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Monache clarisse
Inviato da : admin Lunedì, 28 Aprile 2008 - 17:46
Rieti: Monache clarisse del Monastero di San Fabiano
Ma i tempi del 1945, che i reduci del Comitato dei festeggiamenti di Poggio Bustone definiscono sentimentalmente «ormai migliori», si trascinano «brutti», perché la penuria di viveri obbliga un po' tutti a mangiare «a tessera». La fame è tanta.
A Rieti, in via Garibaldi, le Suore clarisse di S. Fabiano1 la sopportano. Un mestolino di orzo la mattina, a pranzo porzioni di pane pesate con una bilancetta, un po’ di minestra avanzata ai seminaristi, che Maria, una secolare a servizio del monastero, prende direttamente dal Seminario. Eccezionalmente esse dispongono di carne. La ricevono dagli inglesi, che sono di stanza a Rieti. Si recano esse stesse alla sede Comando, e sono accolte rispettosamente. «Veste, veste!» (vestal = suora), dicono gli inglesi per salutarle.

I benefattori reatini di vecchia data come i Meloni, i Pilati, i Primangeli non si tirano indietro. Il monastero sembra anch'esso scamito: le stanze non sono pavimentate, e assi mal connese sono gettate da una stanza all'altra per permettere il passaggio; nei muri e nelle volte i mattoni spezzettati e logori dal tempo sono antichità fragili, indifese, lungo le pareti le lesioni, causate dagli scoppi dei bombardamenti aerei, sono vene svuotate; i vetri delle finestre e le vetrate sono in frantumi. In origine l'edificio accoglieva una fabbrica di mattoni e maioliche di proprietà della famiglia Bizzi di Monteleone. Aveva tre fornaci e una ciminiera. Se si scava nel suo terreno, ancora si rinvengono arnesi e pezzi di macchinari della fabbrica. Lo hanno comprato nel 1915 le consorelle, superstiti della soppressione del loro antico convento, situato in via S. Francesco, nel 1892. Per ottenerlo hanno sacrificato le somme delle loro doti. Con sollecitudine, ma fra ritardi forzati, lo hanno adattato alle esigenze della clausura. Nel 1945 l'originaria destinazione d'uso resiste alle ristrutturazioni. Sembra indomita.
La situazione non angustia alcuna clarissa, nemmeno la più avanzata in età. Domenica Di Paolo nata 1928, che entra diciassettenne nel monastero proprio in gennaio 1945, non ne è spaventata. Ha nell’animo gli spazi aperti e colorati di S. Lucia di Giove Rotondo, suo paese natale: le coste precipiti dei castagneti, la campagna verso Tonnicoda e il lago artificiale del Salto, la larga parete gobbosa della montagna di Fiamignano e l’azzurrino dei monti più profondi verso Terni. Tutte quante le clarisse sanno che il tempo è dato da Cristo in prestito come uno stato senza ombra. Gli avvenimenti vi si collocano storicamente secondo il discernimento degli uomini, ma non nascono malvagi. Esse ricordano che anche l’abolizione della loro clausura, nel 1929, è stato un evento apparentemente doloroso. Disposta dal vescovo d’allora Massimo Rinaldi, essa suscitava contrarietà e malumori dentro al monastero. Solo qualche consorella, mente aperta ma troppo moderna, era favorevole. Il vescovo, non valutando il pregio della clausura, le immetteva imprudentemente negli ambienti lavorativi della Supertessile. Qui esse avrebbero preparato e distribuito i pasti agli operai, quasi tutti veneti forestieri, che allora vi avviavano la produzione della seta artificiale. Secondo il vescovo d’ora innanzi avrebbero dovuto contare sul lavoro per assicurarsi il sostentamento. Nello stesso tempo la salvezza delle loro anime sarebbe dipesa dall'apostolato che esse avrebbero svolto fra la gente. Le consorelle di allora avevano obbedito al vescovo. Si impegnavano nella Super-tessile, rincuorate in qualche modo da fatto che vi lavoravano anche le suore del monastero di S. Lucia. Rinaldi aveva tolto anche a quest'ultime la clausura. Tuttavia, quelle consorelle non esitarono a rimanervi, quando le compagne di S. Lucia decisero di ritirarsi. Naturalmente gli abituali benefattori non hanno mancato, allora, di far pervenire i loro aiuti. Ma non è stata carità immeritata. Le clarisse aiutavano i poveri, soccorrevano gli infermi a domicilio, e il loro stesso monastero fra convittrici, e faccende domestiche «grosse» e altre più sbrigative di ogni giorno: lavare a mano, fare il bucato, spazzare, e, stagionalmente, comprare uva, pigiarla per fare il vino e mettere il vino nelle botti, alcune capaci fino a venti ettolitri, aveva tutta l’atmosfera dell’andirivieni alacre ma bisognoso di una casa secolare qualunque. Il vescovo L. B. Migliorini, che succede a Rinaldi, su desiderio delle clarisse ripristina messa e comunione nel monastero, ma non può ripristinare la clausura. Appoggia presso il monastero parecchie operaie della Supertessile, che, infatti, vi mangiano e dormono. Spesso fa confezionare dalle suore i fazzoletti che gli scouts debbono portare al collo.
Nel 1945 la vita nel monastero è molto di preghiera, come è logico che sia in ogni caso per suore che provengono dalla vita contemplativa della clausura. I tridui e le novene dell’anno. Quando contemporaneamente ricorrono tre o quattro santi, allora tre o quattro devono essere le novene che si recitano. Ma più che altro è l’Ufficio divino in latino che occupa le menti e assorbe i battiti del cuore. Le Ore, che esso fissa per la recita delle preghiere giornaliere, cadenzano l’eterno avvicendarsi della luce e delle tenebre. V’è il Mattutino al baluginare dell’alba, seguono l’Ora terza, l’Ora sesta e l’Ora nona, tutte e tre pause in momenti tradizionalmente significativi delle attività giornaliere. Come si sa, queste ore corrispondono rispettivamente alle nove, alle dodici e alle quindici. I Vespri sono alle ore diciotto, nell’incipiente oscurità della sera, alle ventuno è la Compieta, l’ultima preghiera del giorno. Ciascuna Ora si sviluppa con un rito d’introduzione, una salmodia, costituita da nove salmi, un cantico e relative antifone, una lettura biblica, una preghiera, e un rito fmale. Le suore si alzano alle quattro e mezza di mattina per iniziare la santa giornata. Si consideri a quanto strapazzo si sottopongono. A quest'ora il Mattutino è spada che trafigge l’aria. La chiesa, dove è recitato, è gelida. Gli scaldini con dentro la carbonella, accesa dalle consorelle più mattiniere, cercano di scaldarla, ma non ci riescono. Però volontà e ardore suppliscono. Nella propria stanza una delle consorelle tiene un piccolo pezzo di carta, che ha ritagliato e piegato a mo’ di libricino. Nelle quattro facciate, che ha ottenuto, ha ricopiato con calligrafia minuta un memento chissà da dove. Lo ha indirizzato a se stessa, ma ogni sua consorella lo conosce e lo condivide:
Ogni volta che reciterò l'Angelus Domini. al primo versetto rinnoverò il Voto di Castità, al secondo il Voto di Obbedienza. Al terzo il Voto di Povertà. Intendendo di fare ad ogni respiro della mia vita, un nuovo Sagri // ficio ed una nuova Oblazione di tutta me stessa a Dio. Pregandolo a darmi grazia di essergli fedele fino alla Morte. - Nove gradi di perfezione: 1. Guàrdati da ogni peccato volontario anche minimo. - // 2. Umìliati profondamente, ma non iscoraggiarti giammai. - 3. Diffida di te stesso che niente puoi. - 4. Confida in Dio Solo, in cui tutto potrai.-5. Distaccati da ogni cosa creata. - 6. Ogni tua azione abbia un fin retto. - 7. Riconosci la volontà // di Dio in ogni evento (toltone il peccato per chi lo commette), amala, abbracciala, stringiti fortemente ad essa. - 8. Cerca in ogni cosa la maggior gloria di Dio con gran cuore, e con animo risoluto. - 9. Vivi sempre in desiderio della Patria celeste e sarai perfetto e santo.
Sicuramente lo spirito della clausura alimenta ancora la comunità. Nel periodo bellico, quando per via dell’abolizione della clausura nella Cappella del monastero non si celebravano né messe né comunioni, le consorelle hanno aperto il ciborio e, controllando la pisside, si sono accorte che rimanevano alcuni frammenti di ostie. Così, per onorare il Santissimo che ancora vi abitava e non le abbandonava, hanno tenuta accesa, senza interruzione per cinque anni, una fiammella dinanzi al ciborio. Suor Maria Margherita Di Biagio nata 1905 e Suor Maria Eletta Minati nata 1897, compaesane della giovane Domenica Di Paolo lo ricordano. «Quante candele abbiamo acceso e consumato - dicono - ai piedi di quel ciborio!». Di più, sotto i bombardamenti, il Santissimo è stato protetto con coraggio. Aperto il ciborio con l’apposita chiavetta sempre a portata di mano, le consorelle di allora prendevano la pisside e si rifugiavano all’interno delle grotte sottostanti all’edificio del monastero. Non si separavano mai dal Santissimo nonostante che le bombe, scoppiando alla loro destra e alla loro sinistra come assurdi castighi le tentassero per farle fuggire. Sono state eroiche. Ma nel monastero la forza per sperimentare il mondo è di casa. «Avrai tranquillità di mente - detta un “guanciale” che vi circola -, e quiete, pace d'anima la qual pace sarà fondata in tre cose: nella rassegnazione al voler de' superiori, nella sofferenza di tutte le cose create e nella totale conformità al voler di Dio».
D. Di Paolo, che è professa fortemente intenzionata a prendere i voti, ha vissuto il tramestio eccezionale della guerra nel suo paese, che non ha (fortunatamente) immediate comunicazioni con la strada marsicana Tufo-Leofreni: lo scoppio delle bombe e lo spostamento d'aria che spalanca le porte delle stalle, e le bestie rinserratevi, che ne fuggono verso la campagna; i duelli aerei fra apparecchi nemici sopra i pascoli di Pra’ de lla Villa, e gli spezzoni dei lontani bombardamenti che arrivano fino alle Coste ’è lle rotte dove la sua famiglia ha fissato una dimora provvisoria per stare più al sicuro; l’andare raminghi ad ogni avvicinarsi di soldati tedeschi; le facce giovani di questi e le loro richieste di cibo, e suo padre Ugo nato 1892, che, buono e cortese, li rivece affabilmente complimentandoli con il vino, che solitamente rimette di stagione in stagione per i pellegrini; lo scoppio dei ponti de La fòce di Leofreni minati dai guastatori tedeschi. Ma Di Paolo fin dall’adolescenza conserva la pratica devota di recitare il Rosario e sa cantare i Vespri in latino. A S. Lucia di Giove Rotondo nel periodo febbraio-marzo di ogni anno tutte le famiglie recitano dopo cena il Rosario. Poi, le donne, dalla nonna alla nipote, filano la canapa, e il capo di casa intrattiene i vicini raccontando la storia del Cicolano, e i reduci della guerra 1915-1918 ricordano le traversie che hanno passato, mentre non manca qualcuno che, come Carluccio Pocetta, mugnaio a Le lame, si apparta da queste riunioni per leggere libri di preghiera. Tutti, uomini e donne, sono riconoscenti a Don Benedetto Gregori di Tonnicoda, che è stato parroco di scavalco a S. Lucia. È lui che ha insegnato a cantare i vespri in latino. Quando D. Di Paolo prenderà i voti sceglierà per sé il nome di (Maria) Concetta. Sente di essere stata concepita per allietare il chiostro. Quando ella era bambina, sua zia Fortunata si affacciava alla finestra, e, sapendo di farle piacere, la chiamava e le diceva: «Vieni, ho fatto gli stroncarelli (tagliolini fatti a mano). Vieni, Mechétta (Domenicuccia)»! La chiamava, lei sola, con questo diminutivo del nome proprio.
Consorelle
* ANMem, 14, D.SLdGR, 29 settembre 2006. Utilizzo anche altra testimonianza, registrata su nastro anni prima: D.SLdGR, 14 settembre 1997
1 Sono dieci le consorelle della comunità: Maria Margherita Di Biagio di S. Lucia di Giove Rotondo, nata 1905; Maria Colomba Laureti di Colli di Pace, nata 1897; Maria Caterina Marinelli di Antrodoco, nata 1897; Maria Dolores Mazzetti di Rieti, nata 1897; Maria Eletta Minati di S. Lucia di Giove Rotondo, nata 1897; Maria Angelica Palma di Arpino, nata 1900; Maria Barbara Scasciafratte di Rieti nata 1920; Maria Teresa Signori di Antrodoco, nata 1876; Maria Candida Stucchi di Milano, nata 1899; Maria Nazzarena Tarroni di Roma, nata 1876. M. D. Mazzetti è badessa.
Luciano Sarego
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