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Da Rieti a Londra
Inviato da : admin Giovedì, 15 Ottobre 2009 - 16:17
Da Rieti a Londra: resoconto di un viaggio nella grande metropoli
È stato un viaggio piuttosto inusuale il mio: non l’ordinaria «vacanza studio» all’estero, non una banale gita a Londra; elementi questi che mi hanno permesso di considerare la mia esperienza da punti di vista ben più originali.
Chi si reca nel Regno Unito è solitamente portato a fare della sua celebre capitale il vessillo dell’intera realtà inglese: un po’ come dire Londra è l’Inghilterra e l’Inghilterra è Londra.
Eppure io non ho conosciuto la vita dell’affannata, laboriosa Londra, ma piuttosto quella dei minuscoli paesi (a volte una dozzina di casupole e nulla più) che le fanno da corollario tutto attorno... paesi che mi sono parsi fin da subito gioiosi, fiabeschi.


La campagna inglese esala un’atmosfera che non avevo mai conosciuto prima, sembra che il tempo si sia arrestato ad un’altra epoca, decenni e decenni fa: campi di mais che si estendono all’infinito, fin quasi alla nausea, tanto simili ai paesaggi delle immense brughiere, qui rivestite di giallo... e poi all’improvviso, si vedono fattorie sorgere dal nulla.
Ho notato che sembra essere buona usanza lì possedere almeno uno di quei tipici animali mansueti da fattoria: un cavallo, un giovane pony, un asino, alcune galline per avere uova assicurate e magari anche un gallo che ti svegli di buon’ora al mattino.
È stupefacente come tutti sembrino avere ritmi ben precisi, ed è ancora più stupefacente come ciascuno possieda una cordialità ed un senso dell’ordine innato: non c’è fretta per gli Inglesi, non esiste dispendio inutile di energia.
Era buffo e motivo di divertimento vederli imitare le moine di noi Italiani... ogni volta mi veniva presentata una parodia nuova: cercavano ironicamente di emulare i nostri gesticolamenti esagerati durante le telefonate, nel bel mezzo di un discorso. Impossibile non sorridere di fronte ad un ritratto così preciso.
Eppure mi sono chiesta se sia questo una sorta di motivo di vanto per noi Italiani: essere riconosciuti ovunque come i «burloni», i «confusionari di turno». Possediamo a quanto pare questa fama immortale, ci è ormai appiccicata come una targa; e non è solo il popolo inglese, ahimè, a vederci con questi occhi: ho conosciuto Tedeschi che cantavano a squarciagola, e gesticolando in modo pazzo per di più, canzoni da osteria in cui spesso ho udito ricorrere parole come: mozzarella, rigatoni, pizza, fettuccine...!
Il ritmo della vita in Italia mi pare al confronto... come dire? Pesante. Incalzante. Oppressivo a volte.
Riporto qui ora, in poche righe, il resoconto di una tipica mattinata in Inghilterra, in compagnia della famiglia presso la quale ero alloggiata: dunque, una volta scesa al piano di sotto, venivo accolta da cori di «Ciao bella!»; in cucina poi c’era un vecchio jukebox... era sempre in funzione, si divertivano così tanto a cantare e ballare tutti insieme.
In Inghilterra «Ciao bella» sembra essere in assoluto l’espressione italiana più nota; mi rimanda indietro nel tempo, mi fa pensare a soldati in tempo di guerra, tutti presi dal fare la corte a giovani signorine.
È un mondo fatto di gentiluomini e di gentildonne: il tipico «gentleman inglese» non è soltanto uno stereotipo nato da chissà quale fantasia... ho avuto ripetutamente modo di saggiare la veridicità di questa credenza.
Mi domando se non sia forse preferibile l’eccessiva estroversione e sincerità italiana, ad un freddo perbenismo.
Non mi servo impropriamente di questa espressione, né la utilizzo nella sua accezione negativa: so bene che secoli di storia hanno pesantemente influito sul modo d’essere inglese, differenziandolo da ogni altro, cosi come del resto è accaduto a tutti gli altri popoli che hanno abitato e abitano la terra; nel caso specifico, l’Inghilterra ha alle spalle tradizioni da sempre imperniate sull’ordine, buon costume e compostezza, tradizioni cosi differenti dall’estrema solarità italiana.
Eppure in una delle mie visite a Londra, non sono rimasta affatto stupita dai volti molteplici che questa città è in grado di offrire.
Questa superba capitale è per eccellenza simbolo di cosmopolitismo, crogiuolo di culture distanti anni luce l’una dall’altra, sa di possedere un’atmosfera che la rende estremamente intrigante.
Una mattina uggiosa, (a quanto pare lo standard per il clima inglese) l’opulenta Londra mi ha spalancato le braccia ed io mi sono... come dire? Letteralmente tuffata all’interno di uno dei suoi quartieri più tipici: «Camden Market».
L’atmosfera etnica mi ha attratto irresistibilmente. Camden Market se ne infischia della fama di ordine e compostezza inglese; credo di non aver mai visto un luogo tanto inusuale, raro, alternativo.
Una piccola città inserita in un’altra ben più immensa, fatta di bancarelle, banconi, ristoranti... ho visto minuscoli negozi sorgere negli antri più imprevedibili; ho visto i vestiti più strani: ve ne erano per tutti i gusti; ho odorato profumi davvero mai sentiti; ho visto giovani camerieri cercare di attirarti brandendo a mo’ di arma le leccornie dei loro rispettivi ristoranti.
In Italia non possediamo luoghi simili, di certo non che eguaglino l’eccezionalità di Camden Market; per cui, con una punta di amarezza, alla fine della giornata, non mi è rimasto altro che riflettere sulle tante occasioni e sulle tante esperienze che nel nostro Paese ci sono precluse… viviamo in un’Italia che non si rinnova, che non sa accogliere i nuovi progressi, che è ferma alla mentalità di decenni orsono.
Gli Inglesi, pur rimanendo sempre ancorati ad una mentalità forte e conservatrice, sono un popolo di intelligenti imprenditori, e questa mi pare una qualità ammirevole… gli Italiani al confronto appaiono quasi svogliati e pigri.
Mi chiedo con insistenza se il vero volto dell’Inghilterra combaci davvero con tutto ciò che ho vissuto e che ho infine qui riportato, mi domando se sia invece una facciata solamente.
Eppure, la realtà italiana appare a volte così palese, così esposta e nuda agli occhi del mondo intero e della pubblica opinione, mentre quella inglese sa rimanere con destrezza velata e ancora difficile da comprendere.
di Giorgia Casciani
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