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Quale santo invocare
Inviato da : admin Venerdì, 26 Novembre 2010 - 19:12
Quale santo invocare
San Liberato di Cantalice dal XII al XV secolo
Premessa
San Liberato è un agiotoponimo, ossia un luogo, nel nostro caso un centro abitato, che prende il nome da un Santo. In Italia di centri abitati, e non di semplici località, intitolati a santi se ne contano circa 2500, di cui circa 40 nella nostra provincia. A livello nazionale moltissimi sono i Sant’Angelo, i San Vito, i Santa Maria ecc. Di San Liberato invece ne esistono solo due: San Liberato di Cantalice e San Liberato di Narni.
In genere questi toponimi derivano il nome dal santo al quale è dedicata la chiesa, intorno a cui è sorto poi o si è aggregato l’abitato.


La particolarità del nostro caso è che il Santo in questione non ha un nome preciso: nei documenti più antichi è detto S. Liberatore, poi S. Liberatore e S. Liberato, in fine S. Liberato. Con questo nome oggi si indica sia la chiesa che il paese. Qualche problema, direi anzi qualche contraddizione, è anche nella data in cui S. Liberato si festeggia, ma l’argomento è alquanto intricato e potremo magari tornarvi in un’altra occasione. Anticipo solo che nella Visita pastorale del 1848 è detto per la prima volta e chiaramente che la festa di S. Liberato si celebrava il 15 maggio. Le altre feste erano la  Madonna della Grandine il 2 giugno, il Nome di Maria la seconda domenica di settembre, la Madonna di Loreto il 10 dicembre.
Ma andiamo con ordine, cominciando dalla prima questione: ossia S. Liberato – S. Liberatore. Avverto che l’intreccio dei nomi e la storia della chiesa e del paese vanno a braccetto. Perciò seguire l’uno, equivale a seguire l’altra. Si tenga presente, inoltre, che quasi tutti i documenti rintracciati riguardano la chiesa e non il paese, sul quale tuttavia ne abbiamo un paio abbastanza interessanti.
1. In principio era S. Liberatore
A quanto mi risulta, la chiesa compare la prima volta nella bolla di Anastasio IV del 1153. Il papa, confermando al vescovo di Rieti le chiese di sua giurisdizione, tra gli oratoria quae monasteria dicuntur, nomina anche l’ [oratorium] Sancti Liberatoris, ponendolo tra S. Maria de Consonano (nei pressi di Poggiobustone) e S. Trinità e S. Gregorio de Catalici1. (Noto che per oratorium o monasterium s’intende una chiesa senza cura d’anime, spesso custodita da un eremita).
Non vi è dubbio che l’oratorium di cui si parla è certamente l’attuale S. Liberato per due buonissimi motivi: primo, per il contesto topografico in cui è inserito, tra Poggiobustone e Cantalice, dove di fatto l’oratorio di S. Liberato si trova; secondo perché allora non esisteva in diocesi di Rieti altra chiesa di questo titolo.

Trent’anni dopo, ritroviamo l’[oratorium] Sancti Liberatoris nella bolla di Lucio III del 1182, esattamente nella stessa posizione, cioè tra S. Maria di Consonano e gli oratori già ricordati della Trinità e di S. Gregorio2.
Qui però il documento è più preciso: la Ss. Trinità è detta de Cantalici e S. Gregorio è detto de Rocca, ossia presso una delle quattro rocche ricordate da Fulio-Bragoni, tutte situate nella parte alta di Cantalice. Quella vicino a S. Gregorio doveva trovarsi all’incirca in linea con S. Maria della Pace, all’inizio del vecchio abitato3 . Ma l’espressione de Rocca, oltre a indicare il luogo presso cui la chiesa sorgeva, forse ci aiuta anche a datare questa fortificazione, che potrebbe essere nata nell’arco di questo trentennio, ossia dopo il 1153, quando non compare, e prima del 1182, quando compare la prima volta.
Trascorre circa mezzo secolo e arriviamo al 1231. Quell’anno Gregorio IX emana una bolla con la quale conferma all’abazia di S. Pietro in Valle di Ferentillo – posta nel frattempo alla diretta dipendenza della Santa Sede - il possesso delle chiese già di sua pertinenza. Nell’elenco figurano due chiese situate dentro Rieti (S. Pietro e S. Apostolo) e cinque nel territorio diocesano. Tra queste vi è S. Liberatore de Capite Gualdi4. Il documento è importante perché contiene alcune novità.
La prima è che nel frattempo la chiesa di S. Liberatore era passata alle dipendenze del monastero di Ferentillo. Per qual motivo, in che anno e con quali limiti non sappiamo. Possiamo supporre che il passaggio sia avvenuto per donazione, fatta probabilmente nell’ultimo ventennio del secolo precedente, 1180-1200 (che coincide con un periodo di grande floridezza dell’abazia umbra), e che la sua competenza si estendesse alle rendite e alla cura delle anime. Secondo Offreduccio Ancaiani, che è autore bene informato, e altri, ben quattro secoli dopo, nel 1606, quando S. Liberato sarà elevata a chiesa parrocchiale, spettava ancora all’abazia il diritto-dovere di nomina del parroco, diritto che conserverà, almeno in teoria, fino alla metà del sec. XIX5.
La seconda novità è che S. Liberatore non è detto più oratorio o eremo, ma semplicemente chiesa. Se a ciò si aggiunge che l’abate di Ferentillo doveva provvederlo di un prete, vuol dire che intorno alla chiesa le pecorelle andavano crescendo e qualcuno cominciava a occuparsene, magari stabilendosi in loco. Uno di questi lo conosceremo tra un secolo circa, aveva il titolo di rector, che oggi potremo tradurre con quello di economo-parroco o cappellano.
La terza novità è una pennellata di verde, che inaspettatamente ci fa balenare sotto gli occhi un paesaggio non molto diverso da quello di oggi: ottocento anni fa, la chiesa (allora) di S. Liberatore, con il villaggio che gli andava crescendo intorno, si trovava immerso nel verde, all’inizio del bosco che lo sovrastava: questo significa l’espressione in Capite Gualdi, in capo, all’inizio del bosco, appunto.

Vent’anni dopo ritroviamo il nostro S. Liberatore nell’elenco delle chiese della diocesi di Rieti compilato nel 1252 per ordine del vescovo Tommaso appena insediato6. S. Liberatore vi è nominato tre volte.
La prima volta tra le chiese di Cantalice, e si aggiunge che era soggetta all’abazia di Ferentillo: Sanctus Liberator, qui dicitur subesse monasterio de Florentillo.
La seconda volta tra le cappelle dipendenti da S. Antimo de Albiano, chiesa che, trasferita in seguito dentro Cittaducale, fu la prima cattedrale della neoeretta diocesi civitese. Da questa seconda registrazione si apprende anche che S. Liberatore doveva ogni anno al vescovo di Rieti due corbe di grano e altrettante di spelta: Sancto Liberatore II corbas grani et tantum spelte. Una contribuzione che la pone tra le chiese di reddito medio, medio-alto.
La terza volta, Sanctus Liberator de Cantalici è nominata tra le chiese di Ferentillo: que respondent mona-sterio de Florentillis, ossia tra le chiese tributarie dell’abazia umbra, che ne aveva altre in diocesi. Il documento conferma la dipendenza di S. Liberatore dal monastero di Ferentillo già attestata nel 1231.
3.    Il paese San Liberato e l’eretico Sidrac
I quattro documenti fin qui esaminati portano tutti S. Liberatore e si riferiscono unicamente alla chiesa. Il nome San Liberato come nome del paese compare la prima volta in un documento del 1284. Ritorna due anni dopo, nel 1286, in un altro documento strettamente collegato al precedente. In tutt’e due i casi il nome è riferito al luogo o paese d’origine dei personaggi protagonisti della vicenda che stiamo per narrare e non alla chiesa.
La vicenda è di quelle che meritano un’analisi approfondita. Qui la propongo solamente per documentare – ripeto - la comparsa del nome San Liberato attribuito al centro abitato e perché fornisce qualche elemento per immaginare come poteva essere il paese in quei lontani anni Ottanta del 1200, ossia settecento e passa anni fa. E anche perché prova che alla circolazione di certe idee non si sottraevano neppure piccole o piccolissime realtà marginali, come poteva essere un villaggio relativamente lontano da centri urbani. Sentendone il contenuto, a qualche paesano a conoscenza delle terre della chiesa verrà di esclamare:
«Adesso capisco perché S. Liberato aveva tanti beni».
Ma veniamo ai fatti.
Rieti, palazzo dell’episcopio 29 agosto 1284: al vescovo Pietro da Ferentino si presenta un certo fra Angelo di Rieti, dell’ordine dei minori, inquisitore dell’eretica pravità nella Provincia Romana, e in nome di santa romana Chiesa gli dona la sesta parte del castello di San Liberato, ossia quanto faceva parte della fortificazione del castello stesso, ma non le case site e costruite al di sotto di esso. Ma di chi era questa roba che il frate tanto generosamente regalava al vescovo? Non certo sua, ma di un tal Sidrach de dicto Sancto Liberato, processato e condannato per eresia e punito con la confisca dei beni7 . Di quale eresia fosse accusato non sappiamo. Probabilmente Sidrac era collegato ai Paterini presenti a Rieti vent’anni prima (1461-64), quando il suo maggiore esponente, maestro Palmerio di Leonardo, canonico della cattedrale, era stato processato e condannato dall’inquisitore fra Gentile e privato dei suoi beni8.
Non passano due anni, ed ecco, il 26 marzo 1286 la scena si ripete. Identici il luogo e il vescovo, identico l’atto che si compie: una donazione. Questa volta però a farla non è il frate inquisitore, bensì il figlio dell’inquisito, che si chiamava Petruccio di Sidrach: Petrucius Sadracchi de Sancto Liberato. Petruccio dice di avere tanti motivi di riconoscenza e un amore così sviscerato per il vescovo e per i canonici della cattedrale che dona loro tutti i beni (omnia bona) che egli possedeva in San Liberato: in eodem loco Sancti Liberati. Tali beni erano costituiti da case e casali, vigne, orti, terre, canapine, selve, acque, paludi, mulini, vassalli, pascoli e prati. E sente il bisogno di dichiarare ai suoi sbalorditi beneficiari che tutto ciò egli faceva spontaneamente e non perché gliel’avessero chiesto o suggerito il padre Sidrach o la madre Emilia o le sorelle Giselluccia, Costanza e Abbondanza9 .
Tanta generosità insospettisce e ancor più insospettiscono gli sforzi che Petruccio fa per giustificarsi e per giustificare un gesto all’apparenza inspiegabile se non assurdo. A ognuno di noi verrebbe di chiedergli: «Ma come è possibile? Questi hanno rovinato tuo padre e tu gli vai a dare tutta questa roba?». Trovare una risposta non è facile. Probabilmente, per consiglio di qualcuno che sapeva come queste cose andavano a finire, aveva scelto di spogliarsi volontariamente dei propri beni, anziché esserne spogliato con infamia da chicchessia, com’era capitato al padre. Era una via spiccia, anche se dolorosa, per sfuggire ai sistemi persecutori dell’inquisizione. Pensava così di conservare a sé e alla sua famiglia, almeno vita natural durante, l’usufrutto di quei beni.
Certo è che Petruccio donava alla curia un vero patrimonio e con i beni anche i suoi vassalli o dipendenti. Il che significa che non solo era ricco, ma anche potente. Forse uno dei feudatari del luogo insieme con il padre Sidrach, che ora, in seguito alla condanna per eresia, aveva perso, con i beni, anche i diritti feudali e il potere.
Ma torniamo per qualche osservazione sui due documenti. Nella donazione di Petruccio tutto è chiaro e vi possiamo cogliere l’immagine che S. Liberato poteva dare di sé a un osservatore d’allora: il gruppetto delle case che formavano l’abitato, i casali all’intorno, e poi orti, vigne, prati, animali al pascolo, mulini lungo il torrente, campi coltivati, e più in basso il luccichio di qualche pozzanghera di palude.
Alquanto ingarbugliato il primo documento, ma più nei termini che nella sostanza. Vi si legge – come già detto - che l’inquisitore donava al vescovo la sextam partem pesculi sive castellaris fortitudinis Sancti Liberati, che apparteneva a Sidrach in comproprietà con altri (pro indiviso). Le parole su cui appuntare l’attenzione sono: pesculi, genitivo di pesculum, che significa ‘altura, poggio, roccia’, e fin qui nulla da dire; castellaris, genitivo di castellare, che significa ‘feudo, territorio soggetto a un castello’, ma certamente anche ‘castello’ nel senso di parte fortificata di un paese. Il termine fortitudinis che segue, e che viene ripreso subito dopo, inclina a quest’ultimo significato (luogo fortificato), senza escludere tuttavia il primo (territorio soggetto a un castello). In pratica con quest’atto la curia diventava padrona della sesta parte del territorio e del minuscolo abitato che stava al centro, ma solo della porzione che si trovava dentro la fortificazione o rocca, con esclusione delle case situate e costruite al di sotto di essa (ossia fuori della cerchia munita), come specifica l’atto con le parole:
«scilicet quantum spectat ad munimen sive fortitudinem dicti castellaris, exceptis domibus sitis et constructis infra dictum castellare Sancti Liberati».
L’atto insiste sul fortilizio che si ergeva in groppa alla roccia di sponga (tuttora visibilissima per circa due terzi del suo perimetro) e nel cui giro era compresa anche la chiesa, che anzi ne costituiva la parte più alta e meglio difesa. Avanzi della cinta muraria e di qualche torre si possano ancora intravedere nel profilo curvilineo di alcune sporgenze delle attuali abitazioni.

4. S. Liberato e S. Liberatore
A questo punto lasciamo lo sfortunato Sidrach, Petruccio e la loro famiglia, di cui non sappiamo altro, e con un salto di oltre mezzo secolo giungiamo al 1349.
L’anno precedente, il 1348, era stato un anno terribile per la peste in tutta Italia e, dalle nostre parti, anche per la carestia e le guerre, i classici flagelli dai quali i cristiani da sempre invocano scampo: A peste, fame et bello, libera nos, Domine. Nel 1349, dopo un breve periodo di tranquillità, si erano riaccese le rivalità tra Rieti e Cantalice, a motivo dell’eterna questione dei confini, ma anche perché Cantalice, amica dei nemici di Rieti, volentieri dava asilo ai fuorusciti reatini malintenzionati verso la loro città10.
A questo punto Rieti armò un esercito e portò guerra alla valle e alla rocca di Cantalice, salendo probabilmente da San Liberato, che ne fu travolta. La chiesa, come avveniva sempre in simili circostanze, divenne bivacco dei soldati, che la lasciarono spoglia di tutto. Non si era salvato neppure il necessario per le funzioni sacre. I soldi per ricomprare libri e paramenti non c’erano. Si avvicinava il Natale e i fedeli rischiavano di rimanere senza messa. Ma don Angelo di Giovanni di Leonessa, che era rector ecclesie Sancti Liberati de Sancto Liberato, non si dà per vinto e il 18 dicembre si presenta al vescovo, che era fra Biagio da Leonessa, suo compaesano, e ottiene da lui di poter vendere (e di fatto vende) ad Angelo di Giovanni Staccati una terra lasciata alla chiesa di S. Liberato dal fu Biagio di Emiliuccia. La terra era in tenimento Sancti Liberati, in contrata Tostani. Rimedia così 2 fiorini, quanto bastava per ricomprare un messale e qualche paramento per celebrare cristianamente quel lontano Natale del 134911.

Nel 1350, il 16 settembre, teste Gianni Berardi de Sancto Liberato, lo stesso vescovo Biagio affitta a Petrono Jacobitti Petri Matthei de Sancto Liberato … unum vinecilem (se leggo bene), forse un locale attrezzato per fare il vino,

«situm sub Ripam S. Liberati, iuxta viam publicam de suptus, rem dicti domini episcopi, rem Iohannis Staccati, rem heredum Grugonicti de Cantalice et Ripam»12.

Probabilmente il locale faceva parte dei beni donati alla curia da Petruccio e non di quella sesta parte confiscata a suo padre Sidrach.
L’anno dopo, 28 ottobre 1351, sempre il vescovo affitta per sei anni al già nominato Giovanni Staccati e al signor Liberato Berallutii tutti i possedimenti che egli aveva in castro Sancti Liberati (si noti: nel 1284 si parla di castellaris, in questo di castro = castello). I due locatari dovevano corrispondere ogni anno 19 fiorini boni et puri auri nella festa di Tuttisanti. Al vescovo era permesso farvi pascere pecudes, porcos et alia animalia. In caso però che detti beni fossero messi a soqquadro da un esercito regolare (dicta bona eis locata deguastarentur exercitu generali), essi non erano tenuti a darne al vescovo i frutti13.

Il documento successivo ci porta al tramonto del secolo. Ed è la copia che il vescovo Marini fece di suo pugno del Registro delle chiese del 1398, copia (o quasi) a sua volta dell’elenco già ricordato del 1252. Per quanto riguarda la nostra chiesa, in questo registro si riporta alla lettera e nelle stesse posizioni quanto scritto nell’elenco del 1252 sopra citato, compresa la contribuzione di 2 corbe di grano e altrettante di spelta. Identico anche il titolo di S. Liberatore, che torna tre volte: tra le chiese di Cantalice, tra le cappelle di S. Antimo e tra quelle tributarie dell’Abazia di Florentillo14.

Ma undici anni dopo, e siamo nel XV secolo, torna S. Liberato e torna in sette documenti, nei quali, pur essendo dello stesso notaio, è specificato in tre modi diversi.
a) 3 febbraio 1409: il vescovo di Rieti, Ludovico Teodonari, conferisce al chierico Santo di Paolo Caselli, di ottima famiglia reatina, un clericatum et beneficium … in ecclesia S. Liberati ad Flumen de districtu Civitatis Ducalis. Il beneficio si era reso vacante per la morte di don Pietro Cicchi di Cittaducale, arciprete di Canetra15.
b) 24 febbraio 1410: lo stesso vescovo assegna un altro clericatum et beneficium … in ecclesia S. Liberati de Cantalice a don Giovanni Balli di Rieti, abate di S. Eleuterio, perché il precedente beneficiario d. Antonio Paniccioni si era sposato16.
c) 3 gennaio 1412: il chierico Santo Caselli rimette nelle mani del vescovo i benefici di cui godeva nelle chiese di S. Angelo di Apoleggia, di S. Angelo di Contigliano e di S. Liberato nella villa di San Liberato: S. Liberati de villa Sancti Liberati17.
d) Il vescovo accetta e lo stesso giorno conferisce gli stessi benefici – compreso quello S. Liberato di villa San Liberato - a un certo don Antonio di Giovanni, rettore ecclesie S. Marie de Reate per la quarta parte di cui era titolare Paolo Caselli con i figli18.
e) 19 luglio 1413: di nuovo Santo Caselli rassegna un clericatum et beneficium che aveva in ecclesia S. Liberati ad Flumen19. Potrebbe trattarsi di un’altra porzione dello stesso beneficio già rinunciato o di un altro beneficio goduto nella stessa chiesa.
f) Qualche tempo dopo, Paolo Caselli, tramite il figlio Giovanni, davanti a un notaio di Cittaducale, cede il patronato che aveva in ecclesia S. Liberati de lu Campo de Aielli ai fratelli Bucciarello e Domenico Perotti di Cittaducale. L’8 settembre il vescovo ratifica la cessione20.
g) Lo stesso giorno il vescovo conferisce a Mariano di Bucciarello clericatum et beneficium ad presens vacantem in ecclesia S. Liberati de Campo Aielli per rinunzia di Santo di Paolo Caselli21.
A parte queste cessioni e concessioni, certamente non gratuite, dietro le quali circolava qualche interessuccio di famiglie-bene, per noi è interessante constatare che la chiesa era abbastanza ricca (avendo almeno quattro benefici), ma ancor più interessante è registrare i diversi toponimi che accompagnano S. Liberato, che sono del tutto nuovi rispetto ai precedenti: S. Liberato ad Flumen, S. Liberato de Villa Sancti Liberati, e infine S. Liberato de Campo Aielli o de lu campo de Aielli.
Facile da capire S. Liberato ad Flumen per il torrente che gli scorre vicino, altrettanto lo è S. Liberato de Villa Sancti Liberati, che rivela tuttavia un diverso momento storico del paese: S. Liberato non è più castrum, (come nei due secoli precedenti), ma semplice villa, ossia villaggio rurale, diremmo oggi smilitarizzato, dove la gente pensava a lavorare, mentre alla difesa si provvedeva altrove (a Cittaducale e a Cantalice). In ciò si può cogliere anche una diversa e più razionale organizzazione del territorio e un clima di relativa tranquillità.
Un po’ curiosa la terza espressione, S. Liberato de Campo Aielli o - come si diceva in paese - de lu Campo de Aielli: può intendersi che la chiesa era in prossimità di un campo di proprietà di questo sconosciuto Aiello (probabile corruzione di Angelello – Angello – Agello - Aiello), forse dissodato di recente, strappandolo all’abbraccio del bosco. Potrebbe trattarsi del terreno che si trova tra lo strapiombo della roccia e il torrente.

L’ultimo documento del XV secolo è il registro degli introiti del vescovo di Rieti del 1474-78, pubblicato di recente. C’è da premettere che nel frattempo la diocesi di Rieti era stata strutturata in vicariati e la villa di S. Liberato faceva parte, con le altre chiese di Cantalice, del vicariato di Cittaducale.
Doveva alla curia un quarto di grano e uno di spelta l’anno, forse qualcosa in meno delle 2 corbe di grano e 2 di spelta del 1252 e 1398. In questo registro si ha due volte ecclesia S. Liberati e tre volte ecclesia S. Liberatoris22.
Ed è questa l’ultima volta che dalle antiche carte fa capolino il titolo «S. Liberatore» sempre riferito alla chiesa e mai al paese.
di Vincenzo Di Flavio
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