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Estate tempo di transumanza
Inviato da : admin Lunedì, 24 Novembre 2008 - 11:32
Estate tempo di transumanza
Abbiamo ricevuto e pubblichiamo la testimonianza del Signor Nello Chierichetti di Micigliano sulle antiche usanze di pastorizia degli anni 1940-50
Nel 1943, essendo appena divenuto dipendente dell’azienda Pinzari di Roma, iniziai a praticare il mestiere di pastore. Tutte le Nestati sul finire del mese di maggio, partivamo a piedi da Roma con il gregge con destinazione Monte Terminillo. All’epoca non eravamo attrezzati come i pastori di oggi, quindi dormivamo sul prato accanto al gregge. Per non accusare il freddo della notte eravamo soliti sdraiare sotto di noi tre pelli di pecora e sopra un paio di coperte.


La situazione si faceva molto più difficile quando il tempo non ci assisteva, infatti in caso di pioggia eravamo costretti a rimanere seduti su di una pietra per poterci riparare con gli ombrelli senza quindi poter dormire. Anche il cibo in quel periodo scarseggiava e la dieta del pastore consisteva in pane e formaggio.
Il cibo era quasi sempre questo, tranne le rare volte che scendevo a valle per fare la spesa nel negozio situato a Madonna del Passo  di Arcangelo Lucarelli. Essendo molto giovane all’epoca dei fatti, facevo molta tenerezza a sua moglie Nella Campanelli la quali mi accudiva quasi come un figlio dandomi la possibilità di cambiarmi con i vestiti che mi metteva  a disposizione e  provvedendo a lavare i quelli che avevo indossato in precedenza, i quali mi venivano restituiti alla visita successiva al negozio.
La transumanza terminava nel mese di ottobre e si ripartiva con il gregge a piedi verso Roma. Il viaggio durava all’incirca cinque giorni, la notte si camminava mentre il giorno noi pastori riposavamo dando la possibilità al gregge di rifocillarsi nei prati che costeggiavano la Salaria Vecchia.
Nonostante quelli furono tempi di stenti e di sofferenze, li porto sempre nel cuore e ne conservo un bellissimo ricordo in quanto proprio in quel periodo, nei pressi della Fonte Miglionico in località Rocchette ho conosciuto la ragazza che poi sarebbe diventata mia moglie, Anna Patacchiola di Capo-laterra. Mi ricordo che, per conquistarla non avendo né carta né penna, mi incisi con un pezzo di carbone le sue iniziali sui miei stivali di cuoio.
Quelli furono tempi bellissimi, perché è vero che non avevamo a disposizione le comodità di oggi, ma il concetto di rapporto umano e di solidarietà tra le persone aveva un significato che oggi purtroppo è del tutto scomparso».
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