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Duomo di Rieti
Inviato da : admin Giovedì, 20 Ottobre 2011 - 17:56
Il fregio fitomorfo del portale del duomo di Rieti (XIII sec.): dall’acanto al caprifoglio
Il credo cristiano si diffuse nel territorio sabino attraversato dalla consolare Salaria già  intorno alla metà del I secolo, grazie alla presenza di San Prosdocimo, discepolo di San Pietro.
La Chiesa locale si costituì giuridicamente in Diocesi sul finire del V secolo. Una lettera di papa Gregorio Magno a Crisanto, vescovo di Spoleto, fa riferimento nel 598 alla cattedrale reatina intitolata a Santa Maria Madre di Dio, secondo la definizione di qeotocos, decretata nel 431 dai padri della Chiesa riuniti ad Efeso per il terzo concilio.


Nel 1109, al tempo del vescovo Benincasa,  l’ormai angusta e fati-scente basilica paleocristiana fu abbattuta per consentire la costruzione di una nuova, più degna cattedrale.
Nel  1157, il 1 settembre il vescovo Dodone insieme con i vescovi delle vicine Diocesi di Narni, Forcona e Tivoli consacrò la basilica inferiore.
La costruzione della basilica superiore si compì entro il primo quarto del XIII secolo: il 9 settembre 1225, la basilica superiore fu infatti consacrata da papa Onorio III, al tempo residente a Rieti.
La mole austera della cattedrale, orientata longitudinalmente lungo l’asse Est/Ovest, è preceduta dal campanile romanico, saldo eppure agile nella sua struttura: il possente torrione domina il panorama cittadino fin dagli inizi del sec. XIII, quando fu eretto da maestranze lombarde, a lungo attive in territorio sabino.
Un elegante portico, voluto nel 1458 dal vescovo Angelo Capranica, collega ed armonizza sotto il profilo architettonico i diversi corpi di fabbrica della cattedrale, del battistero e della torre campanaria.
Il portico, che si apre ad Est attraverso due archi a tutto sesto ed un archetto a sesto acuto, scanditi da piloni ottagonali, costituisce il raccordo simbolico, oltre che funzionale, tra lo spazio esterno alla chiesa, deputato alle attività civili, al mercato, agli scambi ed alle transazioni, occasionalmente fruito per processioni e sacre rappresentazioni, e l’interno, costituito dall’ampia aula basilicale che ben presto, a partire dal XV secolo, cominciò ad articolarsi nelle ricche cappelle delle navate laterali.
La facciata romanica della cattedrale è esaltata dal raffinato fregio lapideo del portale centrale, in cui s’intrecciano, dagli stipiti all’architrave, ricche volute vegetali e figurazioni animali.
L’anonimo scultore duecentesco autore del fregio dimostra di aver appreso la lezione magistrale di Benedetto Antelami e di Wiligelmo, ma appartiene di certo ad una generazione successiva ed è legato all’espressionismo proprio della scuola romana dei Cosmati, dei Mellini, dei Vassaletto. La sua opera è di grande pregio ed è capace di celare un profondo significato allegorico che scorre al di sotto delle armoniose forme ispirate al mondo vegetale ed animale.
Il fregio scultoreo in marmo è realizzato ad alto e basso rilievo.
La superficie reca ancora visibile il segno degli strumenti abilmente utilizzati dall’abile maestro e dai suoi aiutanti di bottega,  la subbia, lo scalpello, il violino, i raschietti dal suo anonimo autore.
Dal modellato, concepito come un nastro fitomorfo, si enucleano per ciascuno dei lati otto girali da cui emergono nuovi steli, bacche, rosette, animali.
Il motivo ornamentale si diparte dall’architrave, da una testa d’ariete che evoca il sacrificio di Abramo.  
Dalla sua bocca si snoda la decorazione vegetale, nelle cui ampie volute si annidano il grifone alato, il basilisco, l’aquila e l’aquilotto.
Alla base dei due stipiti, a destra il fregio si conclude nelle fauci di una leonessa, a sinistra in un cespo di acanto simile alle foglie che incorniciano la lunetta e decorano in alto i due capitelli.
L’artista romanico rielabora il motivo convenzionale dell’ acanto, l’Acanthus dalle belle foglie, larghe e lucenti, ideato da Callimaco di Corinto, verso il 415 a. C., ma con brillante intuizione e straordinaria originalità lo trasfigura nel più diffuso caprifoglio, comune nei boschi appenninici, Lonicera Caprifolium dal gracile fusto legnoso scandente, le foglie opposte, cuoriformi alla base, connate in un disco infilato sul fusto, i fiori in verticilli all’ascella delle brattee, il calice a cinque sepali, la corolla tubulosa, gli stami inseriti sul tubo corollino ad antere sporgenti, l’ovario infero, lo stelo allungato, le bacche rosse.
Il motivo di questa trasformazione va ricercato nei significati che il fregio assume, scandendo l’accesso alla basilica intitolata alla Madonna, Madre di Dio: la cosmogonia cristiana, legata all’immagine dell’albero nella polisemicità allegorica della conoscenza, della genealogia, della resurrezione, attribuisce alla stessa Vergine Maria l’associazione con l’arbor vitae, dal cui frutto nasce il Redentore.
Il serto che si diparte dalla bocca del capro fa sintesi della storia della salvezza, a cui l’umanità tende confidando nell’ausilio della Vergine Madre di Dio.
Fra le sue fronde, nidificano l’aquila, il grifone e il basilisco, dunque l’uccello regale capace secondo i bestiari medievali di contemplare il sole, l’animale fantastico dominatore degli elementi vitali, il re dei serpenti dallo sguardo malefico: ma, come recita il Salmo 91, canto di lode al Signore che nella sua giustizia infallibile punisce i malvagi e riserva ai giusti il suo premio, «Colui che confida in Dio camminerà senza pericolo sul leone e sul basilisco».
Così il fregio scultoreo del portale della cattedrale di Rieti è una lode al Signore, una preghiera innalzata alla Vergine Madre di Dio, un’esaltazione del libero arbitrio, il dono sublime che l’uomo ha ricevuto.
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