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Nevicate da Valanga
Inviato da : admin Giovedì, 15 Ottobre 2009 - 09:58
Terminillo, inverno 2009 - Montagna: neve e slavine
Nevicate da Valanga
Durante la stagione invernale appena terminata, i media si sono scatenati per raccontarci sciagure e danni procurati dalle valanghe. Questo fenomeno che definirei «naturale» sulle catene alpine è notevolmente limitato  sulle montagne appenniniche vuoi per le quote inferiori (fatta eccezione per qualche massiccio abruzzese, Gran Sasso in particolare), vuoi per la quantità e la frequenza delle precipitazioni nevose, spesso limitate dalle temperature  delle nostre latitudini, dai due mari che scaldano l’atmosfera e dai venti africani che trasportano talvolta particelle di sabbia dal Sahara..


Ma al di là di queste parziali causali possiamo soffermarci ad esplorare l’argomento valanghe partendo dal lessico. Noi Italiani, storicamente invasi da imperi del passato, usiamo molti vocaboli di origine transalpina, soprattutto nella «nivologia», la scienza che studia le precipitazioni nevose e gli strati nevosi al suolo. Pur avendo il vocabolo latino «nivium lapsus» usiamo la derivazione dal francese «avalanche» e «lavine» dal tedesco dove i tre termini identificano lo stesso fenomeno.
Le masse nevose diventano potenzialmente pericolose dopo abbondanti nevicate accompagnate da fenomeni quali il vento che genera le «cornici» o mensole sulle cime, successive nevicate con cristallizzazioni non omogenee rispetto agli strati già presenti al suolo, improvvisi aumenti delle temperature, le pendenze, l’orientamento delle pareti e non ultima l’insolazione, mentre, sulla nostra montagna, risulta determinante anche la natura del terreno. E qui vale la pena  soffermarci per esaminare un processo ambientale, molto datato e causato dall’uomo, che destabilizza la coesione delle masse nevose a contatto del il terreno. Nei tempi passati e neanche tanto, i pascoli montani venivano gestiti dagli abitanti dei paesi di valle mediante la ripulitura dei prati dai sassi per poi procedere alla fienagione. Questo avveniva in luglio e agosto. La primavera successiva l’erba ricresceva migliore fornendo un alimento ricco e molto appetito dalle greggi. Per inciso, ricordo che fino alla fine degli anni ’50 sui pascoli del Terminillo si nutrivano almeno 10.000 pecore provenienti dalle pianure romane oltre a ovini, vaccine e cavalli locali . Gli ovini, pascolando sui pendii e muovendosi sempre trasversalmente alla pendenza, creavano dei piccoli sentieri con scalinature che d’inverno avevano la funzione di fissare la neve al suolo. Oggi invece l’abbandono della montagna, incentivato anche da certe stramberie ambientali, ha portato una profonda modificazione delle specie erboree con la proliferazione della «falasca», erba a foglia abbastanza alta, molto fitta e a cespo che, seccando d’estate, non solo viene rifiutata dagli erbivori ma d’inverno, appiattendosi, favorisce lo slittamento degli strati nevosi. E non finisce qui perché anche la transumanza che c’era una volta si è quasi estinta a causa della povertà del pascolo….con conseguenti mancati introiti per le casse dei comuni di valle! Il risultato è il progressivo formarsi di crepacciate di fondo (che si aprono fino a terra) sui pendii, che aumentano il rischio di valanghe. Intendiamoci, non valanghe spaventose come quelle delle Alpi, solo piccoli fenomeni che danno luogo ad eccessivi allarmismi come nell’inverno passato. Invidie meridio-naliste? No! solo questioni di responsabilità. E pensare che, per fare un esempio, in Valle d’Aosta la strada che sale da Près-Saint Didier alla Thuile (Piccolo S. Bernardo) è interessata quasi tutti gli anni da una grossa valanga che continua a distruggere boschi di abete e larice, abbattendosi sulla strada che subito viene riaperta con buona pace degli automobilisti. Qui da noi invece, il povero Dottor Francesco Nasponi, Sindaco di Micigliano, è stato costretto, suo malgrado, a chiudere la strada di Leonessa per più di un mese  con una ordinanza che ha provocato l’evacuazione di due residences,  del rifugio Sebastiani (C.A.I. di Rieti) e chiusura di una seggiovia. Ma  la valanga è poi caduta?  rimasta solo la «crepacciata». Paese che vai usanze che trovi! Ma allora al Terminillo non ci sono valanghe? Che si ricordi, l’unica che produsse danni alle persone si staccò dalla vetta del Terminillo a quota 2.217,35 mt. nel versante nord in territorio di Leonessa, nell’inverno 1944/1945 durante una esercitazione delle truppe alleate che in fila stavano attraversando diagonalmente il pendio.
Vi furono undici sciatori sepolti con alcuni morti. Le squadre di soccorso militari al comando del colonnello Scott, nipote dello sfortunato esploratore dell’Antartico, penarono parecchio nelle operazioni di recupero a causa del pericolo di ulteriori cadute di neve. Un’altra, che fece solo danni ad un camping di roulottes, poi smantellato, si staccò sempre dalla stessa montagna, ma sul versante sud negli anni ’60, scavalcando la strada provinciale per Leonessa in località «Conca del Sole» (Comune di Micigliano). Per altri eventi dello stesso fenomeno abbiamo un paio di casi negli anni passati in zone a ridosso di versanti ripidi e in presenza di costruzioni, ma senza danni a persone e cose. Poco più che «Pisciarelli» insomma, come vengono definite in gergo le cadute di neve con poca massa. Nel primo caso descritto (la valanga che uccise alcuni militari Inglesi), fu  mancanza di esperienza? Era presente fra gli istruttori che guidavano la colonna un noto campione di sci canadese di nome Cody specialista nel salto dal trampolino.
Forse questi non valutò a sufficienza la pericolosità di «tagliare diagonalmente» il manto nevoso, forse fu la consuetudine militare di cantare durante le marce, ma non è da escludere  una possibile esercitazione a fuoco. Il rumore infatti è un’altra insidia che può provocare valanghe. I decibels creano delle onde d’urto micidiali che destabilizzano le mensole di neve e gli strati sovrapposti non omogenei. Il «bang» degli aviogetti che superano la barriera del suono, il rombo di elicotteri, motoslitte, gatti delle nevi, motoseghe o altri mezzi che producano rumore, sono la miccia ideale per generare valanghe. Il valangologo Colin Fraser della F.A.O., anni fa effettuò vari esperimenti al Terminillo su quali artifici utilizzare per provocare la caduta di valanghe. Le truppe Alpine, che spesso sono comandate in operazioni di «bonifica valanghe», usano comunemente esplosivi o piccoli cannoni senza rinculo con ottimi risultati, mentre la costruzione di strutture «paravalanghe» viene osteggiata da alcuni ambientalisti troppo zelanti. Per ovviare a soluzioni quali gli esplosivi e i paravalanghe, sono stati realizzati all’estero alcuni brevetti: palloni ripieni di gas acetilene che vengono trasportati da elicotteri e fatti esplodere a pochi metri dalla neve in un caso, e postazioni fisse che utilizzano gas propano in un altro.
Ambedue i sistemi esplodendo provocano un’onda d’urto che distacca e fa precipitare la massa nevosa. Queste «soluzioni» non si discostano molto da quelle precedenti ma risultano ambedue onerose. Non so se qualche nostro lettere abbia mai avuto la fortuna di assistere, in sicurezza, allo spettacolo prodotto da una valanga alpina, visione affascinante per l’enorme turbinio polveroso che si innalza creando piccoli arcobaleni e conte-stualmente terrorizzante per il boato che accompagna la caduta diffondendo rimbalzi di eco dovunque.
Franco Ferriani 
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