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Guglielmo Pepe
Inviato da : admin Venerdì, 04 Novembre 2011 - 16:44
Il Generale Guglielmo Pepe
INTERVISTA IMMAGINARIA
Capita a volte di discutere di fatti o persone, facendo svolgere quelli, o facendo agire queste in modo conforme alle nostre convinzioni piuttosto che alla realtà, magari anche quando essa è stata certificata dagli stessi protagonisti.


Così, sentendo che si vuole riscrivere una pagina topografica importante del nascente nostro Risorgimento ho immaginato di incontrare, ormai vecchio, deluso ed in disarmo, il gen. Guglielmo Pepe, quello stesso che giusto 190 anni fa ebbe l’ordine dal governo costituzionale di Napoli di respingere le truppe austriache comandante dal gen. Frimont mandate dalla Santa Alleanza a rimettere sul trono il Re borbonico.
Ne scaturisce questa intervista immaginaria ma non troppo!
«Generale, mi presento – esordisco – sono un giornalista di Rieti»
L’anziano ex ufficiale napoleo-nico, mi guarda subito in cagnesco.
«Di Rieti? – replica piuttosto alterato – Ma di me a Rieti non frega niente a nessuno! Lì sui luoghi dove i miei hanno combattuto, e alcuni sono morti, il 7 marzo 1821, mi hanno intitolato una stradina che è difficile ritrovare anche sulla carta della città. Sotto la collina di Lesta c’è un cippo che casca a pezzi! Invece ad Antro-doco sì che mi vogliono bene. Hanno messo le targhe sulla Salaria, fanno convegni, sbandierando quel quadro di Matania che mi ha visto combattere a cavallo nelle gole antrodocane mentre io dopo la fuga da Rieti delle mie truppe raccoglitic-ce, il giorno 8 ero già all’Aquila dove avevo indirizzato molti miei ufficiali rimasti ormai senza truppe. Lui comunque è un artista e può fare quello che vuole. Io lasciai il generale Russo ad Antrodoco con i soldati raccolti dai corpi di linea sbandati. Ma, somaro di un giornalista reatino, queste cose le dovresti sapere. Ti bastava leggere la pagina 347 delle mie Memorie, che stanno nella biblioteca comunale della tua città!».
«Questo è vero, però – insisto – vorrei chiederle ancora due cose. Perché non ha aspettato Frimont ad Antrodoco? Quella era una posizione formidabile tanto è vero che il 9 il gen. Russo con soli trecento cavalli e mille uomini ha resistito per tutta la giornata per essere poi aggirato dall’alto proprio perché aveva poca gente. In secondo luogo perché ha  mandato Montemaior per Casette verso Rieti sulla sinistra del Velino. Alla resa dei conti il fiume vi ha diviso e lei non ha avuto la sua gente quando  serviva».
Questa volta il generale che ha combattuto per tutta la vita, dalle campagne napoleoniche fino alla prima guerra d’indipendenza, s’arrabbia proprio.
«La tua ignoranza è pari solo alla tua sfacciataggine – ribatte inviperito – è tutto spiegato nella pagina 328. Nella pianura di Rieti, variegata e coperta di vigne cavalleria e artiglieria nemica trovava difficile manovrare, mentre io avrei potuto facilmente avanzare o retrocedere senza essere sopraffatto. Se il nemico mi avesse assaltato con forze superiori mi sarei riparato tra le gole d’Antrodoco. Così deliberai cogliere a Rieti il destro opportuno per avvezzare i miei a combattere. Per quello che riguarda Montemaior, ambizioso ma debole di carattere, gli avevo messo vicino alcuni ottimi ufficiali e gli avevo dato istruzioni minutissime indicandogli persino l’ora in cui doveva lasciare il suo bivacco al fine di giungere, all’alba del giorno 7, in faccia a Rieti a distanza di tiro di moschetto, presso al ponte di pietra sul Velino. Lui invece è arrivato alle dieci e miei avversari hanno avuto tutto il tempo di ricevere rinforzi. Vai a leggere la pagine 336 e avrai tutte le risposte».
«Certo generale, quella fuga alle prime schioppettate…».
La reazione di Guglielmo Pepe questa volta è violenta, sta per mettere mano alla sciabola, ma non la trova perché ormai l’ha appesa al chiodo. Poi si calma.
«Ma quale fuga ai primi colpi. Io – spiega con voce che a me sembra rotta dall’ira o forse dalla commozione – avevo occupato con i miei il colle davanti ai Cappuccini (il colle di Lesta n.d.a.). Militi e soldati di linea erano immobili davanti ai tirolesi che con le loro carabine rigate ci tiravano da lontano. Nessuno ha mostrato paura, hanno respinto la fanteria leggera e la cavalleria. Quattro ore è durata la sparatoria, poi… vai a leggere le pagine 336 e seguenti. È vero: quando, per evitare l’accer-chiamento, ho ordinato di ripiegare parve che un tristo genio cambiasse l’animo di tutti e fu uno sbandamento generale da cui non ci siamo più ripresi».
«Così il Colletta – insisto – ha potuto scrivere che appena ci fu l’attacco di un  reggimento di cavalleria ungherese avvenne il crollo, piuttosto vergognoso, del suo esercito».
Guglielmo Pepe appare rassegnato.
«Americani, belgi, olandesi, e gli stessi francesi sono spesso fuggiti, ma poi per gli aiuti ricevuti magari sono tornati a vincere. Noi invece no. I napoletani, cui la fortuna tolse ogni mezzo alla riscossa, non solo rimasero sotto il giogo del più inintelligente dispotismo, ma furono scherniti e vilipesi da quegli stessi che n’ebbero la colpa. Come possiamo prendercela con gli altri quando i due soli napoletani che hanno scritto dei questi avvenimenti sembrano solo che vogliano infamare i propri conterranei».
Vedo che il vecchio generale è ormai provato. Mi avvicino per salutarlo, ma lui quasi si ritrae.
«Lascia perdere, giornalista di Rieti – dice con un filo di voce – io sto con chi mi vuole bene: io sto con Antrodoco!».
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