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Porta d’Arce
Inviato da : admin Martedì, 25 Marzo 2008 - 15:41
Porta d’Arce: confine tra lo Stato della Chiesa e il Reame di Napoli
Facciamo un grande sforzo di immaginazione e riportiamoci al 7 marzo di centottantasei anni fa quando diecine e forse centinaia di cittadini si arrampicarono sui bastioni di Porta d’Arce, la porta che praticamente sanciva il confine tra Stato della Chiesa e del Reame di Napoli, e sul tetto della contigua Chiesa del  Suffragio. Essi erano lì per assistere, da distanza abbastanza sicura, allo scontro che vedeva di fronte  le truppe, piuttosto raccogliticce del  napoletano Gugliel-mo Pepe sceso in campo a difendere la Costituzione appena concessa - e subito ritrattata – dal suo Re  e l’agguerrito corpo di spedizione della Santa Alleanza comandata da un «reduce» di Lipsia, il generale Nugent.


Per chi facessero «il tifo» non ci è dato sapere, certo che come di solito avviene al  passaggio di  eserciti qualcuno ha certamente guadagnato nelle vendite di animali, derrate per uomini e bestie.
Chi ci ha perso fu l’ondata costi-tuzionalista massone e carbonara che, in caso di vittoria, avrebbe forse anticipato il fenomeno rivoluzionario del 1848 e l’unificazione sabaudo-garibaldina del 1860.
E non finisce qui perché dieci anni dopo da quel marzo, la autorità cittadine furono costrette, un’altra volta a sbarrare la porta di quercia. Un’altra turba di rivoluzionari ai affannava per entrare in città, conquistarla e da lì dare corpo grande alla sommossa che aveva preso il via in Romagna.
La porta resse all’urto e la gendar-meria papalina ricacciò indietro quelle bande nelle cui file militava un nipote di Bonaparte, tale Luigi che passato qualche tempo in prigione sarebbe diventato il terzo imperatore dei Francesi.
Insomma una porta, quella detta D’Arce, dal nome romano delle opere di difesa prospicienti,  che riassume tanta della storia cittadina in un momento delicato della storia nazionale, e che tutti i reatini avrebbero dovuto guardare con lo stesso rispetto con cui si guarda una grande monumento e che invece ha subito una grande serie di assalti.
Insomma abbiamo tratto spunto da quei lontani fatti non certo per sfoggio di ben modeste conoscenze storiche, ma per legare il presente al passato e per ricordare quanto esso sia necessario per l’esistenza di qualsiasi collettività.
Cosicché anche oggi percorrendo la Salaria verso Rieti, specialmente quando è avvolta dalla scintillanti luci di Natale, la Porta appare in tutta la sua bellezza, superiore a quella pure maggiormente rispettata dalla furia iconoclasta dei nostri amministratori, cioè  Porta Conca.
Quando ci si avvicina ci si rende conto di un fatto. Mentre le mura che degradano a sud verso il fiume Velino (che fungeva da barriera verso sud), sono praticamente intatte, il tratto a nord, quello che guarda il Terminillo, sembra aver subito un furioso can-noneggiamento. Lasciamo stare la parte abbattuta per fare posto  alla Case Popolari, ma il resto quello attaccato alla Porta per qual motivo è ridotto a gruviera con almeno due fornici di grandissime dimensioni del tutto inutili?
La vicenda che ha portato a tanta distruzione non è molto lontana nel tempo, ma risale agli anni Cinquanta, quando il Terminillo era veramente la Montagna di Roma e migliaia di sciatori capitolini (meglio definiti dai residenti «i cannibali») si riversavano in città a bordo di decine di pulman che trovavano spazio per parcheggiare più facilmente in piazza Cesare Battisti che altrove.
Essi transitavano tutti da porta d’Arce e risalita via Garibaldi scaricavano il loro carico di gioventù gaudente che si riversava nei tre bar del centro, qualche volta nel cinema con qualche evasione nel vicolo Sdrucciolo dove esisteva l’unica casa chiusa della città.
Insomma una presenza festosa e chiassosa, qualche volta fastidiosa per cui non mancavano rapide ma non troppo feroci scazzottare proprio sotto il Municipio.
Tutta quella gente portava soldi e qualcuno si deve essere chiesto: perché non facciamo spazio  e non li tratteniamo da noi? Di qui la prima idea di aggredire le mura della storia porta: spazio, luce, la parola d’ordine e, arrivata l’amministrazione  giusta, dagli ad «ammodernare»: tre fornici, di cui due enormi cui si è aggiunto uno scempio: l’abbattimento della chiesetta intitolata alla Madonna del Suffragio.
Cose che quarant’anni fa si potevano fare e che furono anche accolte dal battimani quasi generale. Ne ricordiamo qualcuna: la mancata ricostruzione di Porta Cintia, sostituita da due anonimi palazzoni, lo squar-tamento di piazza Oberdan, lo sventramento di via Cintia, l’abbattimento delle due file centrali di platani in viale Maraini che completavano lo scempio iniziato dalle truppe tedesche in ritirata nel 1944. Quel viale era unico, tanto era bello. Farlo diventare una pista da corsa senza trovare soluzioni urbanistiche alternative non è stata una grande invenzione eppure non trovò ostacoli insormontabili nell’opinione pubblica sotto la spinta di un modernismo a tutti i costi. E che costi, se fu necessario mettere un semaforo dopo una serie di incidenti di cui uno mortale.
Per fortuna il mondo cambia e non è vero che cambia per il peggio. Infatti su piazza Oberdan c’è stato negli ultimi tempi un intervento certamente interessante. Può piacere o meno, ma la piazza del primo seminario dopo il concilio di Trento, ha una sua personalità (a chi scrive piaceva di più quella di prima, ma è solo un’opinione personale). Il recente intervento sui marciapiedi di viale Maraini vuole essere una parziale riabilitazione ed anche questo è un fatto positivo.
E allora perché non si pone mano alla ricostruzione delle mura che coronano Porta d’Arce. A che servono due dei tre fornici che sono stati praticamente inibiti al traffico da due grosse aiuole che vanno mantenute con cure continue? L’opera non sarebbe ciclopica ed il costo non sarebbe enorme perché il materiale da utilizzare non è prezioso.
I risultati però sarebbero certamente positivi perché ricostruirebbero l’ingresso a Nord della zona centrale della nostra città. In attesa di una sistemazione dell’intera area di cui da tanto tempo si parla, ma che per ora non avviene.
Flavio Fosso
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