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Collezione Quintarelli
Inviato da : admin Mercoledì, 15 Settembre 2010 - 15:32
La Collezione Quintarelli presso il Museo Civico di Rieti: l’azione di un vescovo a custodia dell’arte sacra
Il progressivo spopolamento della montagna e della campagna, inesorabilmente legato ai flussi di inur-bamento sollecitati dal processo di industrializzazione che sia pur tardi-vamente interessò il territorio centro-appenninico fin dalla seconda metà del XIX secolo, unitamente alle conseguenze delle soppressioni postunitarie, provocò la chiusura di numerose chiese e la dispersione dei loro arredi che spesso erano testimonianza ed espressione di devozione secolare.


Il patrimonio storico-artistico della Diocesi di Rieti trovò a cavaliere fra XIX e XX secolo un lungimirante custode nel vescovo Bonaventura Quintarelli.
Nato a Bagnoregio il 29 marzo 1844 terzo degli undici figli di Leopoldo e Pacifica Urbani, Bonaventura Quintarelli rappresenta nella secolare storia dei vescovi che si sono avvicendati alla guida della Diocesi di Rieti una figura di notevole prestigio e spessore culturale, che seppe fare intelligentemente da ponte fra le tensioni postunitarie che chiusero il XIX secolo e le prime, caute aperture che anticiparono i Patti Lateranensi del 1929.
Entrato dodicenne presso il Seminario della città natale, nel 1865 conseguì giovanissimo la laurea in Filosofia, rivelandosi attento, profondo interprete della Scolastica sulle orme del conterraneo San Bonaventura, di cui ripeteva auguralmente il nome.
Nel 1868 venne ordinato sacerdote dal Cardinale Patrizi, vicario pontificio, presso la basilica romana di San Giovanni in Laterano. Tornato a Bagnoregio, fra il 1872 e il 1880 fu rettore del Seminario diocesano curandovi nel contempo gli insegnamenti di filosofia, teologia dogmatica e teologia morale.
Fu assiduo collaboratore del vescovo, monsignor Corradi, fino al 24 marzo 1895 quando ricevette la consacrazione episcopale: gli fu affidata la Diocesi di Rieti, che resse per un ventennio, fino alla morte che lo colse il 31 ottobre 1915.
Fra i tratti meno conosciuti della personalità e della cultura di monsignor Quintarelli merita di essere rammentato l’amore per l’arte e l’intelligente, assiduo impegno profuso nella tutela dei beni storico-artistici del territorio diocesano.
Grazie alla sua tenace determinazione, fu evitato nel 1898 l’abbattimento della torre campanaria del Duomo, lesionata dal violento terremoto che aveva colpito la città: le autorità del Genio Civile ritenevano infatti di dover procedere allo smantellamento del campanile, ritenuto un elemento di rischio per l’incolumità pubblica.
Il vescovo Quintarelli si oppose al drastico intervento, provvedendo – in parte, a sue spese – ai necessari lavori di consolidamento.
Nel corso delle visite pastorali compiute nel territorio diocesano, come testimonia il canonico Leopoldo Quintarelli, autore dopo la morte del cugino di una sua biografia, il vescovo reatino infatti «raccolse e comperò a sue spese oggetti artistici sacri e profani, che la insipienza e la ignoranza dei detentori lasciavano trascurati nelle soffitte e che sarebbero certamente andati perduti, se il provvido intervento (…) non li avesse messi in rilievo ed onore. Con l’andar degli anni aveva nell’Episcopio adibito un corridoio – che servì un tempo da cappella privata del Vescovo – e in un grande armadio chiuso, conservava gli oggetti d’arte sacra raccolti nelle sue pastorali peregrinazioni. Questo piccolo museo, ricco di tanti oggetti di cui l’occhio esperto e competente di mons. Quintarelli aveva saputo riconoscere il valore artistico, alla sua morte fu lasciato in donazione al Museo Civico di Rieti che vide così aumentata la serie di tesori d’arte di cui è ricco».
Le numerose croci astili, i piatti battesimali, i reliquiari che vi sono custoditi a tutt’oggi, rappresentando una raccolta di prim’ordine utile a testimoniare i contatti con l’oreficeria abruzzese e l’artigianato romano, sono il nucleo della raccolta operata da monsignor Quintarelli, la cui memoria merita di essere onorata anche per questo suo interesse, così in anticipo rispetto al tempo in cui ebbe a vivere ed operare.
In particolare, si segnalano per il pregio  e la raffinatezza dell’esecuzione tre croci astili dei secc. XIII-XIV, riferibili all’esecuzione di orafi abruzzesi in stretto contatto con l’enclave del Cicolano, territorio del Regno di Napoli che rimase secolarmente parte integrante della Diocesi reatina.
Di una di queste si è in grado di risalire alla provenienza: si tratta infatti di una croce astile in ottone argentato lavorata a sbalzo, già presso la chiesa parrocchiale di Roccarandisi. Sul recto, vi sono raffigurati a rilievo piuttosto schiacciato al centro il Cristo crocifisso, sui bracci trilobati a sinistra la Madonna, a destra San Giovanni evangelista, in alto un angelo, in asse rispetto al legno della croce, in basso il monte Calvario.
La figura del Cristo, dall’impianto bizantineggiante, è caratterizzata dal lungo perizoma che scende fin sulle ginocchia, lievemente flesse. I piedi disgiunti sono appoggiati sul suppedaneum.
Sul verso, domina al centro la figura del Risorto, seduto sul trono; sui bracci della croce sono disposti dischi centinati, rosette e semplici decorazioni geometriche. Entro i quattro lobi sono inscritti i simboli degli Evangelisti.
I documenti del Ministero del Fondo per il Culto che corredarono nel 1922 il deposito museale della Collezione Quintarelli non recano indicazioni a proposito di un’altra pregevole croce in argento lavorata a sbalzo, che conserva ancora elementi decorativi in smalto policromo.  
Sul recto, al centro è il Crocifisso con il capo reclinato, l’anatomia del corpo efficacemente modellata, le ginocchia flesse, i piedi uniti. Sul braccio sinistro, trilobato, è raffigurata la Vergine. L’immagine del braccio destro – probabilmente, San Giovanni evangelista – è  consumata, ridotta ad un illeggibile abbozzo.
In alto, impostato sull’asse della croce è un medaglione in smalto raffigurante il busto di un Santo; nella sovrastante cornice lobata è raffigurato un angelo, mentre ai piedi della croce è inclusa la figura di un Profeta.
Sul verso, al centro è il Salvatore in trono, in atto benedicente: l’aureola è smaltata. In basso e ai lati, nei bracci della croce sono raffigurati tre busti di Santi. Nei lobi di destra e di sinistra, sono leggibili gli emblemi parlanti degli Evangelisti Marco e Luca, mentre sono del tutto appiattiti i lobi in alto ed in basso della croce, in cui dovevano essere raffigurati l’uomo alato e l’aquila.
La croce astile in questione appartiene a quel corpus di opere dell’oreficeria abruzzese diffusasi a partire dal XIII secolo nel teramano, lavorata a sbalzo in metallo su armatura in legno, documentata nell’aquilano fino alle propaggini cicolanensi.
Allo stesso tipo arcaico, con ascendenze bizantineggianti, appartiene la terza croce astile in ottone argentato, lavorata a sbalzo e cesello.
Appartengono alla Collezione Quintarelli anche piatti, pissidi, ostensori.
Tra questi manufatti d’arte sacra, segnaliamo ancora per pregio esecutivo due calici cinquecentesch, l’uno in rame dorato, lavorato a sbalzo con disegni fitomorfi, recante lungo il bordo del piede l’iscrizione AVE CELIS SANTISSIME POTUS UNDE SALUS CHRISTE SANGUIS, e l’altro, datato 1572, anch’esso in rame dorato, recante sul nodo sei inclusioni colorate a smalto e sul piede la scritta T. B. C. F. HIC EST CALIS NOVI TESTAMENTI.
L’opera meritoria intrapresa da monsignor Quintarelli in così largo anticipo sui tempi è stata portata avanti dai vescovi che si sono succeduti a capo della Diocesi di Rieti, che fin dai primi anni ’70 si è dotata di una propria struttura museale, presso la chiesa di San Giovanni in Fonte, antico Battistero della Cattedrale.
Ileana Tozzi
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