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Checco al Calice d’Oro
Inviato da : admin Martedì, 20 Aprile 2010 - 18:12
Checco al Calice d’Orodi Giorgia Casciani
Immaginate di salire su un’ipotetica macchina del tempo e viaggiare a ritroso negli anni  ritrovandovi nella Rieti del primo novecento, a calpestare le anguste vie acciottolate di quello che oggi è il centro  storico, ma che allora era l’intera città pulsante nei suoi vicoli ricchi di artigiani e di varia umanità, così differente da quella attuale, tutta presa dal nuovo fervore ideologico e da una dirompente speranza nel futuro che animava quei primi anni  del novecento che precedevano l’avvento delle due guerre mondiali. Immaginate adesso di percorrere via Garibaldi procedendo  verso la piazza, assaporando di nuovo un’atmosfera antica, immutata nel tempo e di svoltare poi a destra, imboccando via Marchetti, all’angolo con le Poste Centrali; arrestate i vostri passi  dinnanzi al numero civico 56 accanto al quale campeggia l’insegna “Checco, al Calice d’Oro”.


Una nota frase di Pirandello recita così «la vita o si vive o si scrive…»; perché dunque non riscrivere e affidare alla carta che è più paziente degli uomini,  la storia di quegli anni  ormai passati e sconosciuti ai più? In questo affascinante viaggio a ritroso nel tempo ci viene in soccorso Luciano Marinetti, attuale proprietario del noto ristorante e dell’annesso hotel  Miramonti; i suoi ancora vividi ricordi sembrano quasi evocare personaggi  e storie del passato sottraendole alla nebbia confusa  di un tempo che fu.
Siamo nel 1900: un giovane e intraprendente Gustavo Beccarini, imbarcato come cuoco sulle navi, decide di mettersi in proprio e con spavalda incoscienza  apre un ristorante  proprio qui a Rieti, nei pressi di Piazza Cavour. Le cose vanno bene  e l’attività in seguito passa nelle mani di Angelo Marinetti  e Giuseppa Becca-rini, poi si succederanno Giovanni Marinetti e Maria Tarani fino a giungere alla quarta generazione, quella di Marinetti Francesco e Martellucci Dina che seppe dare grandissimo impulso all’attività, portandola,  a costo di durissimi sacrifici all’altissimo livello che ha raggiunto oggi.
I sacrifici, come dicevamo, furono tanti: in quest’immaginario viaggio nel tempo siamo ormai giunti alle soglie della seconda guerra mondiale. Pensate cosa volesse dire mandare avanti un’attività in quegli anni terribili di fame e povertà…. Chi poteva più permettersi il lusso di sedersi comodamente di fronte ad un piatto ben servito al ristorante, quando l’unico modo per sopravvivere dipendeva dalla tessera per acquistare i beni di prima necessità che il regime distribuiva alla popolazione?
Ma evidentemente nelle vene di Francesco Marinetti  scorreva lo stesso sangue che mezzo secolo prima aveva animato l’antenato Gustavo Beccarini: così quando i ripetuti bombardamenti alleati distrussero il ponte che unisce via Roma a Piazza Cavour , trasferì l’attività gestendo per un anno il Quattro Stagioni , passando in seguito in via Pennina e finalmente, a partire dal 1950, si stabilì in modo definitivo presso l’attuale sede in via Marchetti.
Pochi anni più tardi,  esattamente nel 1962, il sig.Francesco, che d’ora in avanti chiameremo Checco, perché così e conosciuto dai più a Rieti, decide di ampliare l’attività annettendo al ristorante anche l’albergo: prima di essere acquistato il palazzo - il più antico della città, monumento nazionale - apparteneva agli Istituti Riuniti di Ricovero.
L’edificio venne dichiarato fati-scente  e le spese per ristrutturarlo da cima a fondo furono cospicue. I soldi non c’erano e - «e papà è come se si fosse gettato da un aereo in volo senza paracadute» -  sono queste le colorite parole che il figlio, Luciano, utilizza metaforicamente per descrivere le difficoltà di lanciarsi in un’impresa simile. Invece, contro ogni aspettativa,  l’idea di Checco funzionò e tutti gli sforzi e i sacrifici  compiuti furono ampiamente ripagati fino all’ultimo: difatti nell’arco di pochi anni, l’attività divenne una delle più fiorenti nella nostra città ed il ristorante divenne così famoso da essere segnalato nelle migliori guide gastronomiche italiane.
Così mentre Rieti, come tutta l’Italia, in quei critici anni del dopoguerra era tutta presa da un nuovo fervore ricostruttivo e dalla necessità di far rinascere l’ottimismo dalle macerie ancora fumanti  della guerra, mentre Roberto Rossellini girava  «Roma città aperta»  e  qualche anno più tardi  l’immortale Federico Fellini lavorava alla regia del film «La Dolce Vita», Checco e il suo ristorante conoscevano gli anni più floridi. La ricca borghesia romana, quando il monte Terminillo era «la montagna di Roma», amava alloggiare presso l’hotel Miramonti, dove oltre a dormire bene,  poteva anche mangiare ottimamente. Non era raro, in quegli anni, vedere seduti  al tavolo del ristorante  il grande Totò o la malinconica Anna Magnani, che tra un film e l’altro venivano a recuperare le energie. O ancora l’indimenticabile attore Gino Cervi e qualche anno più tardi, nel 1974, l’eroe delle Olimpiadi di Mosca  Pietro Mennea oro nei 200. E ancora più vicino ai nostri tempi atleti della mitica Brina-basket come Brunamonti o il compianto Willie Sojourner.
Non dovrebbero stupirci simili frequentazioni se dietro tutto questo c’è la «filosofia» di Checco perché, come ci assicura con tono scherzoso Luciano, figlio di Checco «dove c’è competenza e professionalità si potrebbe aprire un ristorante anche nel deserto».  Il ristorante negli anni è diventato sempre più famoso  per la sua tradizione di bolliti: l’idea anche stavolta parte da  Checco che udito i suoi clienti tessere le lodi delle tenerissime carni piemontesi e degli eccellenti bolliti, si domandò cos’è che gli impediva di fare lo stesso nel suo ristorante, data la qualità altrettanto eccellente delle carni reatine. Ai bolliti si devono poi aggiungere, tra le specialità del ristorante,  le «linguine alla pecorara», le «penne al Calice d’Oro», il «fritto misto all’italiana» e numerose altre leccornie… e che dire poi dell’ottima scelta di vini che accompagna le pietanze?  Una cucina, quella del “Calice d’Oro”, essenzialmente legata al territorio ed alle sane abitudini reatine, che gli è valsa il merito di avere una clientela affezionata che da oltre 40 anni continua a frequentare il ristorante. Purtroppo avvicinandoci ai nostri giorni qualcosa è cambiato e Terminillo negli anni ha perso il suo fascino diventando una montagna «mordi e fuggi» e quando poi venne costruita la superstrada che collega Roma con l’Aquila, Rieti fu immancabilmente tagliata fuori e, come ci racconta mestamente  Luciano «nessuno lo comprese allora».
Giungendo ai nostri giorni il sig. Luciano, assieme ai figli, per nulla intimorito dalla crisi economica attuale, nel 2006 ha ristrutturato completamente il ristorante e  le 27 camere dell’albergo sono state tutte rinnovate e dotate di ogni confort.
Questa attività  secolare continua  dunque a rinnovarsi  insensibile al peso delle generazioni che ha visto susseguirsi e ai sacrifici che si dovettero affrontare negli della «grande crisi» ed ora che l’Italia si trova a fronteggiare una situazione pressoché simile  ad allora auguriamo a Francesco Marinetti, figlio di Luciano, di saper conservare  ed anzi portare ancora più in alto la centenaria tradizione  dell’albergo-ristorante “da Checco al Calice d’Oro”.
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