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Intervista con Augusto Angelucci
Inviato da : admin Lunedì, 05 Maggio 2008 - 18:36
Com’è bella Rieti vista da San Diego (e viceversa)
Intervista con Augusto Angelucci
di Flavio Fosso
Si  è da poco chiusa la Mostra  meritoriamente dedicata dalla Fondazione Cassa di Risparmio ad Arduino Angelucci.
Con grande partecipazione, diremmo cosi’ emotiva, il  curatore artistico della Mostra, Franco Bellardi, ha saputo rappresentare il messaggio pittorico dell’autore, nel suo costante divenire, cosicché la Mostra, pur nella necessaria sintesi (ad esempio non ha stato riportato il pregevole affresco, raffigurante una Pietà che sovrasta l’ingresso della cappella Ricci al cimitero di Rieti) può essere giudicata altamente rappresentativa.


Comprensibile quindi il successo di critica e di pubblico che la Mostra ha avuto, ottenendo altresì il consenso molto partecipato della famiglia del pittore. Purtroppo all’appuntamento è mancata la presenza del figlio, architetto Augusto Angelucci, che non ha potuto far combaciare i suoi molteplici impegni con le date della Mostra, nonostante che la chiusura, data la continua affluenza di visitatori, sia stata rinviata fin quasi alla fine di febbraio.
 Angelucci, infatti, vive a San Diego, in un quartiere residenziale sulle colline di  La Jolla,  un riuscito esempio di architettura moderna, inserita in un contesto naturalistico di prim’ordine reso tale dal lavoro dell’uomo che ha trasformato il preesistente deserto californiano in un’oasi di verde e di vitalità.
Inutile soffermarsi qui sulla scorrevolezza del traffico di San Diego; sulla pulizia della sue strade; sulla particolarità di un aereoporto a contatto di gomito con il centro della città e il  porto, dove fa bella mostra di sé la portaerei Midway trasformata da straordinario strumento bellico in museo navale; sui grattacieli sfavillanti di luci mentre il sole si spegne nell’acqua fredda del Pacifico.
«Le strade qui da noi sono pulite – dice Angelucci seduto su uno sgabello in legno chiaro della sua cucina da cui si gode, la  vista della baia nord di San Diego – perché gli americani considerano come  proprietà personale il bene comune, per cui ci tengono a tenerlo pulito, come fanno per l’interno delle loro case. Un concetto diverso da quello che hnno gli italiani, e quindi anche i reatini, i quali lucidano le proprie residenze, ma non sempre si curano dell’esterno delle case e talvolta disseminano strade e parchi di cartacce ed altro ancora».
«Parlando di Rieti – continua – voglio ringraziare la Fondazione Cassa di Risparmio per aver organizzato la Mostra delle opere di mio Padre che come mi è stato detto è risultata rimarcabile, non solo per la qualità delle opere esposte, ma per il contesto in cui è stata inserita. Un grazie particolare debbo rivolgere al presidente della Fondazione avv. Inno-cenzo De Sanctis, al curatore artistico, il pittore Franco Bellardi e a tutti i loro collaboratori».
«Il mio ringraziamento ha un valore ancora più importante e profondo – prosegue Angelucci con una voce ora dal tono fermo – perché fino a questo evento nessun’altra istituzione reatina aveva sentito il desiderio di commemorare e onorare mio padre e le sue opere. Colgo questa occasione per mettere la cittadinanza a conoscenza del fatto che durante gli ultimi ventisei anni, seguendo l’espressa volontà di nostro Padre io e le mie sorelle Sandra e Zeffi, abbiamo più volte comunicato verbalmente agli amministratori, la nostra intenzione, di donare al  Comune di Rieti molte delle sue opere. Questo nostro desiderio è culminato anni fa con la decisione di stilare  un documento di donazione firmato da tutti gli eredi Angelucci,   consegnato al sindaco e all’assessore alla cultura del tempo. Da allora nessuno si è degnato di risponderci.È mia impressione che alcune personalita’ reatine non reputino mio padre abbastanza qualificato da essere esposto nel Museo del Comune di Rieti. Ma al di là di ogni giudizio estetico, quanti pittori sono comparabili ad Arduino Angelucci per qualità e quantità di produzione in campo nazionale? Come mai al momento della selezione degli autori e delle opere da esporre nel Museo di Rieti di questo artista è stato completamente ignorato»?
Vediamo ora come si trova un reatino a San Diego e cosa prova ogni volta che, almeno per tre mesi l’anno, torna alla sue radici?
«La mia esperienza californiana, unita alla conoscenza della lingua inglese risiede in una parte della mia mente diversa da dove è registrata la memoria della mia esperienza italiana. Io penso – ci scherza su Angelucci – che quando vengo in Italia l’attività dei miei neuroni si trasferisce dalla parte inglese a quella italiana. Cosicchè senza alcun trauma da americano divento italiano e viceversa sentendomi perfettamente a mio agio in questa o quella situazione. Quindi, a Rieti mi trovo molto bene, ma altrettanto mi accade a San Diego che considero una delle città più vivibili al mondo».
Augusto Angelucci è nato a Roma ma dagli  otto ai diciotto anni è vissuto a Rieti, per tornare a Roma quando, si è diviso tra Università e prime esperienze di lavoro. Da qui il salto a Parigi, la laurea in architettura all’Ecole des Beaux Arts, i primi successi accompagnati sempre dall’ansia del nuovo.
«Il desiderio di ammirare il Golden Gate di S. Francisco, generato dalle foto che mi mostrava in classe la maestra Campanelli, che tanti reatini ricordano, e di cui mi interessavano i criteri costruttivi, mi indusse a restare in America  – dice Angelucci – e non ritornare per lavoro a Parigi dove pure avevo avuto buone possibilità e soddisfazioni. In America sono stato attratto ed ho apprezzato lo spirito di libertà e di uguaglianza dei cittadini di questo paese senza discriminazioni di provenienza o di origine e la possibilità da parte di ciascuno di sviluppare sogni e progetti.
Questo è il paese dove teorie e intuizioni possono essere realizzate».
 L’architetto italo-franco-americano, con idee proprie  nuove e particolari si getta a capofitto nelle costruzioni, prima a San Francisco poi a San Diego una città che viveva, verso la fine degli anni Sessanta, un momento di grande espansione e sviluppo economico.
«San Diego per venti anni dal 1969 al 1989, è cresciuta al ritmo di cinquan-tamila persone l’anno passando da una popolazione di circa 400 mila abitanti ad un milione e mezzo.
La mia intuizione che mi ha sempre permesso di precedere gli alti e bassi dell’economia, l’approfittare di nuove situazioni sociali, il percepire il futuro sviluppo della città insieme con un intenso lavoro, sono state le ragioni del mio successo. Lo scopo della mia attività è stata di creare un’architettura di carattere sociale. Il mio piacere non è vedere i miei progetti pubblicati nei libri di architettura, ma è il sentire il brusio delle famiglie che vivono nelle mie costruzioni. Esse statiche intorno ad un mondo vitale».
La conversazione è finita. Augusto Angelucci ora è di nuovo in Italia con la moglie Colleen e con la figlia Erina (il figlio Luigi è a San Luis Obispo a perfezionarsi nella Studio della Costruzioni).
In Italia egli come sempre si dividerà tra viaggi ed incontri con gli amici. Dopo aver ripreso la nazionalità italiana si sta occupando delle pratiche relative alla figlia Erina che desidera anch’essa la doppia nazionalità. Insomma un piccolo bagno nella burocrazia italiana che non fa mai male.
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