Orizzonti ieri, oggi e domani | Home | News | Cerca | Web Links | Raccomandaci | Invia News 
25 Giu 2017   20:59
Il giornale dell'Amministrazione Beni Civici di Vazia
Menu principale
On-line

Ci sono 2 visitatori e
0 utenti on-line

Sei un utente non registrato. Puoi loggarti qui.

Login

 Nickname

 Password

 Ricordami


Lingue

Scegli la lingua:

Castelfranco e dintorni
Inviato da : admin Sabato, 28 Giugno 2008 - 11:28
Castelfranco e dintorni nella visita Apostolica del 1574
La vigilia di Natale del 1573 si apre in cattedrale la Visita Apostolica, che poi si sarebbe conclusa nella primavera dell’anno successivo. Era detta apostolica perché il visitatore incaricato non era il vescovo o l’ordinario diocesano, ma un prelato mandato dal papa e investito di poteri straordinari. In questo caso l’inviato era Pietro Camaiani, vescovo di Ascoli Piceno.



Dopo il giro per le chiese della città, il 22 gennaio 1574 uno dei convisitatori si presenta improvvisamente a Castelfranco. Trova che la parrocchiale di S. Giovanni Battista era in condizioni piuttosto precarie. Perciò le cose da fare erano molte: sistemare meglio il tetto e fare in modo che non vi piovesse, tirare a calce le pareti e imbiancarle insieme con l’arco sopra l’altare, finire di mattonare il pavimento vicino alla porta e sistemarlo meglio nella parte verso l’altare. Bisognava anche restaurare le pietre che chiudevano le due tombe comuni sotto il pavimento e che venivano alzate ogni volta che vi si calava un defunto. Una era semidistrutta e l’altra piuttosto malconcia. Era necessario sistemarle bene sia per il decoro della chiesa che per evitare il fetore che poteva provenirne, specie d’estate..
La chiesa aveva otto altari: il maggiore andava ampliato; degli altri sette, molto piccoli e brutti, oltre che troppo vicini tra loro, alcuni erano da demolire, altri da ingrandire alquanto, rendendoli più decorosi e provvedendoli del necessario, ossia almeno di due candelieri con in mezzo la croce, tovaglie e pedana o sgabello per i piedi del celebrante. Tutto questo entro la metà dell’entrante quaresima. Finché non si farà quanto prescritto, sia vietato a chiunque celebrarvi, pena il carcere e la sospensione a divinis. Ciò valeva tanto per i privati che avevano titolo su quegli altari, quanto per le confraternite di S. Giorgio, di S. Giovanni Battista e dell’Annunciazione, che avevano ciascuna un altare. Anche queste pie associazioni dovevano tutto eseguire prima di Pasqua. I loro altari, anzi, andavano senz’altro rimossi e demoliti. Ad esse, inoltre, non essendovi in paese la confraternita del SS.mo Sacramento, ordina di accompagnare a turno, con torce, il sacerdote quando usciva in cotta e stola per portare il viatico agl’infermi, pena l’interdetto di entrare in chiesa e la loro soppressione o scioglimento. A questo scopo dovevano provvedersi di una lanterna da portare accesa davanti al sacerdote recante l’eucaristia.
Anche circa la custodia dei sacramenti la chiesa lasciava alquanto a desiderare. Il SS.mo si conservava dentro uno stipetto infisso nella parete dell’altare maggiore. Ordina di mettervi almeno una tavoletta di legno sotto e di foderarlo con un panno di seta. Per le particole si faccia una pisside d’argento e quella al momento in uso, in parte di rame e in parte d’argento, si adoperi per portare la comunione ai malati.
Ma la cosa più grave è che la lampada davanti al SS.mo fu trovata spenta. Il visitatore, un po’ malignamente, pensa che ciò si pratichi abitualmente e di proposito per risparmiare l’olio. Se infatti vi fosse giunto con preavviso l’avrebbe trovata accesa. Ma essendovi arrivato all’improvviso, ha potuto scoprire la magagna.
Il fonte battesimale non si presentava del tutto in regola: ordina perciò di apporvi sopra una piramide di legno, aggiustare meglio il luogo dove si trovava, ornarlo e chiuderlo; i vasetti degli oli sacri (che probabilmente erano di terracotta) ordina che si facciano di stagno e quello degli infermi si tenga separato dagli altri, riponendoli in due diverse finestrelle chiuse a chiave.
Molto da fare vi sarebbe stato anche quanto a paramenti e suppellettile sacra, ma, data la povertà del luogo (ob paupertatem loci), ordina solamente di fare una nuova casula bianca per Pasqua, se non di seta almeno di dobletto di Fiandra o di saia o mocaiallo, e una rossa simile per Pentecoste; inoltre per metà quaresima si faccia restaurare almeno uno dei due calici. A tutto questo dovevano collaborare i fedeli, pena l’interdetto di entrare in chiesa.
Al momento la parrocchia era senza curato. Mancava da quattro anni, durante i quali si erano succeduti vari cappellani inviati dal vicario generale di Rieti. Da sette mesi vi officiava un certo don Ovidio Marti (Marzi, Marci) di Poggio Catino, diocesi di Sabina. Il paese contava 90 famiglie, vale a dire sui 450/500 abitanti. Al parroco entravano ogni anno 25 quarti di frumento, parte dalle collette e parte dalle famiglie, ciascuna delle quali era tenuta a darne una prebenda. Ciò era sufficiente per mantenere un prete. Ma andràanche meglio in futuro – osserva il visitatore - se, in aggiunta al grano, si darà anche una certa quantità di vino (aliquam portionem vini), come dovrà avvenire d’ora in avanti. Per trattare di ciò e di altro il visitatore convoca a Rieti i massari di Castelfranco e i santesi della chiesa, con i quali rivedrà anche i conti del quadriennio senza parroco. Intanto, a causa di un periodo di vacanza così lungo – nota il visitatore - il diritto di nomina del parroco di Castelfranco non spettava più al vescovo di Rieti ma alla Sede Apostolica, ossia a Roma.
Infine, ordina a don Ovidio si presentarsi l’indomani a Rieti per essere esaminato e per altro ancora e per sentire le decisioni da prendere.
Dopo la visita alla parrocchiale, passa alla chiesa di S. Caterina (da Siena). Era un oratorio senza tetto e ridotto talmente male da apparire quasi un vestigio (vestigium quoddam oratorii Sancte Catharine). Spettava ai frati di S. Agostino di Rieti. Si diceva che per il suo ripristino vi era un lascito di 50 scudi. Si ordina al vicario generale d’imporre ai frati, che sinora non l’hanno fatto, l’esecuzione del legato, pena le censure previste dalle facoltà conferite ai visitatori apostolici.
Lo stesso giorno, uscendo da Castel-franco, va a visitare una cappella detta L’Immagine di Villa Franca. La ritiene assolutamente indegna. Ordina, perciò, di demolire l’altare ivi costruito e vieta a chiunque, preti e frati, di celebrarvi, come era stato praticato fino ad allora, pena la sospensione a divinis e il carcere.
Avviandosi quindi verso la Foresta, non lontano da Castelfranco, visita la chiesa senza cura d’anime o beneficio semplice di S. Tommaso, detta volgarmente di S. Tomeo (come ricorda l’odierna Via S. Tomeo). L’edificio era piccolo (exigua fabrica) e in pessimo stato. Ordina di rinnovare il tetto in modo che non ci piova, mattonare o almeno lastricare il pavimento, nel quale si aprono delle tombe, il che stava a significare che in passato questa chiesa era unita alla parrocchiale di S. Giovanni Battista, da cui era stata smembrata, pare, da circa 40 anni, non senza evidente pregiudizio per la cura delle anime di detto castello, al quale andava riunita per costituire un patrimonio sufficiente per il sostentamento del parroco.
Le cose da fare erano parecchie: ampliare l’altare, consolidare la parete alla quale poggiava e ornarla con pitture (sacris imaginibus in pariete depingendis), fornirlo del necessario per la celebrazione della messa, anche se vi si celebra solo una volta l’anno, nel giorno della festa di S. Tommaso. Tutto questo per la prossima Pasqua. Non vi erano paramenti né suppellettile sacra, benché la chiesa avesse rendite in vino ed altri frutti, goduti da don Pietro Cappelletti, che ne era il titolare. Il visitatore gli ordina, pena la sospensione a divinis, di provvedere la chiesa del necessario, assicurarsi che sia chiusa a chiave, specie di notte, perché non vi entrino animali, di cui vi sono evidenti tracce, e che si cessi dall’abuso di accendervi il fuoco.
Di qui, proseguendo attraverso il bosco, giunge alla chiesa e convento della Foresta, dove una volta stavano i frati minori di S. Francesco detti li Chiarini, che al tempo di Pio V furono espulsi da questo come da altri conventi. Lo trova vuoto e affidato in custodia a un laico, che raccoglie i frutti del bosco e dell’oliveto per la mensa vescovile, alla quale era stato unito. Ma osserva che ciò non è lecito senza il permesso della curia romana. Perciò diffida il vescovo dal percepirne le rendite per il futuro finché la Santa Sede non lo autorizzerà, anzi dovrà rendere conto di quanto già percepito ed applicarlo a beneficio del pio luogo o erogarlo in elemosine ai poveri.
Conclusa la visita, restava da esaminare il cappellano e da incontrare i santesi e i massari. Don Ovidio viene esaminato il 25 gennaio: risulta che sapeva leggere bene, capiva mediocremente il latino e non era sprovveduto quanto alla cura delle anime; potrà perciò esercitare dovunque purché in futuro, come ha già cominciato a fare, si dedichi allo studio delle materie ecclesiastiche e sacramentali, acquisti un catechismo, che al momento non aveva, e un manuale dei sacramenti. Possiede tuttavia una summula di casi di coscienza, sui quali dovrà esercitarsi. Tuttosommato don Ovidio era un prete idoneo.
L’incontro con i santesi e i massari scivola al 30 gennaio. Essi non sono in grado di rendere esatto conto dei quattro anni trascorsi senza parroco fisso, ma confessano d’aver sempre dato al prete ogni anno 25 quarti di frumento. Poi, ascoltata la lettura di quanto si ordinava nella visita, si dicono pronti ad eseguire tutto a puntino, ma, in considerazione delle poche risorse disponibili al momento, chiedono che si proroghi la scadenza degli ordini alla prossima mietitura. Alle confraternite il prelato ordina di astenersi da pranzi, rinfreschi e da quant’altro di profano praticavano nelle feste S. Giovanni Battista, di S. Giorgio e dell’Annunziata.

AVRi, Visitatio Apostolica 1573-74, cc. 83v-84, 89-91, 140; Di Flavio, Condizioni di vita di un convento reatino nel secolo XVI (da un inventario del 1569 di S. Maria della Foresta), «Archivio della Società Romana di Storia Patria», 106/83, 323-41; Id., La diocesi di Rieti nell’epilogo della Visita Apostolica del 1573-74, in «Il Territorio», III/1, 1987, pp. 31-47; Id., Il vescovo di Rieti card. Marcantonio Amulio e le Costituzioni sinodali del 1566, Rieti 1993, p. 174, n° 59.

CASTELFRANCO
Immagine di Villafranca: 1574 capp prope castrum indegna
S. Callisto: 1577 don Grifonio Peccatori rector eccle ruralis S. Calisti de Cfo (PSA 6, 1577, c. 292v)
S. CATERINA di - era membro di S. Agostino di Ri (P. G. Fratta 1570, c. 193). 1574 or spettante agli agost di ri, scoperchiato; 1781 in medio castri della fa Canali di Ri che la possedeva almeno dal 1608 come ricorda un’iscriz  (7800718, 29-3°)
S. Gio ba, 1574 parr con le confr S. Giorgio, S. Gio Ba e Annunciaz, fonte batt, fa 90
S.Tommaso/Tomeo, fuori Cfranco, Vis.Ap.c.83 in pessime condiz. 1762 assegnato un censo al bs di S. T in ecclesia rurali sub eod titulo existenti in territorio castri Franchi» (nr D. catenacci 1761-62,  1781 prope et extra et precise prope villa francam.

MONTEGAMBARO
S.Callisto, Pb, parrle di Mg che forse stava dentro e restò dir con lo stesso castello (prima del 1342, quando Mg si fortificava dai reatini contro i regnicoli); nel 1362 su commissione del vesc. di Ri fu concesso con S. Nicola de Arenario (forse il n 28) in ben a Franc di Pie di Simeone di Ri da Andrea Catalli di Ri VII G 16 (LAT.1,295). 1398, 26; 1475
S.Margherita, 1398,28- 1438-74
S.Nic di, 1398,28; 1438-74
S.Silvestro de, 1438-74

chiese: S. Callisto di MG 1182, 1398, 1438 forse dentro il castello e distrutta con esso; S. Caterina dentro CF 1614, 1853, S. Gio Ba parr 1614-rovinata dal terr del 1898 fu ricostruita e ribenedetta da vesc Quintarelli –1993 restaurata, S. Silvestro di Mg 1398, S. Tom di Villafranca (o S. Tomeo) nei pressi del voc Biscottino 1182.
di Vincenzo Di Flavio
Stampa la pagina Invia l'articolo ad un amico
 
Link correlati
Vota l'articolo
Questo articolo non è stato votato