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Acaia e Costadora
Inviato da : admin Sabato, 28 Giugno 2008 - 11:30
Acaia e Costadora nei racconti delle origini
Il 2 aprile dell’anno 568, lunedì di Pasqua, i Longobardi si mettono in marcia;  guidati da re Alboino lasciano le loro sedi al di là delle Alpi e calano in Italia; rappresentano l’ultima grande ondata d’invasori germanici, la più aggressiva e «barbarica»; il loro arrivo segna veramente la fine dell’Antichità.


La civiltà romana, che aveva amato le città ben ordinate, le grandi ville e i villaggi della pianura, serviti da comode strade, riceve il colpo di grazia. Già da tempo è in atto un forte calo demografico, sono in crisi le grande aziende agrarie, vanno in rovina le strade, i fossi, le opere pubbliche; le acque, non più controllate, vagano per la piana, diffondendo febbri malariche.
Il nostro territorio non fa eccezione; pochi anni fa, alla Madonna del Passo, vicino Vazia, scavi archeologici hanno riportato alla luce l’impianto di un vicus, un villaggio d’epoca romana, abitato dal II secolo a. C. fino al VI secolo d. C., un tempo lunghissimo, che comprende quasi l’intero corso della civiltà romana nel Reatino. Probabilmente, con la fine del periodo romano, le nostre popolazioni lasciano la pianura, insicura e soggetta a scorrerie di genti ostili, per attestarsi in luoghi più elevati, sui dossi e sui crinali, percorsi preferiti delle nuove vie di comunicazione e meglio difendibili.
Il massiccio del Terminillo, con i suoi pascoli, i boschi, i fontanili, non ostacola l’insediamento; i versanti Sud e Ovest, meno ripidi, ben esposti, permettono lo sviluppo di una economia agricola e silvo-pastorale; il clima, più caldo dell’attuale,  ne favorisce la sopravvivenza.
Purtroppo i documenti storici per questo periodo sono scarsi e incerti. Dopo l’anno Mille la documentazione si fa più abbondante e mostra che è in atto un forte sviluppo demografico; la produzione deve aumentare per sostenere la popolazione accresciuta. Si mettono a coltura nuovi terreni, anche impervi, si sfruttano ancora di più i boschi, col loro prezioso legname. L’allevamento, la pastorizia e i commerci collegati a queste attività sono i pilastri dell’economia. I versanti collinari e montani appaiono popolati fino ad altitudini notevoli; nascono decine di paesi, spesso fortificati, anche per la presenza nelle nostre terre, dal XIII secolo, del travagliato confine tra Regno e Stato.
Recentemente Roberto Marinelli, nel suo volume Malinconiche dimore, ha censito un numero elevatissimo di insediamenti medievali fortificati del nostro territorio, castelli, fortezze, torri, oggi distrutti o abbandonati. Ne emerge davvero l’immagine di un territorio di ferro in un’epoca di ferro.
Perché questi villaggi furono abbandonati?
Poche le distruzioni radicali, a causa di guerre o scorrerie, di cui si conservi memoria. È il caso di Butrio, situato a meno di 2 km da Cantalice, verso Rieti, nel luogo che ancora ne porta il nome, con qualche rudere; parteggiando per Rieti, durante le lunghe lotte che opposero i due centri, viene distrutto dai cantaliciani negli anni 1463-64. Ancora oggi a Cantalice ricordano l’impresa e sopravvive il detto Se Rieti non dà pace guarda Butrio come giace.
Nella maggior parte dei casi l’abbandono avvenne perché erano cambiate le condizioni, economiche o politico-militari, che ne avevano provocato la nascita e permesso la sopravvivenza; i paesi più in alto certamente furono abbandonati anche per l’inasprirsi del clima, dal secolo XIII in poi, fino a giungere alla cosiddetta piccola glaciazione del XVII secolo, che fu mortale per tanti paesi d’alta quota.
 Il territorio si ristruttura: gli abitanti dei siti in crisi vanno a “rifondare” altri paesi, più solidi e meglio posizionati. Ancora oggi negli abitanti rimane il ricordo di questi trasferimenti, rievocati come eventi leggendari, quasi mitici; tutte queste favolose memorie sottolineano due caratteristiche per i nuclei di provenienza: sono in alto e sono i più antichi. I documenti non confermano queste sicurezze: non tutti i villaggi abbandonati sono a quote elevate, né sono tutti più antichi dei paesi dove gli abitanti si trasferiscono. Probabilmente, in origine, da paesi ben attestati a quote medie o basse partirono tentativi di colo-nizzazione delle terre alte; quando poi, dopo molto tempo, si ritornò a quote più basse, questo fu visto come una nuova fondazione.
A Lisciano e Lugnano una radicata tradizione racconta che due misteriosi villaggi, Costadora e Acaia, avrebbero dato origine ai due paesi attuali; la calata sarebbe stata imposta da necessità di difesa; si narra di rapimenti di donne da parte di selvatici pastori transumanti, di continue violenze che avrebbero indotto gli abitanti a insediarsi a quote più basse, in nuclei più consistenti e sicuri.
Costadora sorgeva nei pressi di Pian de’ Rosce; il sito, che ancora ne porta il nome, registrato dalle carte I.G.M., rivela notevoli tracce di costruzioni. Sembra che qualche decennio fa, durante lavori di sistemazione dell’area, siano emersi resti scheletrici umani, provocando grande sconcerto tra gli operai.
Più enigmatica Acaia, che s’annidava in alto, tra le vallate a Est di Monte Lugnano: né carte topografiche né altri documenti la nominano. Acaia, strano nome per un ipotetico, minuscolo insediamento di montagna. Come si può spiegare?
Ricordiamo che dal 1278 re Carlo I d’Angiò e i suoi discendenti, che regnavano sui nostri territori, erano anche titolari del Principato di Acaia, signoria dell’impero latino d’oriente, sorta in Grecia, nel Peloponneso, durante la quarta crociata.
Oggi in provincia di Lecce esiste un’altra Acaia; è il vecchio paese di Segine che nel 1285 venne dato in feudo dal re di Napoli alla famiglia Acaya, originaria del Principato, ricevendone il nuovo nome.
    Anche in quei secoli  i nomi  dei paesi non nascevano tutti  da riferimenti immediati al luogo o da vecchie tradizioni incontrollabili; per la nostra Acaia è possibile che qualche personaggio, in possesso di un certo grado di cultura (un funzionario regio, un ecclesiastico, un grande proprietario informato sui fatti politici del Regno) abbia voluto dare quel nome, allora certo d’attualità, a un piccolo nuovo insediamento sui monti ai confini del Regno, che poi non ha avuto grande fortuna; è un’ipotesi forse stravagante che, però, non va, a parere mio, subito scartata.
    Altra stranezza: a 6 km dalla Acaia pugliese, sulla costa adriatica, sta un  paese chiamato San Cataldo; singolarmente, non lontano dalla nostra Acaia sorgeva un tempo un villaggio dello stesso nome (vedi: A. DIONISI, San Cataldo pochi metri quadrati di storia, Roma 2005 e anche Orizzonti, a. II, n. 3); solo una semplice coincidenza? Forse; ricordiamo, però, che il culto di questo santo irlandese, ritenuto vescovo di Taranto, dopo il ritrovamento del corpo nel duomo della città pugliese, nel secolo XI, si diffuse rapidamente in tutta l’Italia centrome-ridionale grazie anche al forte sostegno dei regnanti d’allora.
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