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Capillò
Inviato da : admin Sabato, 21 Gennaio 2012 - 15:44
Mestieri scomparsi: Capillò!
Capillò! Così, con modi non sempre cordiali, venivano appellati dalle nostre parti, i giovani delle generazioni degli anni ’60 e ’70. In altri tempi però, con il termine «capillò», in uso principalmente nel Regno di Napoli, si intendeva comunemente riferirsi non a una persona dotata di una folta capigliatura bensì a un commerciante di capelli.


Soprattutto in tempi di vacche magre e per la grande parte del popolo non erano mai grasse, l’ambulante si aggirava gridando per i vicoli e le piazze di paesi e città. Comprava trecce e capelli, soprattutto quelli lunghi delle giovani, per poi rivenderli ai fabbricanti di parrucche e touppè. Per svolgere bene la sua mansione, portava sempre con sè un paio di forbici ben affilate e un sacco o un cesto di vimini dove finivano le trecce dorate o i lunghi capelli corvini di qualche popolana. La raccolta del materiale avveniva solitamente offrendo generi alimentari o una manciata di spiccioli alle donne che disperate, pur di sfamare i propri figli, si privavano delle loro chiome fluenti. Quello del capillò era un mestiere delicato. Non solo bisognava essere esperti nella scelta dei capelli ma bisognava anche essere forniti di una buona capacità di persuasione. Spesso, quando i mariti si accorgevano del taglio, era salutare disporre anche di buone gambe. Non casualmente il capillò, che era solito trasmettere il mestiere di padre in figlio, usava un gergo speciale che permetteva di comunicare con chi faceva lo stesso lavoro, senza però essere compreso dagli altri. Anche l’aspetto esteriore del capillò era importante e veniva molto curato sia l’abbigliamento che il portamento. Se nella Penisola il commercio di capelli era un’attività redditizia, generalmente a conduzione familiare, a Elva, in Piemonte, ha rappresentato invece un modo per combattere la miseria condiviso da tutto il paese. Qui, in autunno, quando i lavori agricoli erano terminati, i caviè o quelli che in lingua occitana venivano chiamati lhi pelassiers, partivano per raggiungere la Lombardia e il Veneto in cerca di chiome fluenti. Quando le trecce delle giovani scarseggiavano, si accontentavano anche dei pels dal penche, ovvero dei capelli venuti via con l’uso del pettine o della spazzola. Cosa c’è di meno prezioso di un capello venuto via pettinandosi? Eppure tutto veniva raccolto in grandi sacchi e portato in paese dove, in laboratori familiari, donne abilissime e pazienti iniziavano la lavorazione del materiale raccolto. I capelli venivano prima lavati, pettinati, divisi con strumenti speciali e poi raggruppati a seconda della colorazione, della lunghezza, della finezza, della consistenza. Era un lavoro certosino che si terminava mettendo le trecce ad asciugare al sole sui loggiati delle case. Il prodotto veniva infine spedito ai grossisti che lo vendevano in tutta Europa ma anche oltre oceano. I capelli tagliati al popolo quindi, venivano trasformati in pregiatissime parrucche per le acconciature di aristocratiche dame, di inglesissimi Lord, di sommi magistrati, di regnanti e di annesse concubine. Quei capelli sono penetrati nelle stanze del potere, nelle alcove segretissime e nei palchi e nei camerini dei grandi teatri di Londra, Parigi, Amburgo, New York, Buenos Aires. Il museo dei capelli di Elvia, inaugurato nel 2006, ci racconta questa storia. Ci narra delle sofferenze della nostra gente e di come nel loro sfruttamento, qualcuno abbia potuto trarre piacere, potendo dare sfogo al proprio narcisismo ed imponendo, oggi come allora, i propri valori estetici e di casta. È anche per questo che il lavoro del capillò o se si preferisce del caviè, non ha mai riscosso nel popolo, grandi simpatie. Spesso veniva considerato  un mestiere «crudele e spietato». Il grande poeta napoletano Salvatore di Giacomo ha immortalato O Capillò  con i suoi versi, descrivendo la storia di una giovane costretta a vendere la sue trecce d’oro per destinare il ricavato al suo innamorato rinchiuso in galera. L’aggio sentuta chiagnere scennenno, ma nteneruto no,no,nun me so’! Sti trezze d’oro mm’ ‘e voglio i’ vennenno! Capillo’! .. . Capillo’!.
di Egisto Fiori
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