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Obbiettivo innovazione
Inviato da : admin Domenica, 22 Gennaio 2012 - 16:08
Obbiettivo innovazione per la crescita
«Io non polemizzo mai con nessuno, però quando sento dire  che la nostra provincia è in una situazione di estrema arretratezza, mi arrabbio per due ragioni: in primo luogo perché non è vero e la vitalità del Consorzio che non ha perso posti di lavoro nonostante la deindu-strializzazione lo dimostra; in secondo luogo perché parlandoci male addosso facciamo un danno colossale a tutta la collettività».


Chi parla così è Andrea Ferroni, presidente del Consorzio per il Nucleo di Industrializzazione Rieti-Cittaducale convinto in maniera decisa come questo strumento organizzativo contribuisca in modo determinante all’economia provinciale e che nonostante le crisi ricorrenti ed altri accadimenti collettivi, il fenomeno abbia tenuto, sia pure con i necessari aggiustamenti che hanno trasformato il Nucleo da territorio esclusivamente industriale ad  un agglomerato misto di industrie, commercio e servizi.
Il Nucleo che ha ormai  quarant’anni, fu un’invenzione legata alla Cassa del Mezzogiorno che, riservata al territorio del pre-risorgimentale  Reame di Napoli, coinvolgeva parte della provincia di Rieti.
La sua nascita – primo presidente l’avv. Leonardo Leonardi, vice presidente l’avv. Giustino De Santis – e la sua trasformazione hanno visto fiorire polemiche roventi suscitate da chi vedeva snaturata la vocazione agro-turistica della zone investite dall’industrializazione (e la cosa si sente ancora ripetere anche se ci si domanda quando mai il solo turismo avrebbe potuto creare altrettanti posti di lavoro) e successivamente vedeva il nucleo industriale «inquinato» dall’inserimento al suo interno di aziende commerciali e dei servizi.
Fatto sta che l’arrivo di aziende delle dimensioni della Texas o della Telettra e di altre più piccole ma altrettanto attive, stravolgeva la realtà socio-economica reatina che perdeva addetti in agricoltura per vederli aumentare nell’industria.
Alla metà degli anni Settanta, a soli sei anni dal decreto di costituzione, il Nucleo contava 32 aziende che occupavano 4.274  dipendenti: la Texas da sola ne impiegava 1400 prevedendo di assumerne altri 2000; la Telettra 600  con la previsione di altri 1000. Seguivano L’Intermotor (500), la Merloni (450), F.lli Torda (290), tutte con grandi prospettive  per il futuro che allora appariva roseo perché l’Italia viveva un periodo di gran de espansione che sarebbe esplosa nel decennio successivo.
La produzione spaziava dall’elettronica agli alimentari, dal tessile alla chimica passando per le materie plastiche.
Per Rieti si prospettava un grande futuro industriale anche se nel frattempo doveva registrare passi indietro in quelle aziende che avevano segnato il miracolo il primo miracolo economico, come  la Snia, la Supertessile, e lo zuccherificio.
Ed infatti Nucleo cresceva e nel 1990 contava 96 aziende (in costruzione) 16 erano in programma mentre dieci opifici risultavano inattivi. Gli addetti però non erano cresciuti  in proporzione anche se sfioravano i cinquemila (4519 già assunti, 589 in previsione). Certe ottimistiche previsioni erano state obbiettivamente eccessive.
Ma la crisi era già dietro l’angolo. L’Europa si accorgeva che Rieti era diventata troppo ricca e che quindi non aveva più bisogno degli aiuti di stato. La Texas intanto decollava verso Avezzano la Cassa del Mezzogiorno diventata Agenzia del Sud nel 1984, chiudeva i battenti nel 1992.
La frase più comune che circolava era semplice: al nucleo chiudono tutti! Un’impressione?
Ebbene i dati ufficiali ai primi novembre del 2011 recitano questo: circa 360 aziende in attivita con 4759 unità impiegate di cui 681 nel commercio e nei servizi, comprendendo in questi anche banche e uffici pubblici.
Sono spariti i 1400 dipendenti della Texas, ma la Eems ne conta 461,la Baxter 220, la Lombardini 188, mentre i 212 lavoratori della Ritel lottano da mesi per salvare il posto e l’azienda. Per il resto l’occupazione è molto frazionata, ma c’è.
«Viviamo una situazione non facile che deriva dalla crisi economica globale – dice ancora il presidente Ferroni – per cui possiamo dirci soddisfatti per il fatto che all’interno del Consorzio vengono erogati  più stipendi di trent’anni fa. Con una grave differenza però: allora i contratti per il novanta per cento erano a tempo indeterminato, ora la proporzione è totalmente rovesciata a causa dell’utilizzo dei contratti a tempo determinato sanciti dalla diverse leggi della Stato italiano, Quelli a tempo indeterminato non credo che superino il 40 per cento».
Viene dunque da chiedersi se il monte di questi stipendi vale quanto veniva distribuito negli anni Settanta.
«È impossibile fare questo esame – è la replica di Ferroni – perché non abbiamo dati al riguardo. Bisogna poi considerare che dal passaggio dalla lira all’euro è scaturito un diverso potere d’acquisto. Obbiettivamente si può dire che i 500 euro di adesso non  valgono il milione di allora».
Ora bisogna guardare al futuro. Ma quanto di positivo esso potrà proporre?
«Le prospettive sono legate alla ricerca e all’innovazione. Guardiamo ad esempio – dice ancora il presidente – come la Eems ha saputo trasformare la sua produzione, mentre consideriamo che almeno una cinquantina di aziende sono altamente avanzate. Posso fare alcuni esempi: la Baxter (derivati del sangue, 220 dipendenti) che sta investendo sul territorio, o più recente la Arcelor Mittal, una multinazionale dell’acciato, attualmente con 20 dipendenti, ma con linee molto qualificate che porteranno ulteriore occupazione».
Questa e dunque la realtà della parte più moderna e vitale della nostra collettività con la sua positiva ricaduta del tessuto economico della città.
In definitiva, visto il momento  della finanza mondiale se il bicchiere reatino è a metà, perché non considerarlo mezzo pieno. Invece che mezzo vuoto?
di Flavio Fosso
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