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TERREMOTO RISCHIO ANTICO
Inviato da : admin Giovedì, 15 Ottobre 2009 - 09:53
Il terremoto del 1703 nei nostri paesi (Lisciano - Vazia - Lugnano - Cupaello)
e la voragine di Sigillo «che scoppia e fuma»

TERREMOTO RISCHIO ANTICO
LLa notte del 6 aprile il terremoto ha colpito L’Aquila, atterrando la città, provocando tanti lutti e sofferenze. Non è la prima volta, trovandosi la città in un’area altamente sismica.


La storia si ripete; già nel 1461 un catastrofico terremoto, seguito da forti scosse che si protrassero per mesi, aveva devastato il capoluogo abruzzese. E ancora tre secoli fa, dopo una lunga e disastrosa sequenza sismica che aveva portato morte e distruzione nel-l’Umbria meridionale, nel Reatino e nel-l’Aquilano, il 2 febbraio 1703 L’Aquila fu nuovamente distrutta; in città i morti furono oltre tremila, diecimila in tutta l’area colpita.
Tutto l’Appennino è fortemente sismico ma non sempre se n’è tenuto conto nel costruire e nel restaurare; la storia si ripete ma sembra non insegnare niente a nessuno.
A quei tempi i nostri paesi appartenevano ancora all’Abruzzo aquilano, l’Abruzzo Ulteriore Secondo; solo nel 1927, col costituirsi della Provincia di Rieti, il Circondario di Cittaducale fu annesso alla nuova provincia.
Il terremoto del 1703 colpì duramente anche le nostre terre; lo documenta la relazione che dai paesi terremotati inviò al Vicario generale d’Abruzzo ultra il Procuratore fiscale Mancini, mandato sui luoghi del disastro.
Il Mancini fu a Cittaducale e a Cantalice il 1° marzo 1703, il 2 visitò Lisciano, Lugnano e Santa Rufina. Di questa relazione (pubblicata solo nel 1871 da F. Cappa, Sul terremoto che a’ 2 di febbraio 1703…) riporto qui di seguito la parte che riguarda i nostri paesi, con la sola aggiunta di qualche precisazione per la migliore comprensione del testo.
Bozza di Relazione per Città Ducale, e suoi Castelli.
Per compiere al mio debito mi sono di persona conferito in questa Città , e facendo la medesima un solo distretto co’ suoi Castelli che sono molti, dopo avere in ciascuno di essi ravvisati i danni cagionati da’ terremoti, porto alla notizia di V. S. Illma. la pura verità del successo.
Città Ducale, situata ne’confini del Regno collo Stato Ecclesiastico, quattro miglia verso Rieti (con due ville, Lemicciano e Cesoni; della prima la  Chiesa minaccia rovina) ha provato nelle sue fabbriche notabili scosse, vedendosi queste tutte segnate. Molte e molte rendonsi inabitabili, ne giacciono più di trenta, parte in tutto demolite, e l’altre in buona parte rovinate. La Cattedrale col Vescovato han patito [subìto danni], e così le quattro Parrocchiali colla Madonna SS. delle Grazie, che senza grossa spesa non ponno restituirsi nello stato di prima. Li tre Conventi de’ PP. Agostiniani, Francescani  e Cappuccini corrono  l’istessa sciagura, tanto nelle Chiese intraperte, come nelle abitazioni, ma il primo, degli Agostiniani, non si fa riservibile [riutilizzabile], essendo convenuto di buttare a terra il campanile sino al segno che già minacciava di precipitare. Anche l’altissima Torre della Porta verso il Regno ha rovesciate dalla sommità alcune pietre ben grosse, ed è da una parte rovinata. La Città per se è miserabile, composta di molta gente bassa, con pochissimo territorio che non gli dà la bastanza de’ viveri, particolarmente in frumento, cibandosene la maggior parte di gran turco e saggina.
Cantalìce , Terra nei confini della Sabina nella stessa distanza da Rieti come Città Ducale, è fabbricata in uno scoglio ripido e forte. Ha fatta valida resistenza in tempo delle passate invasioni, leggendosi sopra la porta l’iscrizione FORTIS CANTALICA FIDES, non la passa immune, e benchè una casa sola sia diroccata da’ fondamenti si contano però dentro l’incasato quarantatre edifìcii inabitabili, ed il restante è risarcibile, ma non senza grandissima spesa. Scorgesi la regia Torre in parte diroccata. La Chiesa e Convento degli Agostiniani, la Chiesa di S. Andrea, quella della SS. Misericordia, della Madonna delle Grazie, di S. Gregorio e di S. Liberato sono patite. Il Monistero e Chiesa delle Moniche di S. Francesco si è reso inabitabile, nè può risarcirsi se non col rifarsi da’ proprii fondamenti. La fabbrica della Chiesa del Beato Felice, fondata nella sua propria casa, è intatta. Resta solo l’imminente pericolo di molte case cadenti de’ particolari [ comuni abitanti] che gli sovrastano. De’ Casali o siano Massarìe dove continovamente tutto l’anno abitano famiglie intere, ventisette se ne sono rese inabitabili, e le altre sono patite.
II Castello di Lugnano, che risiede in un’ eminenza, di lontano pare non abbia patito nel contesto delle case, e pure è vero che di dentro n’è caduta buona parte, e tutte sono inabitabili, gli abitanti si sono posti nella campagna, hanno persa sotto le rovine buona parte del vino e delle vettovaglie, e disperando il poter risarcire le proprie case, vivono risoluti di affatto abbandonarle.
Non così l’ha passata Lisciano, villa di Lugnano fra due monti, stando tutta in piedi, con poche case patite e di facile restaurazione.
Santa Rufìna piagne quattro case rovinate, colla Chiesa Madre ventata, e da una parte intraperta. Paiono li segni in tutti gli edificii, ma con qualche spesa possono ristorarsi.
Precedentemente il Procuratore Mancini si era recato a Sigillo, vicino Posta, per una inchiesta su uno straordinario fenomeno verificatosi nei pressi del paese nel giorno stesso del grande terremoto, la comparsa di una profondissima voragine che di continuo scoppia e fuma, apertasi sulla montagna tra Sigillo e Làculo. Così la descrive nella Relazione della voragine di Sigillo.
…. Di lato a Sigillo, Villa della Posta, s’erge un monte chiamato l’Ornaro che da detta villa fa una vista a modo di piramide, nella cui sommità, per un tratto di cammino quanto un lungo tiro di mano, vedesi tra due monticelli di pietra viva, uno più erto dell’altro, la voragine…, e di circonferenza si giudica possa stendersi per un mezzo tommolo di paese (poco più di 1000 mq), quale pria del terremoto de’ 2 febbrajo era piano, chiuso all’intorno come un ridotto, ed infatti i pastori se ne servivano di mandra per rinchiudervi gli armenti. Non ispiandosene [vedendosene] all’intorno da niuna parte il fondo , stante [poiché] non si fa accessibile il luogo salvo che sino ad un certo segno per il timore di traboccarvi [cadervi], si è tentato di tastarlo per mezzo delle funi con una pietra ligata ad un capo di esse, avendone fatta a tale oggetto [intenzione] portare una quantità di ottanta canne (all’epoca 1 canna=2,1 m), quanta se n’è trovata nel paese. Questa fune, colla pietra così ligata, lasciatasi dentro la voragine per vedere di toccarne il fondo non è bastata, e innanzi di calarla giù mi sono avveduto della mancanza, mentre, fattovi precipitare macigni grossissimi, ed avendo principiato a recitare il Te Deum laudamus sono stato a sentirne il rumore verso del centro fino al versetto, Patrem immensae maiestatis (più di trenta secondi!). E dentro la voragine per quanto si vede, e d’intorno, la pietra è rossa di color di fuoco. Quando scoppiò, che fu a’due Febbraro, i Pastori osservarono che n’uscirono vampe di fuoco, poscia fe’ per tre giorni continui una gran fumata che, secondo comunemente dicono , ingombrata tenea la vista di tutte quelle montagne. Successivamente ha qualche volta tornato a fumare, e sotto li diciotto corrente, giorno di Domenica, un tale D. Antonio Flamminio buon Sacerdote e Cappellano di Villa Camponeschi, la più vicina a detta voragine, standosene nel rilevato di uno di detti monticelli , sentì dentro di quella molti rimbombi, e poco dopo vide svaporarne il fumo. Presentemente non vi pare segno alcuno di esalazione. Si sente solo allo spesso rovinare dentro, e per quanto ho potuto osservare, giudico sieno le vene che si staccano e tirano al centro…
Successivamente il Mancini tornò sul posto per una indagine più approfondita del fenomeno, redigendo una Seconda relazione per la voragine di Sigillo.
…La voragine di Sigillo in questo secondo accesso fattovi d’ordine espresso di V. S. Illma. a considerarla trascende sempre più il mio debolissimo intendimento, e restano altresì fuor di sè stessi quasi tutti che ha spinti la curiosità di vederla. Cento venti canne di fune mandate da costì in dodici mazzi, cento ed otto portatene da questa Terra di Antrodoco, ottanta procuratene da quella della Posta, che furono l’istesse servite nel primo accesso, quali tutte fanno la quantità di trecento e più canne, ligate all’anello della fascia di ferro con cui si ricinse la palla del cannone, posta dentro alla bocca, non sono giunte ad acquistarne il fondo, cadendo a piombo la palla, ed accrescendo via via maggior peso. Si è cercato di usare ogni più esatto accorgimento, osservando minutamente nel trarla fuori se vi parea [mostrasse] alcun segno di negrezza o altro, ma nulla vi si è ravvisato, uscendone appunto come vi fu posta. Assai più sarebbero state le diligenze se fosse riuscito di potersi toccare il fondo, mentre erasi già procurata quantità di stoppa, zolfo, miccio o cartoccetti di polvere, tutti attrezzi per attaccarli alla fascia della palla, ed in questa forma spiare ciò che racchiudo il centro della rinomata voragine. Sono però gite tutte a vuoto, divisandomi [riferendomi] tre Maestri Muratori condotti sopra la faccia del luogo, e con spavento, nonostante la mia riluttanza, si sono rischiosamente avanzati sin dove all’ingiù poteano far correr la vista naturale dell’occhio, d’aver indagato verso del centro tre bocche, una nel mezzo più grande delle altre due laterali, che in quanto alla profondità non vi sarà fune da farsene la demarcazione [misura]. Si è nondimeno fatta, non senza durar poca fatica, quella della larghezza e lunghezza, giungendo la prima a venti, e la seconda a venticinque canne. Acciò V. S. lllma. possa soddisfarsi colla viva voce di chi ha più di me osservato e veduto, mando uno di detti Muratori chiamato Maestro Dome-nico Longo Milanese, che si è stato il più risicoso, meritando con gli altri due qualche riconoscimento delle loro fatiche. Mando di più le qualità delle pietre e dentro e fuori la voragine, essendo quella di dentro la più rossa…
Un fenomeno simile a quello di Sigillo, probabilmente provocato da una violenta fuoriuscita di gas e vapori dal sottosuolo, si verificò, anche se su scala ridotta, a Grotti, altro paese danneggiato dal terremoto e, prima ancora, dalle ripetute piene del fiume Salto: In poca distanza da detto castello delle Grotti vedesi un’apertura di quattro canne di larghezza, ed assai più lunga che larga. Non è molto profonda, ma si vede rincalza [sostegno] di grossissime pietre per prima esistenti in quel suolo voltate sossopra, che al vedersi inorridisce. Si fe’ questa apertura nel terremoto de’ due Febbraio, ed i pastori che stavano in campagna guardando gli animali salvati dal rischio di perderli, osservarono uscire dalla medesima una gran fiaccola di fuoco.
di Alberto Dionisi
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