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Le morette a Rieti
Inviato da : admin Martedì, 20 Aprile 2010 - 17:45
Le morette - Oltre un secolo e mezzo fa le prime suore di colore a Rieti
Le schiave di colore
Oggi non si meraviglia nessuno d’incontrare per Rieti suore di colore. Ma 150 anni fa, quando arrivarono in città le prime ragazze africane, la meraviglia certamente fu grande. Anche se molti reatini, per la quotidiana frequentazione di Roma, dovevano averne già incontrata qualcuna per le vie della capitale, dove venivano acquistate come schiave già dal 1600. Ricordo, ad esempio, per aver trascritto la Vita di Anna Moroni, (fondatrice delle Convittrici del Bambin Gesù, oggi Suore Oblate del B. Gesù), che a lei nel 1661 furono affidate due di queste piccole schiave perché le educasse alla religione e al vivere ‘civile’ (come si diceva allora). La prima era una moretta di 6 anni, acquistata dal card. Cristoforo Vidman a Venezia e donata alla Marchesa Costaguti Anna Maria, sua cognata. L’altra “una turchetta” di 8 anni, acquistata a Roma e «donata per stiava» a un duca Gaetano «al quale si doveva mandare a Milano, dove si ritrovava governatore». Insomma merce da comprare e regalare.




L’Opera di don Olivieri
Con ben altro spirito agiva verso queste creature sfortunate don Nicola Olivieri, sacerdote genovese, che dal 1838 si dedicava alla missione di riscattare piccoli schiavi africani, vittime di quella tratta dei negri, che a dispetto di leggi e divieti, continuava nascosta-mente e dava ottimi guadagni. Don Olivieri aveva fondato a questo scopo la “Pia Opera del Riscatto” per fanciulle e fanciulli africani, e si dedicava personalmente a quest’opera di redenzione soprattutto nei mercati del Cairo e di Alessandria, dove i poveretti venivano portati e messi in vendita da predoni e negrieri, e talvolta dai loro stessi parenti. Don Olivieri riuscì a riscattarne centinaia. La sua Opera nel 1847 meritò il riconoscimento e l’incoraggiamento di Pio IX. Qualche anno dopo all’Opera stessa aderì anche l’ordine dei Trinitari, che per istituzione si dedicava fin dalla fondazione (1198) alla redenzione degli schiavi.
Don Olivieri, quando riusciva ad acquistare con le elemosine dei cattolici d’Italia un certo numero di questi piccoli, li portava in Italia, e cercava per loro una sistemazione dignitosa, allocando i maschietti in collegi o convitti e le femminucce nei monasteri di diverse città. Tre bambine furono accolte a Rieti, in anni diversi, in S. Benedetto, in S. Lucia e in S. Chiara.

Il solenne battesimo delle due Morette
Esattamente nel 1853, quando il benemerito sacerdote genovese aveva 60 anni, ne portò due a Rieti. Una, d
nome Cadra, 11 anni, originaria della Nubia, fu accolta qualche anno dopo nel monastero di S. Benedetto, l’altra, Alima Fanuja, di nazionalità abissina e di qualche anno più giovane, fu accettata in quello di S. Lucia.
Una volta istruite nella religione cattolica, il 25 marzo 1856, festa dell’Annunciazione, furono solennemente battezzate in cattedrale.
«Alle nove del mattino [di quel giorno] – racconta Francesco Palmegiani – due carrozze, nobilmente decorate giunsero sulla piazza della cattedrale. Ne smontarono le due catecumene con le loro madrine che furono la contessa Maria Vincenti Mareri e la signora Lucia Sisti. Ministro del battesimo volle essere lo stesso mons. Vescovo, che, per maggior solennità, invitò il mons. Delegato Apostolico e tutte le autorità civili e militari colla Banda Filarmonica e, per dare agio al numeroso popolo che voleva assistere alla bella cerimonia, non essendo capace la piccola guarnigione di trattenere migliaia di persone, il Vescovo ordinò che il battesimo avvenisse nella cattedrale, anziché nel piccolo battistero».
Le fanciulle – si legge in un manoscritto - «erano state acconciate alla moresca, o piuttosto, all’armena, con una veste bianca, succinta ai fianchi per una fascia rabescata in azzurro, e sulle spalle una mantellina scaccheggiata di raso color di miele, in capo un turbante tuchino, con fasce e piume bianche, collane di perle e grandi orecchini». «Ma dopo il battesimo – continua il manoscritto – il mantellino cangiossi in candido velo, e il turbante in una ghirlanda di fiori simbolo della innocenza battesimale».
Cadra fu chiamata Maria Giuseppa Maddalena, Alima prese il nome di Maria Giuseppa Lucia. Dopo il battesimo, ricevettero anche la cresima. Madrine di battesimo furono la contessa Maria Vincenti Mareri e la signora Lucia Sisti, madrine di cresima la baronessa Elisabetta Cappelletti e la marchesa Giovanna Crispolti.

Monache in S. Benedetto e in S. Lucia
Le due ragazze al ritorno in convento furono accolte in S. Benedetto da tutte le monache schierate all’ingresso in cocolla, abito delle grandi occasioni, in S. Lucia dalle monache in festa, che mandarono incontro alla neofita una bimba vestita da angioletto, con un giglio in mano.
Nel 1865, quando le benedettine furono espulse dal loro monastero, Cadra era ancora una semplice educanda. In seguito professò con il nome di suor Maria Giuseppa, certamente mentre ancora le suore di S. Benedetto stavano rifugiate presso il monastero di S. Lucia, da dove nel 1884 passarono nella sede attuale.
E in quello di S. Lucia, l’8 dicembre 1874, professò Alima, che da religiosa prese il nome di Maria Giuseppina del Ss.mo Sacramento. Era detta affettuosamente “la Moretta” ed era conosciuta ed amata da tutta la città. La compianta suor Rosaria Serva mi raccontava (e su mio invito ha lasciato scritto in un appunto) che Alima-Giuseppina era un’anima candida e molto pia. Passava tutto il tempo libero nella cappella del monastero, davanti al Ss. Sacramento. In seguito alla soppressione, espulsa violentemente dal vecchio monastero insieme con le altre il 4 dicembre 1886, con alcune consorelle trovò rifugio in una povera casa vicino S. Fabiano, dove rimase fino all’ottobre dell’anno successivo, quando poté entrare con le sue compagne di religione nell’attuale sede.
Provata da diverse malattie e da ultimo da un blocco intestinale, morì l’8 ottobre 1926, all’età di 81 anni.
ASLu, ms 50, Memoria del battesimo conferito a due giovani Morette nella chiesa cattedrale basilica di Rieti dall’ill.mo e rev,mo monsignor Gaetano Carletti vescovo di detta città il dì 25 marzo 1856; P. Cosimo Berlinzani, Vita di Anna Moroni, parte prima, a cura V. Di Flavio, pp. 67, 76 della mia trascrizione; F. Palmegiani, Rieti e la regione sabina, Roma 1932, p. 313 in nota; Di Flavio, Le Benedettine di Rieti tra XVIII e XX secolo, in «Benedictina», 45, 1/1998, pp. 103-129: 114, 119 nota 1; B. Marelli, … Metti, signore, un Angioletto negro …, in “Incontro al sofferente”, 1990, n° 202, pp. 26-31.

Suor Maria concetta di S. Giuseppe
La moretta di  S. Chiara

Don Nicola Olivieri tornò a Rieti con un secondo gruppetto di sette bambine di colore nel 1856. Questa volta bussò al monastero di S. Chiara, dove riuscì ad allocarne una. Ma sentiamo come se ne parla nel Libro dei capitoli di quel monastero:
«Adì 13 settembre 1856. Le Reverende Madri di questo venerabile monistero [di S. Chiara], prese da sentimenti di filantropia cristiana verso le Morette, la di cui redenzione è operata con insigne pietà dal zelante sacerdote secolare don Nicola Olivieri da Genova, alla esibizione che gliene fu fatta di riceverne una puramente gratis, tosto consentirono. A tal’effetto, essendo qui giunto il prefato sacerdote portandone seco sette, fra queste ne fu scelta una nel parlatorio del monistero dell’età di undici in dodici circa, che si chiamava Maria, il qual nome non era di origine, e, previa la facoltà apostolica di cui egli era munito, vi entrò nel dì 13 del detto mese e anno, non essendo ancor battezzata. La medesima era nativa di Pempe».
Due noterelle prima di procedere: 1. Pempe sta forse per Pemba, città dello Zambia meridionale; 2. la bambina nel 1856 aveva 15 anni, se è vero che era nata nel 1841 e che alla morte, - come si vedrà più avanti - avvenuta nel 1889, aveva 48 anni.
La ragazzina fece presto progressi sorprendenti nell’apprendere il catechismo e
«A dì 8 dicembre 1856. La moretta Maria, quantunque non fossero trascorsi tre mesi compiti da che era entrata in questo venerabile monistero, essendosi ben istruita in materie di religione cristiana, di cui n’era del tutto digiuna allorché vi entrò, ed essendo avidamente desiderosa di essere rigenerata nel lavacro battesimale»,
su richiesta di p. Pier Francesco da Capestrano, confessore del monastero - che stese di suo pugno questa memoria -, il vescovo Gaetano Carletti «gliene affrettò il conseguimento e glielo amministrò, unitamente al sagramento della cresima», appunto l’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione, «vestendola del suo abitino» bianco. La solenne funzione si tenne nel refettorio del monastero, «a tale uopo convenientemente parato ed erettovi apposito altare». Oltre gli assistenti del vescovo, erano presenti al rito una quindicina di sacerdoti secolari, «dodici dame della prima nobiltà di questa città», il delegato apostolico mons. Achille Apolloni con il segretario e
«l’intera comunità religiosa dell’attiguo monastero di S. Fabiano, riaprendosi in questa circostanza la porta di comunicazione che vi era anticamente, la quale era stata rimurata dopo l’invasione francese» probabilmente del 1810.
Alla moretta furono imposti i nomi di Maria Concetta, Giuseppa, Chiara, Francesca e Luisa. Madrina di battesimo fu l’ill.ma signora Francesca Zapparelli, moglie dell’allora santese o amministratore del monastero Francesco; madrina di cresima la non meno illustre signora baronessa Luisa Cappelletti. In questa occasione qualche solennità si fece anche in chiesa come si capisce da una nota di spesa in cui si legge fu impegnata una certa somma «per paratura di chiesa e refettorio per il battesimo della Moretta».
Quattro anni dopo, le monache chiedono all’autorità ecclesiastica di poter ammettere alla vestizione «una giovane moretta» che da più anni stava per carità nel loro monastero. Il 12 agosto 1860, dopo aver ottenuta dispensa da Roma, fu ammessa alla vestizione senza dote e si chiamò suor Maria Concetta di S. Giuseppe. Professò solennemente il 6 settembre 1861 come corista, ossia nella prima classe delle religiose, la seconda era quella delle converse.
L’ultima annotazione riguarda la sua morte: «Suor Maria Concetta di S. Giuseppe, africana di anni 48, essendo nata nel 1841», morì il primo agosto 1889.

ASCh., Libro dei capitoli, cc. 112v., 113 e alle date 12 ag. 1860 e 6 sett. 1861; fascicolo all’interno di detto Libro dei capitoli, cc. 27v, 47v.
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