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Gli uomini della Montagna
Inviato da : admin Mercoledì, 26 Novembre 2008 - 19:10
Gli uomini della Montagna
Continuiamo la narrazione dal numero precedente (Orizzonti del giugno 2008) focaliz-zando l’attenzione su alcuni personaggi tipici o pittoreschi più vivi nel ricordo di molti e di coloro che hanno vissuto e lavorato, per brevi o lunghi periodi, al Terminillo. In una tale ottica si intende ripercorrere in retrospettiva mansioni e personalità, episodi e ritratti di una stirpe di montanari in via di estinzione.

Il lento trascorrere del metodico lavoro di un tempo, dall’alba al tramonto, non scandito dalle lancette dell’orologio, è stato sradicato e sostituito da un progresso fatto di tecnologie che, superando velocemente se stesse, hanno portato a modalità di vita comprendenti, oltre a un maggiore benessere trasversale e alla riduzione delle manualità, all’impoverimento della socialità nei paesi e la conseguente migrazione verso le città. Questo fenomeno, che ritroviamo ciclicament-e attraverso i secoli, determina l’inversione di tendenza quando le difficoltà nei grandi centri sovrappopolati inducono al ritorno nei luoghi di origine. Questo reflusso ha creato anche una nuova tipologia di turismo, noto come «turismo di ritorno».
Ma veniamo ai nostri personaggi, che ritroviamo in un arco di tempo che va dall’inizio del Novecento alla fine degli anni Cinquanta. Al posto d’onore ci sono gli uomini che guidarono i primi escursionisti verso la vetta del Terminillo, con qualche raro pernottamento all’addiaccio, prima che si trovasse riparo al rifugio Umberto I (1903) a quota 2.108, e successivamente alla capanna Innocenzo Trebbiani 1030) nella valletta di Pian de’ Valli (1620 mt). In questa epopea dell’inizio le gambe, i muli e gli asini costituirono gli unici mezzi di trasporto.
La prima guida fidata e stimatissima fu Giuseppe Munalli di Lisciano, con il suo gregario Antonio Micheli, originario di Cantalice, soprannominato «Me-nelikke». I loro meriti furono riconosciuti nei molti attestati rilasciati dal CAI di Roma e di Rieti e da personaggi famosi, Benito Mussolini incluso. A questi seguirono Orlando Rossi di Lisciano, che per i suoi meriti di «diligente accompagnatore» fu nominato Cavaliere dal Duce. Orlando e il fratello Bruno, esperti «Boscaioli», furono fra i primi abitanti del Terminillo, in seguito imprenditori, che offrirono un valido contributo allo sviluppo del turismo. Negli anni Trenta la montagna si anima di molti personaggi, nei ruoli più diversi, ma oggi ricordati da pochi. Don Umberto Lorenzoni, spericolato prete motociclista e primo parroco, che officiava nella chiesetta degli Alpini salendo da Lisciano, velocissimo, alla guida della sua motocicletta. Bernardino Faraglia, con i figli Antonio, Rachele e Vittoria, l’unica rimasta della famiglia. Bernardino, con il suo cappello alpino privo di penna, gestiva il complesso del RACI (Regio Automobil Club Italia) comprendente il garage, la pompa di benzina e alloggi in Pian de’ Valli (siamo negli anni Trena e il distributore c’era). Ricordo che gli succedette nella gestione, in anni più recenti, Alessandro Rossi, detto Alessandrone, un po’ «play man» come il fratello Seve-rino, proprietario dello storico albergo Stella Alpina. Un episodio che riguarda Severino fu quando una squadra di guastatori tedeschi, giunti al Terminillo per distruggere tutto, gli intimarono di fornir loro dei «mau-tir». Non conoscendo il tedesco il poveretto interpretò che gli volessero rapire da moglie, sora Amelia. Solo l’intervento di mio padre chiarì l’equivoco, e i guastatori partirono per Leonessa con i muli senza creare danni. Muli e conducente tornarono poi indenni.
Chi si ricorda di «Giovanni ricotta»? Pastore degli anni Quaranta-Cinquanta, inventava stornellate che cantava con voce nasale seduto a monte della capanna Trebbiani, luogo dove non esistevano ancora altri edifici o strade. Nel prato sottostante, l’attuale valletta, allora ricoperta di un ricco prato erboso, il «Rospo», soprannome del proprietario, inveiva spesso contro noi ragazzi perché gli rovinavamo l’erba che lui doveva falciare. Ebbene sì! Allora si fienava!
Nello stesso periodo, storico per il Terminillo e ancora con due soli impianti, funivia e sciovia Carbonaie, c’era chi si era inventato il ruolo di portatore per trasportare numerose paia di sci fino al Terminilletto. Lo chiamavano «Portare?», era basso e robusto, veniva a piedi da Cantalice e gli fu dato il soprannome per questo richiamo che invitava i potenziali clienti a salire sotto la sua guida, a piedi ma più leggeri, fino al rifugio Umberto I.
Caterina e Luigi Maurizi di Lisciano si stabilirono al Terminillo alla fine degli anni Trenta, quando iniziarono a sorgere le prime ville poi affidate alla loro custodia. Luigi fu anche, per anni, capo della banda musicale di Lisciano. Una storia simile vale per la famiglia Curini di Cantalice, che oltre a «far legna» custodiva il CRAI dell’Aeronautica (a valle della chiesetta). Ma il nucleo maggiore di residenti e stagionali lo ritroviamo fra i dipendenti della società Funivia del Terminillo, con l’inizio delle attività di trasporto per il turismo. Per raccontare di tutti non bastano queste pagine, ricorderemo alcuni di quelli che ci hanno lasciato, i Pionieri. Gioacchino Pensabene di Antrodoco, capo servizio storico per oltre quarant’anni, ricordato per la sua operosa e paziente costanza. Mario D’Aquilio di Santa Rufina, conduttore di vettura molto amato dal pubblico sciatore e forbito parlatore per la notevole cultura acquisita in seminario. Felice Serva da Cantalice, persona schietta, grande lavoratore e marito di Maria Santacroce, che ci ha regalato molte pagine di poesie sulla montagna e i suoi personaggi. Amato Rossi, manovratore della funivia che abitò per molti anni con la famiglia nella stazione superiore della funivia (1870 mt.) quando tornò dal campo di concentramento tedesco. Ottorino Pettine, manovratore di sciovia e forte spalatore di neve, morto purtroppo prematuramente. Un altro dalle spalle possenti era «Lindo il bello» di Cupaello. Di lui si racconta un episodio divertente accaduto nell’immediato dopoguerra. La privazione che maggiormente lo aveva tormentato era stata la mancanza di caffè. Avvenne che un conoscente gli raccontò di aver gustato a Rieti un ottimo caffè, fino ad allora introvabile e carissimo, 1000 lire! Evidentemente era una presa in giro, ma il desiderio di Lindo era tale che, a cavallo del mulo e con in tasca i suoi risparmi, scese al bar Quattro Stagioni e ordinò il caffè. Soddisfatto, andò alla cassa per pagare e quando la cassiera gli chiese solamente 7 lire esclamò: «Signò, dammene un po’ un sicchiu pure pe’ lu mulu».
Avviandoci alla conclusione vanno ricordati i dipendenti del comune di Rieti che in quegli anni lontani furono determinanti per garantire alla stazione turistica i servizi essenziali: Alfredo Spagnoli, responsabile e tuttofare del primo acquedotto che, dalla sorgente di Ratino (1300 mt.) pompava l’acqua fino a Campoforogna (1730 mt) per poi essere distribuita in rete. Spagnoli saliva e scendeva a piedi, almeno una volta al giorno, d’estate e d’inverno, per esercire e manutenere questo servizio, faticosissimo con la neve, ma anche pericoloso per la presenza di branchi di lupi. C’erano anche due incaricati della nettezza urbana, Anonio D’Angeli, originario di Micigliano e Nino, al secolo Vincenzo Caloisi, ambedue fissi al Terminillo con le famglie, raccoglievano le immondizie porta a porta ogni giorno, dalle prime ville in basso fino a Campoforogna, oltre a pulire strade e piazzali. Il tutto solamente con scopettoni e pale. Un lavoro molto duro, ma ovunque si guardasse, tutto era pulito e in ordine.
Ricordate, gente! Questi erano gli Uomini della Montagna, e di loro, oggi, dobbiamo ricordare l’esempio.
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