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La stazione sperimentale Nazareno Strampelli
Inviato da : admin Giovedì, 15 Ottobre 2009 - 15:37
UNA STORIA LUNGA UN SECOLO - Intervista all’on. Anna M. Massimi
Siamo noi questo chicco di grano: La stazione sperimentale Nazareno Strampelli
Nella prima metà del Novecento la Stazione sperimentale di granicoltura, fondata nel 1907 a Rieti da Nazareno Strampelli, è stata una realtà di vera eccellenza. La ricerca, le sperimentazioni e le ibrida-zioni del grande scienziato iniziarono infatti proprio sul grano «Rieti originario», una se-mente produttiva e altamente resistente alle ruggini dei cereali e usata poi in tutto il mondo
Una lunga e fondamentale attività che però stava per concludersi, come racconta Anna Maria Massimi, Consigliere regionale del Lazio, presidente della XIV commissione Scuola, diritto allo studio, formazione professionale e università. 


«Abbiamo affrontato la questione circa due anni fa, dopo la notizia della imminente chiusura dello Strampelli», dice. «Nella riorganizzazione delle sedi a livello nazionale, voluta dal Consiglio di ricerca e sperimentazione in agricoltura, la sede del Centro di ricerca di Rieti era infatti destinata a scomparire, in quanto dipendente dal Centro di Firenze. L’istituto Strampelli ha però una storia importantissima, strettamente legata alla realtà cittadina, e si rischiava di perdere non solo posti di lavoro, ma anche tutta l’attività di ricerca che comunque ancora si svolgeva e si svolge nel centro».
La Regione Lazio ha quindi affrontato il problema del mantenimento del Centro nella fase di riorganizzazione delle sedi a livello nazionale. «Siamo convinti che non si possa perdere una parte integrante di questo territorio, e che anzi, dovrebbe diventarne una realtà di punta», prosegue la dottoressa Massimi. «Per far questo non sarebbe certo sufficiente trasformarlo in un museo, come era anche stato proposto. Un museo avrebbe sicuramente la sua importanza all’interno di un circuito turistico e storico, ma non determinerebbe certo un incremento né delle attività di ricerca che ancora si svolgono all’interno del centro, né in termini di occupazione, anzi, ci sarebbe una perdita di quattordici posti di lavoro, ricercatori e operatori tutt’ora in servizio allo Strampelli. Quindi siamo riusciti a ottenere che a Rieti, con la compartecipazione dell’Università della Tuscia, della Regione Lazio e del Consiglio di ricerca e sperimentazione in agricoltura, si formasse il Creia, Centro regionale di educazione e informazione ambientale, ovvero un centro operativo autonomo sganciato dallo Strampelli. E’ allora nata l’esigenza di dare una finalità al Centro, dare cioè il senso e il motivo di fondo della sua esistenza, non solo mantenere gli attuali posti di lavoro, ma aumentarli, farne un effettivo centro di ricerca».
«Del resto», prosegue la dottoressa Massimi, «l’Assessore regionale all’ambiente Zaratti ha fortemente voluto che in ogni provincia del Lazio venisse istituito un Centro di educazione ambientale, e allora, per quanto riguarda Rieti, quale sede migliore delllo Strampelli? Mi sembra estremamente importante, anche perché la nostra provincia è ricca di beni ambientali e quindi è opportuno che venga conosciuta anche a livello nazionale e internazionale: penso che questa oportunità verrà data proprio dal centro Creia. Stiamo lavorando perché nel Centro vengano riprese delle attività di ricerca, sarebbe davvero triste buttare a mare tutta l’esperienza che abbiamo in questo settore, e che inoltre venga potenziato come Centro di ricerca sul suolo, di formazione pedologica (l’analisi e lo studio del suolo) e in questo contesto verrà anche predisposta una carta pedologica della regione. Speriamo anche di creare una sinergia con il centro di Tor Mancina, perché lo Strampelli potrebbe rappresentare un polo importante per questo già importantissimo Centro dove il CRA vuole creare un unico grande punto di riferimento per la ricerca nel Lazio e non solo».
In questo discorso complessivo rientra anche la possibilità di recuperare i terreni che erano di proprietà dello Strampelli, e ora lo sono del CRA, «terreni abbandonati che creano anche problemi agli agricoltori che hanno territori limitrofi», racconta ancora Anna Maria Massimi, «e ci siamo anche posti l’obiettivo del recupero dei casali, che sui quei terreni esistono. Abbiamo in progetto di trasformare alcuni di questi in fattorie didattiche, che tra l’altro si verrebbero a trovare lungo il “Cammino di Francesco”, che tanta importanza turistica ha nella nostra provincia. Le fattorie didattiche daranno ai ragazzi la possibilità non solo di avere un contatto con la realtà della natura, ma anche di vivere e partecipare a veri e propri processi produttivi, perché l’idea è di realizzare in uno di questi casali un laboratorio che, partendo dalla coltivazione del grano arrivi alla produzione del pane. Seguire, insomma, tutto il processo produttivo ma esserne anche protagonisti, con la possibilità di trovare una collocazione lavorativa all’interno, specie per i giovani disabili».
Tantissime le opportunità, tanti gli spazi e i programmi. Ora si tratta di «metterli a sistema» e metterli in rete, come dice la dottoressa Massimi. «Articolare il tutto e creare una vera sinergia richiederà ancora tempo, ma soprattutto la volontà di tutti di raggiungere un obiettivo che ora può sembrare lontano, ma non lo rimarrà certo, se si lavorerà tutti insieme. Con la possibilità che anche la Fondazione Varrone entri a far parte di questo consorzio e lo aiuti con la sua esperienza e la sua meritata fama».
di Lucia Munalli
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