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Dal Terminillo alle Ande, dal Polo all’Himalaya
Inviato da : admin Mercoledì, 14 Giugno 2006 - 18:48
Dal Terminillo alle Ande, dal Polo all’Himalaya
La storia di un alpinista d.o.c.: Alberto Bianchetti
di Francesca Troiani

Lui, Alberto Bianchetti, abita in via Valle D’Aosta quasi ad evocare montagne a lui famigliari; alpinista, istruttore di volo, Bianchetti ha segnato insieme ad altri l’evolversi dell’alpinismo nel nostro territorio partecipando a ben ventisei spedizioni dalle Alpi alle Ande, fino a raggiungere l’Himalaya,  è uno dei pochi italiani che può vantare di aver partecipato a spedizioni nei due poli magnetici.
L’interesse per la montagna nasce dall’ambiente in cui vive, ai piedi dell’Imponente Monte Terminillo che austero scruta e domina l’intera Valle Santa.
Spinto da una forte passione per la natura, proprio dal Terminillo inizia a muovere i primi passi verso l’attività escursionistica e alpinistica, aprendo le vie di roccia e scalando la parete nord del Camicia, spingendosi poi in tutto l’Appennino Centrale, compresi il Gran Sasso e la Maiella.


Alpinismo significa «trovare qualcuno che fa cordata», una persona di fiducia capace di sopportare fatiche e sofferenze fisiche, un individuo che ti spinge a fare un passo dopo l’altro per arrivare in alto.
All’età di trent’anni, nel ’70, con i compagni di cordata Mario Sciarra e Lamberto Brucchietti, l’attività del Bianchetti matura fino a toccare i vertici, lasciando la pianura incorniciata di montagne alla volta di vette di notevole prestigio e di incontestata difficoltà.
Abbiamo avuto l’immenso piacere e il significativo privilegio di rivolgere alcune domande ad Alberto Bianchetti e ci siamo intrattenuti con lui per scoprire quale è stato l’input iniziale che lo ha spinto a cominciare la sua «avventura», che cosa lo ha incoraggiato a continuare la sua opera e quali emozioni provoca in lui – ancora oggi dopo innumerevoli esperienze – la vista della montagna.
D: Come è iniziato il cammino verso l’alpinismo?
R: Ho iniziato questa lunga strada quando non conoscevo né mi interessava conoscere il punto di arrivo. Sono stati anni nei quali ho cercato di conciliare sentimenti contrastanti, sensazioni tipiche di un adolescente. L’avventura, la libertà, il sogno li ritrovavo nell’ebbrezza della velocità dell’automobilismo, nella percezione della terza dimensione del volo, e ancor di più nell’incantesimo delle montagne, con i loro colori e i loro silenzi. Ho deciso di fare l’alpinista: ad ogni montagna è seguita un’altra montagna, ad ogni spedizione un’altra.
D: Quali sono gli attrezzi e le difficoltà dell’alpinismo di alta quota?
R: L’equipaggiamento necessario per l’alpinismo di alta quota sono tenda, sacco a pelo, zaino, piccozza, martello, ramponi, moschettoni, e chiodi da ghiaccio per arrampicare e per ancorare le tende.
Per quanto riguarda l’alimentazione è necessario bere molto e nutrirsi il più possibile, inoltre il cibo è caratterizzato soprattutto da alimenti liofilizzati.
In quota, dopo i 1500 mt., si perde il sonno e l’appetito e si va incontro a problemi clinici come la  mancanza di ossigeno e la tachicardia, con il rischio di infarti e di edemi.
È necessaria una lenta acclimatazione, che consiste nel far abituare il corpo al cambiamento di altitudine, pratica che deve essere più veloce dai 6000 mt in su, in quanto il recupero diventa più difficile.
D: Se le dico Alaska.
R: Le difficoltà che s’incontrano nell’alpinismo sono valutabili in riferimento ad alcuni parametri: la quota, la lunghezza e le ostilità dell’ambiente, legata in primo luogo alle condizioni meteorologiche e alla condizione psicofisica: quest’ultima risulta talmente importante da determinare il grado di difficoltà di una scalata.
Vi è una sola scalata in cui sono concentrate tutte le difficoltà e che reputo oggettivamente la più difficile e pericolosa: la scalata al monte McKinley, la vetta più alta del nord America (6194 mt Alaska).
La quota e la sua latitudine ne fanno un obbiettivo tra i più prestigiosi che un alpinista possa raggiungere.
Abbiamo proceduto per giorni e giorni tra le bufere, il vento, le insidie dei crepacci e il freddo gelido che ghiacciava anche i pensieri. Solo una motivazione forte e una forza di volontà di sopravvivenza enormi ci hanno permesso di raggiungere il nostro obbiettivo: il tetto del nord America, il «number one» per tutti gli alpinisti americani.
Non sprecavamo neppure un’ora di luce, erano tutte occupate a fare più chilometri e quota possibile, tirando le nostre slitte, scavando le buche per proteggere le tende dal vento e dalle slavine.
Il  5 giugno partimmo in tre per superare gli ultimi mille metri e raggiungere la vetta, la visibilità era quasi nulla e procedemmo con testardaggine nella speranza che la fortuna ci aiutasse quando improvvisamente bucammo le nuvole e ci trovammo in un altro mondo. Eravamo in vetta, sopra di noi si stagliava il cielo azzurro e sotto di noi c’era l’Alaska.
D: La spedizione più bella…
R: Era Luglio del 1991, il mio progetto erano i 7000 mt., questo, più che un obbiettivo, era diventato un chiodo fisso.
Siamo partiti da Roma alla volta di  Mosca, i miei compagni erano Mario, Arnaldo ed Emiliano.
Siamo partiti da Mosca per Oshc nel Kirghistan, da cui con un interminabile viaggio di dieci ore, arrivammo nel campo base di Achik-Tash, a 3400 metri.
In pochissime ore ci ritrovammo in un mondo completamente diverso dal nostro, un vastissimo altopiano verde, circondato da catene montuose in parte inesplorate.
Per comprendere il valore di questa impresa bisogna tener presente che è la prima volta che scalatori reatini superano la cosiddetta «zona della morte», quell’altitudine oltre la quale è fisiologicamente impossibile per il corpo umano adattarsi. Fino a non molti anni fa, infatti, la scalata di vette superiori a 7000 metri veniva condotta con l’uso di bombole di ossigeno.
Oggi le tecniche di allenamento e di acclimatazione, introdotte da alpinisti come Messner, consentono di condurre queste imprese senza bombole.
La scalata è stata condotta in ventuno giorni, partendo dal campo base di Achik-Tash, ed ha richiesto l’installazione di altri tre campi, a 4200, a 5200, e a 6100 metri. Siamo stati costretti a compiere più volte un percorso di notevole lunghezza, per un dislivello di circa 2500 metri.
Le condizioni meteorologiche furono governate da un tempo molto variabile. Durante la quasi totalità dei pomeriggi e delle notti assistemmo a violente bufere di neve, con raffiche di vento di forza eccezionale.
La scalata ha comportato numerosi rischi, dalle gigantesche valanghe che periodicamente spazzavano il percorso di salita cancellando ogni traccia di passaggio, agli enormi crepacci, spesso nascosti da un sottilissimo e fragile strato di neve fresca, alle raffiche furiose di vento che si accanivano per ore contro le tende cercando di strapparle via, alla nebbia che impediva di orientarsi in questi immensi ghiacciai.
Il giorno 24 facemmo un tentativo partendo da quota 6100 metri, ma fummo bloccati dal vento fortissimo, l’indomani raggiungemmo la vetta in nove ore e altrettante ne impiegammo per tornare al campo. Quando ero in vetta, felice, mi imposi di scendere il più presto possibile, ero completamente scoordinato, barcollavo e cadevo in continuazione, quello che mi rimaneva era l’istinto di conservazione che mi permise di tornare a 6000 metri.
Piansi di notte nella tenda… finalmente il 7000 tanto sognato.

Pensando a queste istantanee di un viaggio tanto difficile quanto esaltante, si percepisce un brivido, forse è il pensiero della neve, delle bufere… o forse è la consapevolezza di avere davanti un uomo che con forza, coraggio e sofferenza è arrivato in «alto».
Sono solo racconti, nulla in confronto all’esperienza reale e concreta di un uomo che ha trascorso la vita in montagna e per la montagna.
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