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Il fisico catanese Ettore Majorana
Inviato da : admin Giovedì, 15 Ottobre 2009 - 15:34
Il fisico catanese Ettore Majorana
IL SUO ULTIMO ARTICOLO SULLA STATISTICA E LE SCIENZE SOCIALI: UNA NUOVA IPOTESI SUI MOTIVI DELLA SUA MISTERIOSA SCOMPARSA.
“...Non esistono in natura leggi che esprimano una successione fatale di fenomeni; anche le leggi ultime che riguardano i fenomeni elementari (sistemi atomici), hanno carattere statistico, permettendo di stabilire soltanto la probabilità che una misura eseguita su un sistema preparato in un dato modo dia un certo risultato, e ciò qualunque siano i mezzi di cui disponiamo per determinare con la maggior esattezza possibile lo stato iniziale del sistema...”.


È questo uno dei passaggi chiave dell’unico articolo non strettamente scientifico di Ettore Majorana, il geniale fisico catanese misteriosamente scomparso nel marzo del 1938. Insieme ad altri concetti presenti nel lavoro, vale a farci intendere meglio anche l’opinione che lo scienziato aveva dell’uomo e della sua libertà, e a farci avanzare anche una nuova ipotesi di tipo psicologico sui motivi che lo avrebbero indotto ad eclissarsi.
“Il valore delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze sociali” - questo il titolo esatto dell’articolo – non ha una data di redazione precisa. Sicuramente venne scritto dal Majorana dopo il 1930, forse tra il ’34 ed il ’37 e destinato ad una rivista di sociologia. Ma esso tuttavia non fu mai da lui pubblicato, e venne tenuto nel cassetto fino al giorno della sua scomparsa. Ritrovato dal fratello Luciano tra le sue carte, venne finalmente pubblicato nel 1942 da Giovanni Gentile junior, amico dello scienziato catanese, sulla rivista Scientia.
Il geniale fisico catanese venne indotto a scrivere questo articolo come reazione ad una “tentazione” intellettuale della cultura del suo tempo, vale a dire il determinismo scientifico, la pretesa di estendere metodi di analisi e di previsione propri della fisica anche alle altre scienze, comprese quelle sociali. “...È a tutti noto che secondo la concezione fondamentale della meccanica classica il movimento di un corpo materiale è interamente determinato dalle condizioni iniziali (posizione e velocità) in cui il corpo si trova e dalle forze che agiscono su di esso...è però compito della fisica speciale lo scoprire volta per volta quanto occorre per l’uso effettivo dei principi della dinamica, cioè la conoscenza di tutte le forze in gioco... Secondo tale modo di vedere, che ha dato luogo alla concezione meccanicistica della natura, tutto l’universo materiale si svolge obbedendo a una legge inflessibile, in modo che il suo stato in un certo istante è interamente determinato dallo stato in cui si trovava nell’istante precedente; segno che tutto il futuro è implicito nel presente, nel senso che può essere previsto con assoluta certezza purchè lo stato attuale dell’universo sia interamente noto... Eppure il determinismo, che non lascia alcun posto alla libertà umana e obbliga a considerare come illusori, nel loro apparente finalismo, tutti i fenomeni della vita, racchiude una reale causa di debolezza: la contraddizione immediata e irrimediabile con i dati più certi della nostra coscienza...”. Per sconfessare tale visione meccanicistica dell’uomo e della società, Ettore Majorana si richiama innanzitutto al reale significato dell’uso dei metodi statistici sia in fisica che nelle scienze sociali, cioè la necessità di riuscire ad avere una visione macroscopica dello stato e della dinamica di un sistema, che sia composto da atomi o da persone, dal momento che è impossibile conoscere chiaramente la situazione di ogni singolo atomo o di ogni singola persona. Il risultato è soltanto una probabilità statistica che il sistema – fisico o umano – si comporti in un certo modo. In secondo luogo fa appello alle recenti scoperte della fisica quantistica, sintetizzate nel concetto da noi riportato all’inizio di questo articolo, ovvero l’inesistenza in natura di leggi fatali circa la successione dei fenomeni. Majorana riporta come esempio la trasformazione degli atomi di sostanze radioattive: “...Esistono vari metodi per l’osservazione, o anche per la registrazione automatica delle singole trasformazioni che avvengono nel seno di una sostanza radioattiva, ed è stato quindi possibile verificare, mediante dirette rivelazioni statistiche e applicazioni del calcolo della probabilità, che i singoli atomi radioattivi non subiscono alcuna influenza reciproca o esterna per quanto riguarda l’istante della trasformazione; infatti il numero delle disintegrazioni che hanno luogo in un certo intervallo di tempo è soggetto a fluttuazioni dipendenti esclusivamente dal caso, cioè dal carattere probabilistico della legge individuale di trasformazione...”.
Dunque il grande scienziato catanese capovolge tutta la questione, dimostrando che in realtà anche nella fisica delle particelle elementari nulla è rigorosamente causato e determinato, anzi l’imprevedibilità e la casualità dei fenomeni è la regola anzichè l’eccezione. Considerazione questa che potrebbe addirittura portare a vedere un’abissale differenza tra l’analisi statistica applicata alla fisica delle particelle e quella utilizzata nelle scienze sociali: “...Ma l’introduzione nella fisica di un nuovo tipo di legge statistica, o meglio semplicemente probabilistica, che si nasconde, in luogo del supposto deter-minismo, sotto le leggi statistiche ordinarie, obbliga a rivedere le basi dell’analogia che abbiamo stabilita più sopra con le leggi statistiche sociali. E’ indiscutibile che il carattere statistico di queste ultime deriva almeno in parte dalla maniera in cui vengono definite le condizioni dei fenomeni: maniera generica, cioè propriamente statistica, e tale da permettere un complesso innumerevole di possibilità concrete differenti. D’altra parte, se ricordiamo quanto si è detto più sopra sulle tavole di mortalità degli atomi radioattivi, siamo indotti a chiederci se non esista un’analogia reale con i fatti sociali che si descrivono con linguaggio alquanto simile. “Qualche cosa a prima vista sembra escluderlo; la disintegrazione di un atomo è un fatto semplice, imprevedibile, che avviene improvvisamente e isolatamente dopo un’attesa talvolta di migliaia e perfino di miliardi di anni; mentre niente di simile accade per i fatti registrati dalle statistiche sociali. Questa non è però un’obiezione insormontabile.
“La disintegrazione di un atomo radioattivo può obbligare un contatore automatico a registrarlo con effetto meccanico, reso possibile da adatta amplificazione. Bastano quindi comuni artifici di laboratorio per preparare una catena comunque complessa e vistosa di fenomeni che sia comandata dalla disintegrazione accidentale di un solo atomo radioattivo. Non vi è nulla, dal punto di vista strettamente scientifico, che impedisca di considerare come plausibile che all’origine di avvenimenti umani possa trovarsi un fatto vitale egualmente semplice, invisibile e imprevedibile...”.
In sostanza viene qui rivalutato anche il più semplice comportamento di ogni singolo individuo che compone un sistema sociale, e dunque anche il suo libero arbitrio, capace di promuovere reazioni a catena in tutto il resto della società al pari di quanto riesce a fare la disintegrazione di un singolo atomo. Di ciò, afferma Majorana a conclusione del suo articolo, dovrebbero tenerne conto le stesse scienze statistiche per operare un vero e proprio salto di qualità: “...Se è così, come noi riteniamo, le leggi statistiche delle scienze sociali vedono accresciuto il loro ufficio, che non è soltanto quello di stabilire empiricamente la risultante di un gran numero di cause sconosciute, ma soprattutto di dare della realtà una testimonianza immediata e concreta. La cui interpretazione richiede un’arte speciale, non ultimo sussidio dell’arte di governo.” (Ettore Majorana, Il valore delle leggi statistiche nella fisica e nelle scienze sociali – in: G. Gentile junior, Scritti minori di scienza, fisica e letteratura, 1943).
Per quanto se ne può dedurre, questo articolo di Ettore Majorana ci rivela la sua profonda fede nella libertà umana, atteggiamento verso il quale non era stata certamente estranea la sua educazione religiosa, e può inoltre suggerirci sia la motivazione, sia la sua situazione psicologica, alla base della sua decisione di abbandonare i suoi familiari, i suoi amici ed il suo lavoro, e far perdere le sue tracce.
I quattro o cinque anni precedenti la sua scomparsa, avvenuta – lo ricordiamo – tra il 25 ed il 26 marzo 1938, furono per lo scienziato catanese, anni molto critici dal punto di vista psicologico, per diversi motivi. Tra il 1932 ed ’33 su sollecitazione di Enrico Fermi, aveva effettuato un viaggio a Lipsia e Copenhagen dove era stato accolto molto bene da fisici del calibro di Werner Heisenberg e Niels Bohr. Al suo ritorno a Roma – dove viveva con la famiglia sin dal 1921 - cominciò a manifestare disturbi di salute: una gastrite, forse contratta durante il suo soggiorno all’estero (o forse anche di origine psicosomatica) che lo accompagnò anche negli anni seguenti. L’anno successivo, il 1934, morì suo padre, Fabio Massimo, e di lì a poco un altro evento drammatico turbò tutta la famiglia. Come ricorda Laura Fermi: “Un bimbo in fasce, cugino di Ettore, era morto bruciato nella culla, che aveva preso fuoco inspiegabilmente. Si parlò di delitto. Fu accusato uno zio del piccino e di Ettore. Quest’ultimo si assunse la responsabilità di provare l’innocenza dello zio. Con grande risolutezza si occupò personalmente del processo, trattò con gli avvocati, curò i particolari. Lo zio fu assolto; ma lo sforzo, la preoccupazione continua, le emozioni del processo non potevano non lasciare effetti duraturi in una persona sensibile quale era Ettore”.
Sono tutti elementi questi che da soli possono spiegare l’abbassamento di umore dello scienziato catanese dopo il suo ritorno dal viaggio in Nord-Europa. Cominciò così a frequentare sempre meno l’Istituto romano di Fisica teorica di Via Panisperna, e ad isolarsi sempre più a casa sua fino a rifiutare anche le stesse lettere, sulle quali scriveva di suo pugno: “si respinge per morte del destinatario”. Tutti i tentativi fatti dai suoi colleghi ed amici, Giovanni Gentile jr., Emilio Segrè, Edoardo Amaldi ecc. di convincerlo a tornare all’Istituto non sortirono alcun effetto. Pare tuttavia che continuasse a studiare per conto proprio, anche se non soltanto fisica ma – cosa piuttosto strana – anche filosofia, economia politica, e persino le flotte delle varie nazioni. Non è escluso che con la sua intelligenza avesse capito che l’Europa ed il mondo stavano per ripiombare in un’altra catastrofica guerra, anche se l’ipotesi ventilata da alcuni che avesse previsto in anticipo lo sviluppo e l’utilizzo delle armi nucleari, non trova tutti d’accordo.
Nel 1937 venne bandito un nuovo concorso per assegnare almeno tre cattedre di fisica teorica in altrettante Università italiane. Enrico Fermi e gli altri colleghi fecero pressione su Ettore affinchè partecipasse al concorso: tanto gli amici quanto i suoi familiari evidentemente dovevano rammaricarsi che un geniale scienziato come lui non potesse lavorare in maniera regolare in un istituto universitario. Fermi inoltre certamente si sentiva moralmente obbligato ad aiutare l’amico: tra i membri della commissione che nel 1926 gli aveva conferito la cattedra di Fisica Teorica (la prima in assoluto in Italia) vi era stato anche Quirino Majorana, zio di Ettore, docente di Fisica sperimentale e Presidente della Società Italiana di Fisica. Nonostante tuttavia le insistenze di colleghi, amici e familiari, Ettore inizialmente non ne volle sapere di partecipare al concorso, limitandosi a pubblicare un altro articolo: “Sulla teoria simmetrica dell’elettrone e del positrone” Poi però all’ultimo momento decise diversamente scombinando tutte le carte in tavola del mondo politico e accademico: “La terna dei vincitori era stata già tranquillamente decisa, come d’uso, prima della espletazione del concorso; e in quest’ordine: Gian Carlo Wick primo, Giulio Racah secondo, Giovanni Gentile junior terzo. La commissione, di cui faceva parte anche Fermi, si riunì a esaminare i titoli dei candidati. A questo punto un avvenimento imprevisto rese vane le previsioni: Majorana decise improvvisamente di concorrere, senza consultarsi con nessuno. Le conseguenze della sua decisione erano evidenti: egli sarebbe riuscito primo e Giovannino Gentile non sarebbe entrato in terna.”(Laura Fermi). Il ministro dell’Educazione nazionale, il filosofo Giovanni Gentile (senior), padre del collega e amico di Ettore, allora intervenne ed in base ad una legge antecedente promulgata per Guglielmo Marconi, assegnò allo scienziato catanese la cattedra di Fisica Teorica dell’Università di Napoli, per meriti speciali. Dopodichè lasciò proseguire il concorso affinchè tutto andasse secondo le previsioni accademiche.
Nei pochi mesi che trascorse come docente a Napoli – dal gennaio al marzo del 1938 – Ettore Majorana cominciò a sentirsi sempre peggio, specie per ciò che riguardava – oltre alla gastrite che continuava a tormentarlo – il suo umore cupo e depresso. A parte le lezioni faceva vita isolata e ritirata nella sua camera all’albergo Bologna, dove aveva preso alloggio al suo arrivo nella città partenopea. Il suo carattere tendenzialmente chiuso e introverso non gli consentiva infatti di integrarsi in tempi brevi in una nuova città. L’unico con cui sviluppò un rapporto d’amicizia era il suo diretto superiore, Antonio Carrelli, docente di Fisica Sperimentale e direttore dell’Istituto di Fisica di quella Università. Per di più si rese conto che ben pochi degli studenti iscritti al suo corso riuscivano a seguirlo e a capirlo, nonostante si preoccupasse di preparare accuratamente le sue lezioni, cosa questa che, come poi riferì lo stesso Carrelli, gli procurò molta amarezza e delusione.
Considerati tutti questi aspetti, la scomparsa del grande genio catanese può essere vista sotto la chiave di una dolorosa fuga. I fatti sono ben noti. Dopo aver svuotato il suo conto in banca e ritirato gli stipendi arretrati, Majorana il giorno 25 marzo lascia una lettera indirizzata ai propri familiari nella sua camera d’albergo, ed un’altra, indirizzata al suo direttore ed amico Carrelli, la spedisce da Napoli prima di imbarcarsi alle 22.30 sulla nave diretta a Palermo. In entrambe le lettere dichiara propositi suicidi, ma è molto probabile che in realtà miri solo ad essere creduto morto, dal momento che con sè oltre ad una rilevante somma di denaro ha, a quanto pare, anche il passaporto. Tuttavia una volta giunto a Palermo sembra ripensarci: telegrafa immediatamente a Carrelli pregandolo di non tener conto della lettera speditagli il giorno prima. In un’altra lettera con carta intestata dell’albergo palermitano dove prende alloggio (il Gran Hotel Sole) lo informa della sua decisione di ritornare l’indomani a Napoli; aggiunge anche la sua intenzione di rinunciare all’insegnamento. Tuttavia questa lettera sarà l’ultima traccia ufficiale di Ettore Majorana prima della sua scomparsa. Non è certo neppure che abbia preso il 26 sera la nave per Napoli anche se alcuni testimoni l’avrebbero riconosciuto. Il suo direttore Carrelli dopo averlo atteso invano nei giorni successivi, il giorno 30 marzo lancia l’allarme. Nonostante tuttavia, su sollecitazione dei familiari e dello stesso Fermi, si sia prodigato lo stesso governo fascista, da allora non si è avuta più alcuna notizia di lui, e le ipotesi sulla sua sorte si sono ridotte fondamentalmente a tre: che si sia suicidato buttandosi in mare durante il viaggio di ritorno a Napoli (la più improbabile); che si sia ritirato in un monastero dalle parti di Napoli o anche in Sicilia; che infine sia fuggito all’estero, forse addirittura in Argentina, come vorrebbero alcune testimonianze.
Enrico Fermi paragonò la sua mente a quella di Galileo o di Newton: in effetti la sua personalità sembrava proprio quella di un genio rinascimentale, dallo spirito libero e allo stesso tempo tormentato, incapace di legarsi stabilmente nè ad una donna e ad una famiglia nè ad una cerchia di amici, ed impegnato tutta la vita a vagare di città in città al servizio ogni volta di un principe o un mecenate diverso. Per tale suo temperamento Ettore Majorana doveva sentirsi pressato e soffocato da ogni parte, a cominciare da Fermi e dagli altri suoi colleghi che si attendevano dal suo genio risultati prestigiosi per la scienza e per l’Italia; ma anche dall’ambiente accademico troppo burocratico e regolamentato per il suo spirito insofferente. La sua sparizione assume quindi l’aspetto di una fuga in nome di quella libertà che, come aveva scritto nel suo articolo sulle scienze statistiche e sociali, gli sembrava possedessero anche le particelle più elementari della materia.
di Fabrizio Salvati
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