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Il Ratto delle Sabine
Inviato da : admin Giovedì, 15 Ottobre 2009 - 15:40
Il Ratto delle Sabine
La festa era nell’entusiasmo del suo pieno svolgimento: l’ameno pianoro tra il Palatino e l’Aventino,  risuonava delle grida gioiose dei tanti giovani e della tante fanciulle accorse a festeggiare tra canti, balli e suoni, inebrianti con la complicità del diffuso odore di primavera esaltato dal caldo sole di una limpida giornata d’aprile e dal sapore del mirto onnipresente. I gruppi di giovani, il capo cinto da ghirlande di fiori di campo dai vivaci colori  della primavera, danzavano allegri ad anche alquanto eccitati dalle rispettive presenze, mentre i più anziani, in gruppi, parlottavano tra loro delle tante cose importanti nel mondo contadino; parlavano di sementi e di raccolti  augurandosi che Conso, questo antico dio delle popolazioni sabine che venivano dalle oscure profondità di una terra dominata da spaventevoli monti le cui cime, che si intravedevano in lontananza circonfuse da nubi e spesso ricoperte da neve, propiziasse l’abbondanza delle messi e la loro conservazione quando, all’improvviso, ad un segno convenuto, i giovani danzatori afferrata ciascuno la fanciulla già tenuta d’occhio la caricò a forza sulle spalle e la involò scomparendo alla vista degli increduli genitori.


Costoro, tranne alcune grida ed invettive, non furono in grado di opporre valida resistenza alla brutalità dell’azione, subitanea ed inaspettata. Quindi, mentre le giovani rapite diventavano le spose dei rapitori, quasi tutti fuoriusciti dalle comunità dei non lontani colli Albani, riuniti nelle loro rustiche capanne, i Sabini  progettarono la loro ritorsione tra le mille difficoltà derivante dall’abitudine del loro popolo a vivere «vicatim» ossia sparpagliati, ciascuno sul proprio campicello, senza mai, riunirsi in un vero e proprio stato. Quando, alla fine, riuscirono a mettere insieme un «esercito» ed andarono a stanare gli antichi rapitori, le donne, figlie e spose dei contendenti, s’intromisero tra le due schiere mettendo fine ad una battaglia mai cominciata.
Dopo questo, le genti delle due etnie «vissero felici e contenti», come in ogni favola che si rispetti, e furono governate dapprima da due Re: Tito Tazio per i Sabini e Romolo per i «Romani», alla cui morte, e successiva assunzione in cielo come dio Quirino, restò a regnare il solo Tito Tazio il quale, alla sua morte, passò lo scettro al suo nipote di Cures: Numa Pompilio, che sarebbe divenuto il Legislatore.
Fin qui la leggenda tramandata dalla Vulgata  dei tempi di Augusto.
Ma, alla luce delle nuove acquisizioni scientifiche, la vicenda ebbe tutt’altro svolgimento e l’atmosfera nella quale si verificarono fu, certamente, molto meno idilliaca.
Per rendersi conto di questo, occorre considerare, brevemente, le condizioni fisiche dell’area nella quale si sarebbero svolti i fatti in quel fabuloso  21 aprile del 753 a.C. in piena età del Ferro.
In quell’epoca il sito ove sarebbe sorta Roma non era che un’ampia palude che si estendeva per gran parte della odierna Sabina Tiberina, alimentata da una serie di corsi d’acqua scaturiti dai rilievi circostanti ed anche da   monti più lontani, questa vasta palude dava luogo, in alcuni punti, a veri e propri laghi mentre dalle sue acque limacciose emergevano alcuni basse colline in massima parte ricoperte, nelle parti emerse, da una fitta boscaglia primi-genia nella quale si aprivano rare e modeste radure ove sparuti gruppi di uomini primitivi, spesso fuoriusciti dalle non lontane comunità, allevavano mandrie di bestiame conducendo vita quasi sub umana.
Una fortunata coincidenza faceva di quest’area desolata un luogo privilegiato: in prossimità di quelle colline emergenti dalla palude, il grande fiume, che noi conosciamo come Tevere, presentava un guado, un luogo prezioso che permetteva l’attraversamen-to, per chi ne avesse l’interesse ed un approdo alle numerose imbarcazioni che risalivano e discendevano la corrente recando, per lo più, frutti della terra da scambiare e manufatti di ogni genere provenienti dalle più varie località, a volte anche molto distanti tra loro, come quelle che arrivavano dal leggendario meridione della Penisola, avamposto delle più evolute civiltà greca e d orientale. Per questo, nei pressi di quel guado cui confluivano le tante piste provenienti dall’interno tra cui una attraverso la quale una popolazione  che, prendendo le mosse dalle aspre terre del massiccio montuoso interno, nel corso dei secoli, per spinte successive che loro amavano definire Primavere Sacre, era giunta a stabilirsi con gruppi di famiglie, fino a ridosso di quell’area fatidica, attratta, oltre che da un oscuro, antico, vaticinio, dalla disponibilità di un prodotto essenziale per la loro vita di agricoltori ed allevatori: il sale, che permetteva la conservazione della carni, principale risorsa  per la loro dura esistenza di allevatori: i Sabini.
Gruppi di famiglie appartenenti a questa antica popolazione che, dalle aspre terre montane si era estesa a colonizzare gran parte dell’area centrale della penisola italiana, si erano stabilmente insediati in uno dei colli emergenti dalla vasta area paludosa, il colle prima denominato Sancualis che da loro prese il nome di Quirinalis   in onore di Cures la più prossima delle loro città  di una qualche importanza, sul quale avevano già eretto un tempio ad una delle loro arcaiche divinità, estendendosi fino ad una delle due cime del Colle che sarebbe divenuto il più celebre di tutti i tempi: il Campidoglio. Su un altro rilievo dello stesso colle, separato da una piccola conca, si recavano spesso pastori con i loro armenti; in una simile situazione tra i giovani dei due gruppi non potevano non sorgere simpatie ed interesse che sfociarono in intese matrimoniali, ufficializzate da ambo le parti con una cerimonia  matrimoniale collettiva di stampo orientale, probabilmente suggerita da elementi etruschi presenti nella zona  che culminò con una cerimonia di consenziente ratto «more ferarum» ancora oggi praticata in molte società.
A questo, seguì dopo molti anni e per motivi molto diversi, una «guerra» tra i due diversi gruppi etnici che, forse, fu soltanto una zuffa rusticana condotta con armi «improprie» bastoni, forconi ed altri attrezzi agricoli,  ma questa è tutt’altra storia.
Suscitano ancora la nostra curiosità, le vicende dei due primi Re, poi ridotti al solo Tito Tazio che governarono insieme una «città gemella» prima dell’assunzione in cielo di Romolo divenuto dio Quirino, e l’avvento di Numa il Legislatore.
di Pietro Carrozzoni
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