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Gli scontri sulle nostre colline
Inviato da : admin Giovedì, 20 Ottobre 2011 - 18:04
Lotte fratricide all’antico confine tra «Regno» e «Stato»
Gli scontri sulle nostre colline
Nel giugno del 1641 milizie di Rieti e di Cantalice si scontrarono per giorni, con distruzioni, morti e feriti. Forse fu l’ultima guerra tra due comunità che da secoli si fronteggiavano in armi. Gli scontri avvennero sulle colline fra Castelfranco e Cantalice in un periodo di grande tensione tra i governi centrali degli Stati di appartenenza, in una situazione intricata e confusa, col rischio di scatenare una guerra generale.


    Un grave conflitto opponeva il papato a Odoardo Farnese, duca di Parma e Piacenza, per il possesso del ducato di Castro nel Viterbese, cioè all’interno dello Stato della Chiesa.
    L’esistenza di questo feudo, che un secolo prima papa Paolo III Farnese aveva creato per la sua famiglia, era mal tollerata dai papi suoi successori. Papa Urbano VIII Barberini, che ora reggeva la Chiesa, tentava con ogni mezzo di estromettere i Farnese dal loro feudo.
    I Farnese, però, avevano altri feudi, come Cittaducale, Cantalice, Leo-nessa e altri paesi d’Abruzzo nel Regno di Napoli, proprio al confine con lo Stato della Chiesa, a poca distanza da Rieti. Questi territori li avevano ereditati da Margherita d’Asburgo, la celebre Madama d’Austria, loro antenata, che aveva sposato un duca Farnese. Il Regno di Napoli, che comprendeva questi territori, faceva parte dei domini della Spagna, che a Napoli aveva insediato un viceré, e che da tempo contrastava la politica di papa Barberini e dei suoi strapotenti familiari .
    Questa intricata situazione geopolitica era aggravata dalle condizioni interne dei paesi sul confine, lacerati da scontri sanguinosi fra le fazioni capeggiate da questa o quella potente famiglia; i fuoriusciti, costretti ad abbandonare il proprio paese coi loro seguaci, covando vendetta, formavano bande pronte a tutto che taglieg-giavano le popolazioni inermi. Si viveva in uno stato perenne di guerra civile. I governi centrali, da Napoli e da Roma, non riuscivano a controllare con le proprie forze questi turbolenti territori; per farlo erano costretti a servirsi proprio di queste bande, assoldandole e mettendole l’una contro l’altra.
    Il più celebre capobanda, a quei tempi, era il famigerato Giulio Pezzola, del Borghetto, oggi Borgo Velino, al servizio degli spagnoli ma fedele solo al proprio interesse; un vero feroce, spietato, «signore della guerra» che poteva disporre di centinaia di uomini, a piedi e a cavallo. Il Pezzola, però, non compare nella nostra storia; forse in quei giorni era impegnato altrove, lontano; troveremo, però, i suoi soci e i suoi nemici.
    La vicenda del conflitto del giugno 1641 è descritta in una relazione dell’epoca, di parte reatina, conservata dalla Biblioteca Paroniana di Rieti, che racconta minutamente i fatti d’arme, l’andare e venire delle truppe, gli ordini e i contrordini delle autorità: anche per l’anonimo autore del manoscritto non era facile raccapezzarsi in quella situazione.
    Tutto cominciò per un furto di venticinque maiali che Palombo di Poggio Bustone aveva subìto mesi prima da uomini cantaliciani; per ritorsione ne aveva razziati il doppio sulla montagna di Cantalice. L’8 giugno 1641, mentre accompagnava a Rieti quaranta soldati appena arruolati, venne «arrestato» da un gruppo di canta-liciani come contumace; i suoi soldati si guardarono bene dall’intervenire nella faccenda, continuarono per Rieti e riferirono al Governatore.
    Pietro Ottoboni, veneziano trentunenne governatore di Rieti, fece subito, per ritorsione, incarcerare alcuni cantaliciani ignari di tutto che si trovavano in città per vendere legna.
    Nella notte due bande al servizio dei reatini, quella di Cola Mattei detto Scucchiafarre, anche lui del Borghetto come il Pezzola ma suo acerrimo nemico, e l’altra di Marco Marchetti, farmacista e fuoriuscito cantaliciano, entrarono, forse di propria iniziativa, nel territorio di Cantalice. Presero prigionieri quattro uomini di Mercurio Tavani, nemico del Marchetti, distrussero un mulino e, giunti ai laghi, spezzarono le barche dei pescatori. Lo Scucchiafarre rimase ferito, con un chiodo si forò un piede da parte a parte.
    Il Governatore, dopo aver mandato le milizie cittadine al comando del capitano Sonanti a guardare i confini da quella parte, ricevette il padre di uno degli ostaggi, venuto per negoziare le scarcerazioni, al quale comunicò che li avrebbe rilasciati solo se fosse stato liberato il Palombo, che era rinchiuso nella torre di Cantalice. Avvertì che se il Palombo avesse avuto danni «haverebbe fatto saltar tutti i carcerati che aveva in mano dalle sue fenestre».
    Intanto le bande del Marchetti e dello Scucchiafarre attaccarono una scaramuccia con quelli di Cantalice, tra i quali militavano numerosi uomini Pace, a pochi passi dalle mura del paese, e San Gregorio, verso Castel-franco. Alle due bande s’aggiunse quella di Titta Ferretti, altro uomo di parte barberiniana.
    La mattina del 14 attaccarono il paese, credendolo sguarnito, ma furono respinti a colpi di moschetto. Un uomo del Ferretti, Pasquino di Cascia, fu ferito ad una coscia proprio sotto le mura; preso tra i due fuochi, vista la mala parata si arrese e «con una corda stesagli da nemici se ne salì per una fenestra benche prima alcune donne di Cantalice uscissero per fargli la festa le quale furno fatte ritirare dentro di detta terra a furia di archibugiate». Fallito l’attacco, i reatini si ritirarono verso Castelfranco, anche per contrasti nati tra i capibanda.
    La mattina successiva le truppe reatine provarono a riguadagnare i posti lasciati. Erano giunti rinforzi, anche truppe a cavallo guidate dal sergente maggiore Torelli. C’era anche Scipione Colelli con i suoi uomini, quasi tutti parenti; anche se di parte pontificia, era consuocero del Pezzola, col quale cercava di non guastarsi.
    I cantaliciani, che pure s’erano rafforzati con l’arrivo di un gran numero di uomini venuti dalla montagna di Leonessa, «presero animo, et uscirno fuori e cominciorno a tirar moschettate».
        Arrivarono altre truppe reatine, il castellano del vicino Forte di Montegambaro cominciò a sparare e a mandar segnali a Rieti. Il Governatore, allarmato, ordinò la mobilitazione generale di tutti i cittadini, prontamente attuata, e inviò altri rinforzi, capeggiati dal marchese Canali. Congiuntisi a San Gregorio, «dove si scaramucciava alla gagliarda», con le altre truppe, riordinati in quattro colonne riuscirono a ricacciare indietro gli uomini del Regno.
     Pioveva a dirotto, come nei giorni precedenti, e questo rallentava le operazioni; malgrado ciò si seguitò «sino alle due hore di notte, in circa, e delli inimici ne furno ferriti gran’ quantita e morti nove che si sanno».
    Nella mattinata del 16 fu di nuovo posto l’assedio al castello, mentre il luogotenente Sanizi, con sessanta soldati suoi e cinquanta soldati còrsi, assieme al Marchetti, pratico dei luoghi perché cantaliciano, si appostò in un luogo dominante Cantalice, verso Poggio Bustone. Da quella posizione i suoi armigeri potevano colpire il castello come volevano.
    A Cantalice, assediata e bloccata, ormai scarseggiavano i viveri e le munizioni; per fare palle di fucile i difensori furono costretti a fondere piatti e stoviglie di stagno e perfino le canne degli organi delle chiese. Per uscire dalla gravissima situazione, nella notte decisero di liberare segretamente il Palombo.
    Quando la notizia arrivò a Rieti il Governatore ordinò che venisse tolto l’assedio e si rientrasse nei confini. Il Ferretti, prima di ritirarsi con la sua banda «diede fuoco a 50 case in circa doppo essere depredate e saccheggiate da tutta la gente che stiede li col levar li Bovi Cavalli Aseni Pecora capre porci e altre robbe».
    La politica, anche se in ritardo, stava riprendendo il controllo della situazione. Il governo del viceré non voleva guastarsi troppo con il papa, il duca Farnese temevano un attacco su Castro, papa Barberini si stava preparando a muovergli guerra nel Viterbese e non voleva aprire un altro fronte nel Reatino.
    L’auditore regio Pietro D’Amore fu inviato sul posto per capire cosa stesse accadendo; smarrì la strada e capitò nel territorio di Castelfranco, dove fu preso a schioppettate dalle guardie e arrestato.
   Il Governatore, allarmato, gli si precipitò incontro; chiarita la situazione e colmatolo di gentilezze, lo mandò libero con tante scuse. Poco tempo dopo arrivò a Rieti un altro emissario del Regno, il dottor Cesari di Cittaducale, per assicurare il Governatore delle intenzioni di pace delle autorità.
    A Rieti, per settimane e mesi, si susseguirono arrivi e partenze di truppe, smistate in tutto lo Stato pontificio. Spiravano venti di guerra; intanto, dice la relazione, «è stato levato il commercio tra Rieti e li Regnicoli quali si morrono di fame per le terre vicino alla Città diece miglia discosto in circha».
    La guerra per il ducato di Castro scoppiò nell’ottobre di quell’anno 1641e si trascinò, con alterne vicende, fino al 1649, quando il feudo farnesiano venne definitivamente incorporato nello Stato della Chiesa. La città di Castro fu rasa al suolo; oggi è un cumulo di rovine tra i boschi.
    E i protagonisti degli scontri sulle colline? Scipione Colelli verrà ucciso nel settembre dello stesso anno da un uomo di Castelfranco; il Ferretti, invece, sarà ammazzato dal Pezzola qualche anno più tardi. Il Marchetti rientrerà a Cantalice, dove continuerà a male operare, come pure faranno Mercurio Tavani e Alcide Lancia. Il governatore Ottoboni farà carriera e mezzo secolo dopo diventerà papa col nome di Alessandro VIII.
    Degli altri si sono perse le tracce.
di Alberto Dionisi
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