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Diritto alla privacy
Inviato da : admin Mercoledì, 30 Aprile 2008 - 18:06
Diritto alla privacy
Da qualche anno, non si fa altro che parlare del diritto alla riservatezza, la cosiddetta privacy per intenderci.
Di questo termine si sta facendo davvero un abuso esasperando e forzando le situazione affinché tale diritto divenga un risarcimento monetario nel momento in cui viene leso.
Fin qui, tranne la quotidiana follia dell’essere umano, nulla di nuovo.
Ordunque vi racconterò un episodio a me capitato.


Mi chiamo Pasquino, uomo di mezz’età che inizia a combattere gli acciacchi del tempo, costretto aimé spesso a percorrere gli infernali gironi della Sanità…
Poco prima di Natale, mi ero riunito in un’allegra combriccola di amici per festeggiare l’anno che ci stava lasciando e fare il punto della situazione lavorativa.
Spesso accade di fare tardi, di mangiare un po’ di più, di fare qualche brindisi di troppo e di prendere un po’ di freddo…da giovani tutto è concesso, ma il peso degli anni ti rende chino ad una realtà dura da accettare ed eccomi così il giorno dopo, come Dante che percorre la «selva oscura che la diritta via era smarrita», al Pronto Soccorso dell’Ospedale S.Camillo de Lellis di Rieti.
In realtà non credo serva aggiungere altro.
Era notte il battito cardiaco accelerato, una lancinante dolore precordiale come una spada che ti trafigge il petto, si insinua nelle spoglie carni mortali: l’angoscia di una morte imminente e beffarda si insinuava dentro di me.
La corsa in Ospedale e poi… all’accettazione del nosocomio reatino un’infermiera che mi chiede il motivo per cui ero lì…come se io sapessi perfettamente la mia malattia!!! Dopo essermi stato assegnato un codice d’urgenza attendo alcuni minuti prima di entrare, data la possibile gravità della mia sintomato-logia. Vengo visitato e indirizzato in medicina. Nel frattempo però il mio nome era risuonato alle orecchie di altre venti persone circa, non so quante volte, visto che tra l’accettazione del Pronto Soccorso e la platea che era in attesa, non c’è un minimo di separazione.
Il mattino seguente, armato del mio bel pigiama, della mia vestaglia, pantofole e armato dei miei fedeli occhiali da vista, mi portano a fare la visita nei poliambulatori. Lì una ulteriore amara sorpresa: pazienti ambulatoriali fram-misti a pazienti ricoverati… gente con la flebo appesa, chi con l’ossigeno, chi munito di catetere, belle signore impel-licciate, bambini, signori ben vestiti, signori sudici come la metropolitana di Roma, insomma una sorta di piazza dove c’era di tutto!!!
Esce fuori un omino basso e tarchiato, un po’ calvo che con voce stridente dice: «Pasquino».
Io non sento bene, perché il vociare sovrasta la sua persona e lui quindi, stile megafono ripete il mio nome e cognome con relativa data di nascita, visto un caso di omonimia cosicché se prima ero stato riconosciuto solo da alcuni amici, ora sapevano tutti chi ero!!!
Mio caro Direttore, mio caro garante della mia intimità personale, ma la mia privacy non le sembra violata???
Domando, se invece di mescolare ammalati a persone esterne che vengono anch’esse a fare una visita, non sarebbe più semplice visitare le une e le altre in orari diversi della giornata e soprattutto, non si potrebbero assegnare dei numeri come dal panettiere, così si eviterebbe di sapere il nome della persona lì presente???
Avete speso migliaia di euro per fare un parcheggio che neanche nei kit di montaggio Lego è così complicato, non si potrebbero spendere pochi euro per garantire il mio diritto di essere umano.
Con osservanza e fiducioso in un positivo riscontro, Pasquino.
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