Orizzonti ieri, oggi e domani | Home | News | Cerca | Web Links | Raccomandaci | Invia News 
17 Dic 2017   18:47
Il giornale dell'Amministrazione Beni Civici di Vazia
Menu principale
On-line

Ci sono 3 visitatori e
0 utenti on-line

Sei un utente non registrato. Puoi loggarti qui.

Login

 Nickname

 Password

 Ricordami


Lingue

Scegli la lingua:

Museo dei Beni Ecclesiastici
Inviato da : admin Venerdì, 26 Novembre 2010 - 19:35
Immagini della pietà tele e gonfaloni delle confraternite nella collezione del Museo dei Beni Ecclesiastici della Diocesi di Rieti
Per gli adepti di una confraternita, più ancora dell’abito il gonfalone rappresenta l’elemento di identificazione di maggior rilievo: se, infatti, il sacco può essere volutamente rustico, in tela grezza, privo di decorazioni e orpelli a significare la volontà di servire in umiltà e spirito di sacrificio, il vessillo rappresenta l’effigie del Santo titolare della pia associazione, al cui seguito i confratelli si radunano e sfilano ordinati ed orgogliosi in pellegrinaggio ed in processione.
Il gonfalone è un drappo di tela doppia, sostenuto da un’asta, dipinto o preziosamente ricamato da ambo i lati.


È assai frequente il ricorso agli artisti più noti ed apprezzati perché eseguano gonfaloni per le confraternite reatine, ma la natura effimera dei supporti, l’esposizione all’interno di ambienti fumosi e l’ostensione all’esterno, senza riguardo o riparo dagli agenti atmosferici hanno condannato alla perdita la maggior parte di questi manufatti.
Resta però la documentazione d’archivio, dal momento che l’autorità ecclesiastica obbliga le confraternite a dotarsi di statuti ed a verbalizzare le delibere degli organismi di gestione.
Tra il 1505 e il 1506, la confraternita di Sant’Antonio di Padova si rivolge ad Antoniazzo Romano e a Marcantonio di Antoniazzo, padre e figlio, per due gonfaloni.
Antonio Aquili, detto Antoniazzo, è documentato a Roma e nel Lazio dal 1451 al 1508.
L’arco cronologico della sua esistenza coincide con l’evoluzione del lessico figurativo dall’eleganza fantasiosa del Gotico Internazionale, così come viene declinato da Benozzo Gozzoli e dall’Angelico, fra Giovanni da Fiesole, fino ad approdare alla lucentezza metafisica dell’arte di Piero della Francesca.
L’esperienza di Antoniazzo assimila non senza originalità la lezione di questi autorevoli maestri, a cui fa eco con le opere romane e reatine. A sua volta, Antoniazzo avvia all’arte della pittura il figlio Marcantonio, nato dalle nozze con Paolina Vessecchia.
I due artisti, che dominano la scena reatina a cavaliere fra i secc. XV-XVI, lavorano con assiduità per la Chiesa locale, per le comunità religiose e per le confraternite.
Il corso del Cinquecento vede attivi il veneto Giovanni Andrea Toretti, l’aquilano Tobia Cicchini, il reatino Panfilo Carnassali, il cicolanense Ascanio Manenti.
Andrea Toretti compone una pregevole Annunciazione (foto n. 1) per la confraternita di San Bernardino da Siena, Tobia Cicchini un San Biagio  per i devoti che il tre febbraio si recano in pellegrinaggio presso la pieve ai margini dell’abitato per invocare la protezione del taumaturgo contro i mali della gola.
Le diverse cifre stilistiche, dettate dalla pluralità delle correnti che influenzano la formazione di questi artisti, distanti per nascita se non per abilità e prestigio, trovano un punto d’equilibrio e di armonia formale nella committenza reatina, tanto laica che ecclesiastica, interessata a proporre la rappresentazione di soggetti devozionali, a scopo propagandistico e didascalico.
Il risultato, così come possiamo desumere dalle tele e dagli affreschi a tutt’oggi conservati, è quello gradevole e misurato di una pittura di maniera, che gradatamente trascorre dalla grandiosità armoniosa del Cinquecento ai fasti barocchi del nuovo secolo, in cui si compie il dettato della riforma cattolica, così come era stato codificato dai decreti tridentini.
A fare da cerniera fra gli stili che segnano il trapasso fra i secc. XVI e XVII è Ascanio Manenti da Capradosso (1573 ca- 1660).
A Rieti, dove lavora assiduamente fin quando il suo talento non viene messo in ombra dall’astro nascente del figlio Vincenzo, esegue gonfaloni per le confraternite di Santa Maria della Misericordia, San Pietro Martire, Sant’Agata, San Bernardino da Siena, affresca l’oratorio di San Bernardino e la chiesa di San Pietro Martire. Fissata la propria residenza a Canemorto, l’attuale Orvinio, dopo il matrimonio con una donna del luogo, intraprende la decorazione della chiesa annessa al Conventino degli Osservanti, dove acquista il diritto alla sepoltura per sé e per la sua famiglia.
Di Ascanio Manenti, la Pinacoteca diocesana conserva la preziosa tela raffigurante Sant’Eligio, San Giovanni Battista, Santa Maria Maddalena commissionatagli dalla compagnia che associava i maniscalchi reatini.
A sua volta Vincenzo Manenti (1600-1674) lavora per i maniscalchi titolari dell’altare dedicato a Sant’Eligio nella chiesa di San Giovanni in Statua, oltre che per la ricca confraternita dei mercanti, per la confraternita dei muratori lombardi titolare della cappella di San Rocco in cattedrale, per i falegnami associati nella confraternita di San Giuseppe.
Per costoro, compie la bella tela raffigurante la Sacra Famiglia (foto n. 2), composta aderendo al convenzionale schema paratattico che  dispone in orizzontale il Bambino Gesù, paffuto e ridente, affiancato dalla giovane madre e dall’anziano padre putativo.
Letta in verticale, la tela rivela l’identità della Famiglia celeste, rappresentata dall’Onnipotente e dalla Colomba dello Spirito Santo.
Per la confraternita di Sant’Antonio di Padova, esegue la tela
Nel corso del Seicento, fra gli artisti impegnati a Rieti nella decorazione delle chiese, degli oratori, degli altari di cui sono titolari le confraternite meritano di essere segnalati il fiorentino Lattanzio Niccoli e l’umbro Francesco Cesi, padre del più celebre Carlo.
Proprio al pennello di quest’ultimo si deve l’unico esemplare di gonfalone a tutt’oggi conservato: si tratta di uno stendardo dalle ragguardevoli dimensioni di cm. 240 di altezza, 167 di larghezza, in ruvida tela tessuta a spina di pesce, dipinto a succo d’erba fra il 1679 e il 1680 per la confraternita di Santa Maria della Misericordia.
Sulla tabella è raffigurata l’Assunta, attorniata dagli Apostoli, sul retro è l’Ascensione di Cristo con San Giovanni Battista, San Sebastia-no, San Martino di Tours, San Bernardino da Siena.
La soppressione delle principali confraternite dell’Umbria meridionale decretata nel 1739 per dare una risposta più organica ed efficace all’esigenza di assistere gli orfani ed i proietti determinò un’inevitabile decadimento della produzione artistica legata alle associazioni di servizio.
Ma ancora nel 1905 un artista reatino, Antonino Calcagnadoro, esegue uno stendardo per la comunità parrocchiale di Cantalice.
Nato nel 1876, Calcagnadoro intraprese giovanissimo l’attività di decoratore affiancando il padre Cesare, perfezionandosi poi a Roma grazie ad una borsa di studio. Lavorò assiduamente a  Rieti ed a Roma misurandosi con originalità e talento con le correnti artistiche che segnano il passaggio dall’Ottocento al Novecento. La sua produzione nell’ambito dell’arte sacra spazia dal palazzo dei Chierici Ministri degli Infermi alla casa madre delle Maestre Pie Venerini, dalla cappella del Crocifisso nella cattedrale di Rieti alla cappella di San Giuseppe Calasanzio presso la Casa Generalizia dei Padri Scolopi a Roma.
Il pittore compone lo stendardo inserendo nel verso l’immagine di San Gregorio Magno ispirato dalla colomba dello Spirito Santo, sullo sfondo di un panorama in cui si riconosce il paese di Cantalice. Nel recto è raffigurato  il Cristo risorto, dai lunghi capelli fluenti sulle spalle, gli azzurri occhi dolci ed espressivi, che stringe nelle mani il calice eucaristico.
di Ileana Tozzi
Stampa la pagina Invia l'articolo ad un amico
 
Link correlati
· per saperne di più su n. 3/10 ORIZZONTI
· News da admin

Articolo più letto su n. 3/10 ORIZZONTI:
Chiesa di S. Vito

Vota l'articolo
Questo articolo non è stato votato