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Il fiume visto con altri occhi
Inviato da : admin Giovedì, 15 Ottobre 2009 - 10:22
Il fiume visto con altri occhi
La chimica, la fisica, la  botanica, la zoologia e l’ecologia - cioè la scienza che studia l’ambiente in cui vivono gli animali e le loro relazioni - sono continuamente chiamate in causa quando si affronta lo studio di un qualsiasi ambiente complesso come quello delle acque interne. Questo perché la conoscenza delle piante e degli animali acquatici ci serve per capirne  non solo la biologia e le specifiche peculiarità, ma ci aiuta a comprendere direttamente come si modificano, in una scala spazio temporale più o meno variabile, le proprietà delle acquee.


Il fiume non è semplicemente un corso d’acqua stretto ed allungato che occupa un’area relativamente piccola di un territorio, tanto da sembrare un’isola in un mare di terra.
Un sistema fluviale, da un punto di vista ecologico, è non solo un sistema fortemente instabile, ma anche una  successione di ecosistemi che sfumano l’uno nell’altro lungo un gradiente longitudinale, cioè quello che va da monte verso valle.
C’è una grande complicazione che interviene quando si affronta lo studio ecologico di un qualsiasi sistema fluviale che è quella dell’unicità: non esiste nessun fiume uguale ad un altro. Questo comporta l’utilizzo di generalizzazioni e di classificazioni che possano in qualche modo semplificare l’approccio di  studio ad un sistema lotico. Perciò è importante trovare semplificazioni e corrispondenze che riguardano le componenti abiotiche (alvei, flusso, portata, chimica e fisica delle acque) e biotiche (organismi vegetali ed animali, relazioni trofiche, predazione e competizione),  che caratterizzano il fiume.
La presenza di una forzante come la corrente influenza e seleziona tutta una serie di organismi viventi, animali e vegetali, lungo tutto il corso di un fiume che si sono dovuti adattare a vivere in condizioni particolari, che variano dall’alto, al medio ed al basso corso del fiume.
In genere, in un corso d’acqua, si ha una diversità biotica minore nella parte alta del corso del fiume, mentre, scendendo verso valle, aumentano i microhabitat e, di conseguenza, aumenta la diversità.
Questo avviene perché aumenta la stabilità del sistema fiume: si passa da zone montane caratterizzate da rapide e cascate a zone pedemontane in cui si ha una diminuzione delle pendenze e si formano pozze e raschi. In zone pianeggianti, il fiume cambia nuovamente la morfologia:  si formano i meandri (anse) in cui l’acqua scorre più lentamente sul lato interno e si forma nel tempo una progressiva sedimentazione, mentre in corrispondenza della sponda opposta, cioè quella esterna, si verifica il fenomeno erosivo.
Capire, analizzare e studiare l’aspetto e la diversità fisica e chimica di un fiume ci serve per comprendere come questo possa supportare una diversità del biota: un corso d’acqua poco diversificato supporta un numero di specie molto limitato e viceversa.
Un altro aspetto importante dell’analisi di un fiume riguarda la natura e la tipologia dei sedimenti che, in Italia, cambiano in base al versante e alla latitudine e sono fondamentali per condizionare fortemente il biota.
Possiamo generalmente identificare due diverse tipologie rocciose, che caratterizzano i nostri bacini idrografici, che sono quelle di tipo carbonatico (come quelle del Velino) e quelle di tipo siliceo. Questa grande classificazione serve per avere una ipotesi di massima sui diversi tipi di produttività dei corsi d’acqua: i litotipi carbonatici supportano una produttività animale e vegetale più elevata rispetto ai litotipi silicei o vulcanici.
Le acque meteoriche che dilavano e scorrono lungo i pendii montuosi, si raccolgono nei corsi d’acqua, nei quali confluiscono le acque sorgive e quelle di fusione dei ghiacciai (bacini alpini).
In Italia i regimi idrologici sono influenzati dalla localizzazione del bacino idrografico: infatti possiamo riconoscere il regime glaciale - nivale (tipico dei fiumi, condizionati dallo scioglimento delle nevi, del nord Italia), quello pluviale (tipico del centro Italia in cui ci sono dei massimi e dei minimi di portata, ma i fiumi sono perenni, come ad esempio il Tevere ed il Velino) e quello ad intermittenza (tipico dei fiumi del sud Italia  che presentano per l’appunto un alveo bagnato ed asciutto in diversi mesi dell’anno, come le fiumare calabre). 
Questa suddivisione è importante per analizzare la portata di  un corso d’acqua. La portata di un fiume – volume d’acqua che passa in un punto che si vuole considerare (larghezza da sponda a sponda), per  la sezione della massa liquida (profondità), per l’unità di tempo (velocità) -  varia in base alla localizzazione del fiume, agli eventi meteorici (pioggia, neve, ghiacciai ecc.) e stagionalmente.
Ciò comporta periodi di bassa portata (magra) e alta portata (morbida) che può aumentare fino a valori massimi durante le piene.
Dall’analisi di tutti questi fattori possiamo capire come la fisica influisca sulla morfologia del fiume stesso e come gli organismi, che vivono nel fiume, devono essere in grado di adattarsi a condizioni enormemente mutevoli.
Infine analizziamo le quattro dimensioni,in relazione alle quali un fiume dovrebbe essere analizzato. In parte ne abbiamo già fatto cenno quando si è parlato del profilo longitudinale, cioè quello che va da monte verso valle. La prima dimensione, la longitudinale,  ci fa leggere i cambiamenti dell’alveo (parte bagnata del corso d’acqua), del regime idrografico, del tipo di materiali trasportati (carico solido sospeso e di fondo), della vegetazione riparia, delle comunità ittiche e vegetali acquatiche. Ne consegue che la granulometria del fondo cambia ed il letto del fiume di fatto è formato da materiali sempre più fini.
Un’altra dimensione è quella verticale: cioè quella che va dalla superficie al fondo del corso d’acqua. Questa dimensione ci da informazioni sulla velocità della corrente (di norma più veloce in superficie e nella zona centrale del fiume), su variazioni di parametri fisici, chimici e biologici e sulla profondità che aumenta da monte verso valle. Inoltre ci da informazioni sui rapporti che ci sono con le falde e con le risorgive
La terza dimensione è quella trasversale. In questo caso si analizzano le varie sezioni del fiume: le anse, la corrente, i materiali trasportati, le differenze vegetali sia acquatiche che cespugliose ed arboree lungo le sponde. La vegetazione svolge ruoli fondamentali come quelli di consolidamento ed impedimento all’erosione delle sponde, di riduzione del riscaldamento delle acque, di riparo per la fauna acquatica e terrestre (corridoi ecologici) e di filtro per sostanze chimiche, quali azoto e fosforo, provenienti da una concimazione diffusa nelle aree perifluviali sfruttate in modo intensivo dall’agricoltura.
La quarta dimensione è quella temporale. Le grandi trasformazioni dei corsi d’acqua avvengono in tempi più o meno lunghi (che possono andare da minuti fino ad epoche geologiche) e variano anche in funzione degli eventi climatici.
Una lettura in chiave eco-sistemica dell’ambiente fluviale ci aiuta a capire, interpretare e creare modelli gestionali in grado di tutelare e recuperare questi ambienti  per restituire loro  la capacità di funzionare in modo da essere il più possibile autorigeneranti al fine di conservare nel tempo la qualità delle acque.
Naturalità e funzionalità fanno in modo che il fiume in condizioni naturali sia di fatto il miglior depuratore di se stesso.
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