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Aree industriali:quale futuro?
Inviato da : admin Mercoledì, 05 Marzo 2008 - 19:27
Aree industriali:quale futuro?
Recuperiamo sul piano culturale la Snia Viscosa e lo Zuccherificio
Possiamo individuare la nascita dell’archeologia industriale in Gran Bre-tagna intorno agli anni ’60, quando l’opinione pubblica cominciò ad opporsi alla demolizione di alcune strutture industriali, come la mitica stazione ferroviaria di Euston, a Londra.
È da allora che, grazie alle pressioni «dal basso», si è imparato a comprendere l’importanza storica, culturale, artistica di alcuni siti industriali e a rendersi conto della necessità di restauri adeguati e di un riutilizzo sociale in armonia con il tessuto urbanistico e paesaggistico delle città.


Con questa coscienza nuova, non solo si è provveduto alla salvaguardia di ciò che molti non esitano a definire «patrimoni per l’umanità», ma si sta pian piano affermando una valorizzazione e riconversione che avendo come obiettivo «il bene comune», riesce anche a determinare introiti economici spesso rilevanti. Un vero e proprio «riciclag-gio» di officine, magazzini, stazioni, vecchi porti e qualche volta miniere abbandonate, ha magicamente permesso la nascita di aree espositive, musei, strutture per progetti solidali e di valore sociale, poli per la produzione e diffusione di arte e cultura. Grandi architetti sono stati chiamati a ripensare e riportare alla luce la storia e l’anima di questi luoghi abbandonati e spesso preda di biechi progetti speculativi. Uno dei modelli di riferimento è la Factory di Andy Wharol, una grande fabbrica certo, ma in attività per la produzione di cultura, un’officina in cui gli artisti creano, suonano, dipingono, studiano, progettano. L’archeologia industriale è «una scienza giovane» tuttavia, la popolazione reatina è ormai da anni, sensibilizzata al tema, dato che la nostra città ha a disposizione l’area dell’ex zuccherificio, il primo, nel 1887, ad entrare in funzione nella penisola e qual ora fosse definitivamente dismessa la produzione, il sito dell’ex Snia. L’utilizzo ed eventualmente la riconversione delle due grandi aree, è una delle questioni decisive per il futuro assetto della città.
Non solo il riutilizzo di questi siti potrebbe rappresentare una possibilità d’occupazione immediata e di lunga durata per precari e lavoratori estromessi dal ciclo produttivo, ma anche un rilancio economico di un territorio che ha tutte le potenzialità per trasformarsi in un polo di riferimento importantissimo. L’archeologia industriale, la vicina Umbria ne è testimone, può essere uno dei principali volani per l’arricchimento culturale, la valorizzazione del territorio ed il suo rilancio turistico. Altro che monumento alla lira o alla «caciotta»! Per cogliere alcune differenze di approccio, senza andare molto lontano, basta farsi un giretto a Papigno, location ormai notissima, per la realizzazione di pellicole, o a Terni, dove le ex officine sono state restituite alla città sotto forma di laboratori, teatri, cinema, luoghi di aggregazione ed aree verdi attrezzate.
Il recupero e l’utilizzo sociale di questi «reperti» e delle aree circostanti, è senza dubbio il modo migliore di connettere il passato industriale con nuove possibilità di progresso e civiltà. Su questo è necessario rompere gli indugi e schierarsi.
Rieti cambierà. È inevitabile. Ma come cambierà? Noi di «Orizzonti», riteniamo che su temi così decisivi, sia compito e diritto dei cittadini progettare, organizzarsi e condurre il cambiamento per il bene «comune». Decisioni così importanti come la destinazione d’uso delle più grandi aree verdi della città, deve essere direttamente presa dalla cittadinanza e può rendersi   in tal senso utile, anche un referendum che possa permettere di scegliere tra i vari progetti presentati. Non cè bisogno di essere architetti, imprenditori o addetti ai lavori per decidere come dovrà essere la città futura. I ciitadini conoscono bene i propri bisogni ed è da qui che crediamo, sia giusto e necessario partire. I siti potrebbero essere utilizzati, come già in parte è successo o proposto, per festival, concerti, fiere, senza pesare sulla viabilità cittadina ma è soprattutto l’adeguamento delle strutture esistenti ad essere interessante. Esistono numerosi fabbricati che potrebbero rappresentare una risposta alla criticità, anche in termini di sicurezza, delle strutture scolastiche cittadine, alla mancanza di locali per le associazioni della cultura e della solidarietà, alla cronicità di spazi per l’aggregazione e la cultura giovanile. Avendo a disposizione queste aree, si potrebbe parlare di Università, in termini progettualmente diversi. E che dire della possibilità di sale cinematografiche, teatri, auditorium, magari all’aperto, nella bella stagione? Gli sportivi potrebbero fruire di altre strutture e bambini, anziani, diversamente abili, di una città finalmente a loro misura. È di città che infatti stiamo parlando. Vogliamo una cittadella in pieno centro, piena di palazzi, uffici, supermercati, appartamenti di lusso oppure riprogettare una città, quella di Rieti, risolvendo non solo annosi e penosi problemi che da decenni l’attanagliano ma soprattutto, costruendo nuove prospettive per il futuro? Come sarà la Rieti del domani? A tal proposito, non intendiamo nascondere ai lettori di “Orizzonti” i nostri timori. Quelle aree enormi, ormai nel centro della città, rappresentano un ghiotto boccone per chiunque abbia degli intenti speculativi ai danni del comune interesse . Essere timorosi però, non significa nè indulgere alla rassegnazione nè genuflettersi di fronte all’arroganza e alla prepotenza .Quanto ottenuto dalla popolazione inglese, francese e dalle proteste di intere comunità cittadine del nostro Paese, non solo rappresenta una ragione di speranza, ma è parte di una esperienza collettiva, di una battaglia di democrazia, dignità e libertà, a cui se lo si desidera, si può far riferimento.
E una battaglia che tra mille dialetti riesce a parlare un unica lingua, quella della civiltà.
Egisto Fior
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