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Italo Di Fazi
Inviato da : admin Sabato, 28 Gennaio 2012 - 09:18
Il ricordo di un amico
Un quadrangolare di basket, con squadre formate da giocatori «esordienti» in programma al Palacordoni,  rappresenta il clou delle manifestazioni organizzate dalla Società la Foresta in memoria di Italo Di Fazi, scomparso diciotto anno fa.


Non è un caso certamente che La Foresta abbia nelle sue file con il ruolo di allenatori della prima squadra Claudio, del minibasket Paolo i due amatissimi figli di Italo che per l’affetto che portava loro rischiò anche l’impopolarità.
Già Italo Di Fazi, uno più grandi personaggi che lo sport abbia prodotto nella nostra città, per chi scrive qualcosa di più: un amico.
Oggi è ricordato con una targa dopo che gli è stata intitolata la piazza-parcheggio del Palasport che a sua volta porta il nome di quel Willy Sojourner che Di Fazi volle a Rieti e che non avrebbe mai voluto cedere. E chissà che - se la dirigenza che in quel momento contava, non l’avesse affrettatamente ceduto a Perugia, contro il parere di Di Fazi -  la storia del basket reatino non sarebbe stata diversa.
Italo Di Fazi, scoprì la pallacanestro dopo la scomparsa del fratello Stelvio nel quintetto della Mario, Angelo e Gino Sebastiani, una polisportiva che aveva come anima Luigi Padronetti, un altro personaggio troppo dimenticato.
Non era un grande giocatore, e questo lo sapeva, ma giorno dopo giorno quello sport gli entrava nel sangue e, appese le scarpette al chiodo, continuò – insieme ad un gruppo di amici altrettanto appassionati tra i quali certamente Aldo Faraglia e Aldo Alvisini – a «lavorare» per la Sebastiani che negli anni Sessanta cominciava a a crescere. Per questo non riusciva a capire come il suo pubblico fosse ancora poco, mentre continuava a seguire il calcio.
«Ma come fai a scrivere tanti articoli  di quelli e a noi quasi non ci vedi». Questa fu l’accusa che mi lanciò in una serata di pioggia novembrina.
Ma la svolta era dietro l’angolo,  prima con la Snia poi per l’interesse che un reatino assurto ai vertici dell’industria di Stato, Renato Milardi, mostrava per questa nuova realtà dello sport reatino.
L’inizio fu quasi traumatico tanto che a trattare l’ingresso nella Sebastiani di quello che sarebbe stato il suo più grande presidente, andò una commissione composta da Aldo Alvisini, Angelo Meloni e Alido Tozzi. Di Fazi fu tenuto prudentemente a Rieti, perché non ci si fidava del suo carattere impulsivo a poco arrendevole quando si convinceva di una cosa. E non si teneva le cose dentro.
Quando si convinse che un articolo che oggi si definirebbe «gossipparo» poteva danneggiare i rapporti tra società e Milardi non esitò ad affrontare l’autore di quella indiscrezione (cioè l’autore di questo articolo) in uno scontro anche fisico che ebbe risvolti a livello di  associazione stampa. E fu proprio allora che nacque un’amicizia tra uomini sancita da un doloroso abbraccio il giorno che scomparve l’adorata Adriana, la moglie che non lo lasciava mai e che gli aveva dato due splendidi figli.
Ma Italo Di Fazi è stato autore di ben altre prese di posizione, come la «sparata» che fece  in televisione contro chi, a suo dire, aveva venduto Vendemini conoscendone le reale condizioni fisiche. «Hai visto – commentò – non mi ha dato querela nessuno. Significa che avevo ragione».
Non sempre ha vinto. Lauriski non lo voleva – racconta Claudio di Fazi – e quando arrivò a Roma chiese quanto era alto. «Mandatelo via io voglio Hutter, cioè un pivot vero», tempestò invano.
Ebbe ragione quando Meely fu preferito a  Wells; ebbe ragione quando – è sempre Claudio a raccontarlo – il buon Pentassuglia, riferendosi a Lee Jhonson, pose l’aut-aut «o me o lui», Di Fazi gli rispose «Vattene» trovando in questo appoggio dal presidente Milardi. Poi si sa come sono andate le cose: tutti insieme vinsero  la Coppa  Korac.
Il maggior titolo di merito è stato sempre quello di intuire le qualità dei giocatori. Ben difficilmente sbagliava un acquisto, basti pensare all’arrivo dal «bancario» Pino Danzi degnissimo sostituto di Zampolini venduto per necessità.
La più dura sconfitta Di Fazi l’ha patita forse quando non potè trattenere a Rieti Sojourner, per poi vederlo fare grande Perugia.
Ma il mondo, come si sa, cambia. L’ascesa di Otello Rinaldi coincide con il declino di Di Fazi, che piano piano si allontana dalla sala dei bottoni. È un ciclo che si chiude, le difficoltà economiche a causa di sponsor da niente, sono quasi insormontabile ed è gran merito di Otello Rinaldi riuscire a tenere la squadra lontana dal baratro.
Il grande sogno di Italo, di Renato dei due Aldi, di Nerio, di Willie, dello Sceriffo, del Palasport che nasce dal nulla, di migliaia di reatini maschi e femmine ricchi e meno ricchi si sta dissolvendo. Quando per un rapido periodo sembrerà riprendere corpo Italo non c’è più. Se n’è andato in fretta in una sera di febbraio del 1993.
Ai suoi figli ha trasmesso la grande passione per la pallacanestro, soprattutto applicata ai giovani.
Nasce così con la collaborazione dei fratelli Jacoboni, la società sportiva La Foresta, che oggi ha per presidente Andrea Ferroni, direttore sportivo Antonello Matteucci, allenatore (e factotum) Claudio Di Fazi, d.s. Antonello Matteucci.
Gioacchino Fusacchia cura il settore giovanile, Claudio Di Fazi il minibasket. La Foresta partecipa al campionato di C/2, a quello Esordienti, Under 17 (in collaborazione con la Small) all’Under 13. Oltre naturalmente al minibasket.
Il 1o Memorial di Fazi  vede la partecipazione di quattro squadre Esordienti. Quelle reatine sono composte anche di giocatori della Willie Sojourner di Giuliano Colarieti, che si avvale anche del campione d’Europa Roberto Brunamonti e la sua scuola basket.
Per  gli anni prossimi si spera di fare ancora meglio.

di Flavio Fosso
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