antiche Repubbliche Marinare: questo spiegherebbe il nautonnier, il navigatore.
Oltre a queste «coincidenze», a rafforzare l’idea che Papa Giovanni fosse in qualche modo legato al Priorato di Sion c’è un fatto. Papa Giovanni indirizzò la politica papale in una maniera nuova e di certo poco conforme alla tradizione ecclesiastica. Si dice che fu lui a portare la Chiesa nel XX secolo: con le decisioni e riforme stabilite durante il Concilio Ecumenico Vaticano II, Papa Giovanni ammodernò la Chiesa, la rese un’istituzione meno sclerotizzata, meno tradizionalista, avvicinandola alla gente (per esempio, il latino della messa viene sostituito con le lingue nazionali, il Vangelo viene finalmente accettato anche in traduzione), riportandola agli antichi valori che ne avevano animato gli ancestrali esordi. Oltre a questo, Papa Giovanni modificò i rapporti tra Chiesa e massoneria, dichiarando che un cattolico poteva essere massone. Ma ciò che più di ogni altra cosa rompe con la tradizione e porta novità è il contenuto di una lettera del 1960 che verteva sul «preziosissimo sangue di Gesù». Tale lettera sottolineava le sofferenze di Cristo come essere umano ed affermava che la redenzione dell’umanità era avvenuta grazie allo spargimento del sangue di Cristo. E’ un’affermazione dal peso enorme: implicitamente, Papa Giovanni metteva in secondo piano la Crocifissione e la Resurrezione, vedendo questi due fatti (ma soprattutto il primo) come non fondamentali nella dottrina cristiana. Per la Salvezza umana non è più necessario che Cristo sia morto in Croce.
Non ci sono spiegazioni plausibili per tali dichiarazioni: o Papa Giovanni era un cristiano ortodosso «a modo suo», oppure era a conoscenza di qualche informazione che gli permetteva di fare affermazioni del genere in piena sicurezza. In tal caso, quali siano le sue fonti, possiamo dedurlo facilmente.
Aggiungiamo ancora una piccola nota, che ha sia il sapore della casualità, sia il sapore della coincidenza fin troppo sospetta. Malachia era amico e confidente di San Bernardo di Chiaravalle, eminente membro dell’ordine dei Cistercensi, grande capo spirituale della Chiesa del XII secolo e nipote di André de Montbard, uno dei nobili francesi fondatori, secondo Les Dossiers Secrets, del Priorato di Sion. Inutile dire che la cosa coincidenza, se è tale, è davvero incredibile.
L’esattezza delle profezie papali di Malachia, però, può venire messa in dubbio da una semplice considerazione. Durante tutta la storia della Chiesa, oltre ai papi romani, possiamo enumerare almeno altri 10 papi. Anzi, 10 anti-papi: alcuni furono eletti nel XII secolo, altri furono eletti ad Avignone in seguito allo scisma del XIV secolo. Considerando che il «vicario di Dio in terra» è sempre e soltanto uno, rimane da vedere quale, tra papa ed anti-papa, debba essere considerato quello a cui Malachia volle attribuire il suo motto. Generalmente, nel conteggio dei papi, gli anti-papi vengono considerati «validi» come i vescovi di Roma: per cui, per fare un esempio, Papa Giovanni Paolo II è il centodecimo papa perché nel conteggio sono considerati anche i dieci pontefici scisma-tici; se invece non consideriamo i papi scismatici, l’attuale pontefice è il centesimo. Ogni qual volta Malachia attribuiva il proprio motto ad un pontefice avignonese, il motto faceva esplicitamente riferimento a questo. Per esempio, il Corvus schismaticus è l’antipapa Nicolò V, già Pietro Rinal-ducci, originario di Corvaro, che fu tra i maggiori responsabili dello scisma d’Occidente. Questa specificazione, obbligatoriamente, esclude il papa regolare romano di quel tempo. Alla luce di questo discorso, tutti i calcoli e le attribuzioni dei motti di Malachia vanno rifatte da capo. Per quello che ci riguarda, in particolare, Papa Giovanni XXIII non è più il Pastor et Nauta, ma un’Aquila Rapax. Il motivo di questa designazione appare assai misterioso ed in un certo senso, soprattutto per quello che abbiamo detto, meno plausibile del precedente. L’unica spiegazione a questo motto va ricercata nel fatto che Papa Giovanni sia stato Nunzio Apostolico a Costan-tinopoli, l’antica capitale dell’Impero Romano, il cui simbolo è appunto un’aquila rapace. Una conferma di questa attribuzione, andando a scar-tabellare i classici italiani, ci è fornita da Dante, nel canto VI del Paradiso, in cui compare proprio la «profezia dell’Aquila», pronunciata da Costan-tino il Grande, fondatore di quella che oggi è Ankara. Il motto di Malachia può essere anche spiegato con il fatto che, come un’aquila, «l’uccello di Dio», Papa Giovanni seppe guardare in alto, verso il cielo, e vedere, per Grazia divina, quali saranno i fatti a venire. Ricordiamo che Papa Giovanni scrisse un libro di profezie. Una conferma di questa spiegazione si avrebbe nei versi di Giovanni, 1, 6-7, che dicono: «Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui». Ma è probabile che il Giovanni della Sacra Scrittura si riferisca a sé stesso.
Per quello che riguarda i motti degli altri papi, invece, cercare i motivi dell’attribuzione alla luce del nuovo ordine è cosa complicata.
Se consideriamo, dunque, che l’ordine finora seguito nell’attribuzione dei motti di Malachia sia sbagliato, possiamo con un certo sollievo dire che alla tanto annunciata fine del mondo, che coinciderebbe con l’elezione al soglio di Pietro di un Petrus Romanus, non mancherebbero più due pontefici, bensì altri dodici. Di certo, questo ci restituisce un po’ di speranza per il futuro. Sempre nell’ipotesi che ogni pontificato sia di pari lunghezza di quello dell’attuale papa…
Questa speranza, però, è destinata a finire se consideriamo altre profezie. Si tratta di quelle contenute nel De Magnis tribolationibus et Statu Ecclesiae, stampate a Venezia nel 1527, un libretto di profezie ad opera di un monaco di Padova. In esse, come nelle profezie di Malachia, si dà una rapida carrellata dei papi che verranno. Qui le attribuzioni sono ben più facili da fare e ben più esplicite. Giovanni XXIII viene qui presentato come «uomo di grande umanità e dalla parlata francese»: Papa Roncalli rappresentò per molti anni la chiesa di Roma a Parigi, come detto, e viene generalmente definito «il papa buono». Con il suo successore, secondo il monaco padovano, iniziano i problemi: in questo tempo «l’ombra del-l’Anticristo inizierà a oscurare la Città Eterna». Di Giovanni Paolo I si dice: «passerà rapido come una stella cadente, il pastore della laguna». Papa Luciani, che veniva da Venezia, ebbe un pontificato di soli 33 giorni. Riguardo a Giovanni Paolo II: «Verrà da lontano e macchierà col suo sangue la pietra [...] e verrà strappato alla vita». Per Papa Wojtyla, dunque, una fine tragica e violenta. Quest’ultima affermazione appare in contrasto con quanto affermato da Papa Giovanni XXIII, il quale, nelle sue profezie, ha annunciato che «un Papa straniero tornerà nella sua terra, e vi resterà fino alla fine». Considerando che l’attuale pontefice è il primo papa non italiano dopo più di 450 anni, non c’è dubbio che il riferimento sia a lui. Dunque, cosa attende Giovanni Paolo II? Un destino funesto o placido nella propria patria dopo l’abbandono della carica? Un viaggio in Polonia, sua patria, il papa lo ha compiuto nell’agosto del 2004, ma l’abdicazione non c’è stata.
Anche nelle profezie del monaco di Padova, come in Malachia, i pontefici prima della Fine del Mondo sono soltanto due. Il primo sarà un «semi-natore di pace e di speranza, in un mondo che vive l’ultima speranza»; questo ben si concilierebbe con il motto di Malachia, che dice che il penultimo papa sarà De Gloria Olivae, «la gloria dell’ulivo», pianta, come sappiamo, che simboleggia la pace. L’ultimo papa, invece, verrà a Roma da terre lontane «per incontrare la tribolazione e la morte». Questa profezia è da collegare insieme ad un’altra, sempre del monaco di Padova, che dice: «Quando l’uomo salirà sulla luna, grandi cose staranno per maturare sulla terra. Roma verrà abbandonata, come gli uomini abbandonano una vecchia megera, e del Colosseo non rimarrà che una montagna di pietre avvelenate». Questi elementi compaiono anche in Malachia, che dice: «Durante l’ultima persecuzione della Santa Romana Chiesa, siederà Pietro il romano, che pascerà il suo gregge tra molte tribolazioni; quando queste saranno terminate, la città dai sette colli sarà distrutta, ed il temibile giudice giudicherà il suo popolo. E così sia». Sono simili i termini, sono simili le condizioni di distruzione di Roma, è comune il tema della fine del mondo.
Possiamo fare solo due ipotesi, riguardo queste profezie sinistramente simili: o il monaco di Padova ha copiato Malachia, o… entrambi hanno visto gli stessi fatti. L’unica cosa che ci rimane da fare, tanto per rimanere in tema, è pregare…
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