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Gli uomini della Montagna
Inviato da : admin Sabato, 28 Giugno 2008 - 11:20
Terminillo
Gli uomini della Montagna
Per raccontare la loro storia è necessario iniziare il nostro racconto partendo da una memoria che ci proietti molti anni  addietro quando la montagna era sinonimo di fatica, disagio, freddo, pericolo, ma anche fonte di sostentamento per molti valligiani e le loro famiglie. La parola «sostentamento» è il termine per indicare, più propriamente, il provvedere alle minime necessità essenziali di un focolare, spesso composto da molte bocche da sfamare per sconfiggere, almeno in parte, l’indigenza di quei tempi, ormai dimenticati dalle nuove generazioni.


Parlo di una montagna dove le strade erano sentieri e mulattiere, dove i mezzi di trasporto erano muli, asini e le stesse spalle dei montanari, dove il riparo dalla pioggia e dalla neve era una giacchetta. Ma  erano uomini forti, duri, resistenti a tutte le fatiche e ingegnosi perché spinti dal bisogno. Era una vita severa, ma rallegrata dal canto e dall’eco che si diffondeva nelle vallate ritmato dal passo cadenzato dei boscaioli e degli zoccoli dei muli. Il canto aveva anche la funzione di far sapere agli altri esseri umani «io ci sono» e monito difensivo per spaventare i lupi che all’epoca erano molti e in branco. Certamente spaventare i lupi e tenerli lontano dagli stazzi era la primaria preoccupazione dei pastori, i meno poveri nel contesto economico locale ed i più presenti in quota nella bella stagione insieme a carbonari e boscaioli. In questo periodo estivo anche la fienagione portava in montagna i molti titolari di «Uso Civico» che falciavano i prati loro assegnati in attesa poi che il fieno fosse pronto per essere trasportato a valle. Così ebbe inizio la conoscenza del Terminillo,non ancora con l’escursionismo, bensì con i raccoglitori di legna, di funghi, di ronaci e di tutti i frutti che il Padre Eterno dispensava per integrare diete molto frugali o al massimo una vendita per qualche soldo in più. A nominare questi veri pionieri si dovrebbe ricorrere alle anagrafi del regno Borbonico, ma i ceppi familiari sono ancora quelli: fra Lugnano, Lisciano, Vazia, Cupaello, Madonna del Passo sono molti i  Mazzilli, i Faraglia, i Fabri, gli Angelucci, i Caloisi, i Rossi e i Munalli,  mentre a Cantalice si tramandano i Santacroce, i Patacchiola, i Gentile e i Tavani. A Micigliano, il comune più alto (di poco superiore ai mille metri e meno di 180 abitanti) decimato dall’esodo verso le  pianure, risiedono ancora i Corradetti, i D’Angeli, gli Orfei e altri. Ma ormai la montagna stava sostituendo la propria immagine antica con quella del turismo. Tramontava il tempo delle prime ascensione a dorso di mulo, ma fu proprio questa «scomodità» a sensi-bilizzare ed incentivare un sempre più allargato movimento di opinioni, inclusi personaggi altolocati, che convinse Benito Mussolini a pensare ad un polo montano attrezzato per gli sports invernali in alternativa al polo marino di Ostia ( vedi il n° 1/ 2005 di Orizzonti) La costruzione della strada Lisciano-Terminillo fu una manna per i disoccupati dei borghi pedemontani. Si racconta che fu assunto un numero tale di lavoratori (secondo una diceria popolare di allora) che uno diceva all’altro : «scànsate, famme da’ una picconata pure che a mi!». Terminata quest’opera, considerata ancor oggi una delle migliori strade di montagna di Europa, iniziarono a transitare autovetture e «torpedoni» di sciatori. Il traffico, intenso del sabato fascista e della domenica,  creò  un nuovo tipo di lavoratore «part-time»: il «montatore di catene». Quanti degli attuali settantenni e più, raccontano delle ricche mance ricevute e delle emozioni di avere conosciuto personaggi famosi, impauriti ma grati, per essere stati «salvati» dalla tormenta da questi forti uomini della montagna grazie ad un  paio di rudimentali catene per auto! In quegli anni, stiamo parlando di quelli precedenti il 1940, gli inverni erano più lunghi e le nevicate talmente abbondanti da creare un’altra fonte di lavoro, quella degli spalatori per coadiuvare gli spazzaneve dell’A.N.A.S, molto efficienti, ma cingolati e quindi lenti. Erano gli anni dove le braccia ed il sudore erano gli strumenti di lavoro più ricercati per sbancare metrate di neve dalle strade e dai piazzali. Nei documenti fotografici degli anni ’40 non era raro vedere spalatori all’opera sotto muraglie di quattro metri di neve e oltre! Ber-nardino Faraglia, gestore del vecchio garage R.A.C.I. di Pian de’ Valli, pala in mano, aveva un bel da fare a tenerne agibili le entrate! Poi, per la costruzione dei primi impianti di risalita, la funivia (1935-1938) e la sciovia delle Carbonaie (1939-1940), Termi-nillo si riempì di operai, locali e importati dal Friuli e dal Veneto che, con le proprie mani, scalpelli e mazzette, tagliarono la pietra a misura per farne i più artistici muri che ancora oggi si possono ammirare negli esterni degli edifici più antichi. Scriveva mia Madre in quel periodo: «lasciata senza rimpianti la mia Bologna, affittammo una villetta a Lisciano,ma quando le serate erano particolarmente gradevoli e con la luna, ci fermavamo a pernottare in una delle nuove baracche, odorose di legno, preparate per accogliere gli operai reclutati per la costruzione della funivia». Questo vero e proprio villaggio in legno, era distribuito sia nella valletta che lungo l’attuale via dei villini (allora era solo un viottolo) in Pian de’ Valli. Con l’entrata in esercizio dei due impianti già citati nasce l’esigenza di  trovare e formare una nuova categoria di lavoratori quali manovratori, «fattorini di vettura» per la funivia, bigliettai, elettricisti, addetti alle sciovie, tutti ben forniti di buone braccia e di schiene robuste per sbancare la neve in eccedenza e preparare le piste di risalita delle sciovie. All’epoca non esistevano gatti delle nevi o altre attrezzature, ma solo le pale. Con la crescita del numero di sciatori e delle loro capacità nascono altre piccole attività occasionali. Alcuni valligiani frequentavano il campetto dei «cannibali» (l’odierna valletta ), i  cosiddetti  principianti, offrendo loro la sciolinatura per impedire allo sci di legno di incollarsi alla neve. A questo scopo adoperavano pezzetti di tavolette di «argentata», residui di  sciolina che Gigetto Faraglia  regalava. Altri, come il famoso «Portare?», offrivano le proprie spalle agli sciatori più evoluti per accompagnarli e trasportare varie paia di sci  fino al rifugio Umberto Primo sul Termi-nilletto dove non esistevano ancora impianti. Con la nascita della stazione turistica  iniziò la costruzione di ville, alberghi, rifugi, negozi impianti e strade. Da tutti i paesi pedemontani, quanti paesani hanno lavorato e lavorano al Terminillo! Molti ci hanno lasciato, come le prime guide e tanti altri dei quali è dovere di tutti mantenere viva la memoria, mentre altri veterani sono ancora in ottima forma e in un prossimo articolo ci racconteranno le loro esperienze, tessere del mosaico terminillese la cui storia si va a coniugare al grande patrimonio storico-culturale del nostro territorio.
di Franco Ferriani
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