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Antichi lavori: i «cavatori» di neve e ghiaccio
Inviato da : admin Venerdì, 12 Maggio 2006 - 19:38
Antichi lavori: i «cavatori» di neve e ghiaccio

Un lavoro che ormai appartiene a un lontano passato di fatica, ma anche di maestria e ingegno, e che all’inizio del secolo scorso ha molto spesso garantito il sostentamento per le famiglie
e che all’inizio del secolo scorso ha molto spesso garantito il sostentamento per le famiglie
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nei paesini ai piedi del Terminillo la vita era decisamente dura. Famiglie numerose, piccoli orti, un maiale, qualche gallina. L’acqua corrente o l’energia elettrica in casa erano un sogno, e molto spesso bisognava «arrangiarsi» non solo per procurarsi, ma anche per conservare il cibo. Certo, si poteva contare sulle cantine, dove oltre al vino si conservavano prosciutti, salsicce, patate e mele per l’inverno. Ma gli esercizi commerciali, come bar e gelaterie ad esempio, a Rieti ma anche a Roma, dovevano essere regolarmente riforniti di neve e ghiaccio per poter conservare «in ghiacciaia» i prodotti. E allora ecco che a quei tempi c’era chi, sul Terminillo, svolgeva un lavoro che davvero oggi non esiste più, quello dei «cavatori di neve e ghiaccio».


Uno di loro era Antonio Rossi, di Lisciano, al quale poi si unirono i figli maschi, Felice e Beniamino. Il lavoro iniziava accumulando e pressando la neve in quelli che venivano chiamati «pozzi», grandi buche nel terreno foderate da fogliame, fieno e fascine, lo stesso materiale con cui la neve veniva poi ricoperta, per tenerla al riparo dal sole. Solo nel tardo pomeriggio veniva caricata sul carro, trainato dai muli. Poi, verso le 10 di sera, si partiva dalla località Colle di Mezzo, dove erano i pozzi, verso Rieti, cercando di percorrere il lungo tragitto il più in fretta possibile: la neve, anche se protetta nel modo migliore, non è un materiale che si conserva per molto!
Era un viaggio lungo e faticoso da fare a piedi, quello di Antonio e dei suoi figli, che a volte non terminava neppure a Rieti, ma addirittura arrivava fino a Roma.
Un viaggio che partiva da Colle di Mezzo, passava per Fonte Miglionico, scendeva a Pian de’ Rosce, poi nella piccola frazione di Macchiole, attraversava Lisciano, per arrivare a Rieti verso le 6 della mattina dopo. In piazza del Comune c’era uno dei clienti, «lu Riccittu», come veniva chiamato l’allora proprietario del bar Marchili, ad aspettare il prezioso carico che nel frattempo, nonostante tutte le precauzioni, si era ridotto e di molto. E con questo naturalmente anche il guadagno della famiglia Rossi.
Ma il cammino del signor Antonio non era solo lungo e faticoso, spesso era anche pericoloso, visto che si viaggiava per strade di montagna e per lo più di notte. Come racconta uno dei nipoti, non era inconsueto allora incappare in situazioni veramente difficili, come la volta in cui si trovarono faccia a faccia con un branco di lupi: probabilmente c’era fra loro una femmina, resa aggressiva dalla necessità di proteggere i cuccioli. Sta di fatto che l’unica soluzione fu accendere in fretta un fuoco, rimanervi vicini e sperare che i lupi si allontanassero prima possibile.
La famiglia del signor Rossi comprendeva, oltre i due figli maschi, anche tre figlie femmine, Amalia, Maria e Luchina: Quest’ultima sposò Luigi Munalli, detto «lu Biscinu» e si trasferì a Che’ Mario, e su di lei è stata tramandata un’altra delle narrazioni di famiglia: pare infatti che Luchina sia stata registrata all’anagrafe come «Luca», anche se nessuno ricorda perché, magari un errore dell’ufficiale che stese l’atto, chissà. Sta di fatto che si dice che a Luca-Luchina, diventata maggiorenne, sia stata recapitata la cartolina per fare il militare!
L. M
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