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L’unità d’Italia
Inviato da : admin Mercoledì, 15 Settembre 2010 - 16:48
L’unità d’Italia
Centocinquanta più uno
Era la sera del 23 settembre 1860, quando i primi soldati piemontesi (solo dal marzo successivo si sarebbe potuto chiamarli soldati italiani) entrarono da porta Cinthia accolti da una popolazione, o dalla maggior parte di essa, con grandi manifestazioni di giubilo. 

Come racconta Angelo Sacchetti Sassetti, nel suo ormai introvabile libro «Rieti nel Risorgimento italiano», già alcuni giorni, in pratica il passaggio della città dal Patrimonio di San Pietro al nascente stato italiano era cosa fatta. Era stato costituito un Comitato animato da Ludovico Petrini che si era messo in contatto con il comando della colonna piemontese che attraversava l’Umbria, poliziotti e gendarmi pontifici si erano ritirati in direzione di Roma, gli stemmi pontifici erano stato abbattuti, lo stesso Con-faloniere Crispolti, nel recarsi a visitare il vescovo Ruggeri – che peraltro si era molto impegnato affinché non vi fosse spargimento di Sangue – aveva messo in tasca una coccarda tricolore.
Il passaggio era stato, non solo indolore, ma certamente in anticipo sui tempi perché il Governo piemontese aveva stabilito che il Patrimonio della Chiesa, praticamente quasi tutto il Lazio rimanesse proprietà dello Stato del Vaticano, cui invece venivano sottratti «manu militari» sia le Marche che l’Umbria. Ci sarebbero voluti altri dieci anni perché fosse raggiunta Roma e liberato il Papa dalla gestione «temporale» delle cose terrene.
E il 15 dicembre di quello stesso anno un atto governativo riuniva i territori di Spoleto Orvieto Rieti a Perugia annettendoli tutti a quest’ultima provincia. La nostra città perdeva la qualifica e l’onore di capoluogo e versava 14 mila scudi nella cassa comune.
Come si vede da queste brevi note la nostra città potrebbe ben a ragione festeggiare con un anno d’anticipo la sua voglia di vedersi unita al resto d’Italia per dare vita ad una Nazione in grado di affrontare con la necessaria forza e coesione i tempi non facili che avrebbero coinciso con i primi decenni del ventesimo secolo.
A buona ragione dunque i rappresentanti reatini potranno vantare una primogenitura  nella costruzione dell’Italia com’è adesso dopo aver attraversato pr un secolo eventi gloriosi e terribili per portarsi infine, dopo un cinquan-tennio segnato da progressi in tutti i campi, tra le sette nazioni più ricche del mondo.
Ha ragione dunque chi sottolinea in modo positivo questo stato di cose e respinge i conati passatisti o le ambizioni separatiste arrivate ad immaginare una macro area economica che abbracciasse l’Alta Italia l’Austria e la Slovenia, cioè ponendo le basi di un risorgente regno bicipite. E il bello è che certe tesi vengono portate avanti proprio dagli eredi di coloro che fecero questa Italia (tra i Mille garibaldini la maggioranza erano bergamaschi, milanesi e bresciani) e non da coloro che, in un certo qual modo la subirono (i «cafoni» e i legittimisti borbonici e papalini).
Forse la realtà è molto diversa e passa non per una parcellizzazione di quello che già esiste, quanto per un rilancio del cosidetto «spirito europeo» messo in seria difficoltà dalla crisi economica che il mondo sta attraversando.
Ciò perché di solito la soluzione dei problemi sta guardando avanti e non rivolgendosi al passato. Altrimenti Roma potrebbe richiedere il possesso del mondo mediterraneo, proprio mentre i più integralisti tra gli islamici allungano il loro sguardo sulla Sicilia e sulla Spagna, la quale infine si sentirebbe autorizzata a ricostruire l’impero su cui non tramonta il sole! Paradossi improponibili.
Più facile sperare che sia realiz-zabile, e lo sarà, un’Europa che unisca leggi e regolamenti, oltre la moneta, mentre il Mediterraneo diventerà il centro di un mercato ricco di fermenti economici ed culturali dove prevalga la voglia di progresso nella tolleranza e nella pace.
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