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Chiesa di S. Maria del Soccorso di Lisciano
Inviato da : admin Sabato, 28 Gennaio 2012 - 09:24
Bella ma (quasi) ignorata la Chiesa di S. Maria del Soccorso di Lisciano  
Lisciano raggruppa le sue case attorno alla chiesa di Santa Maria del Soccorso che, con    la piazzetta che le si apre davanti, costituisce l’autentico cuore del paese.
La parrocchia venne istituita dal vescovo di Cittaducale Pietro Paolo Quintavalle; lo dichiara egli stesso nella relazione ad limina, esibita il 20 maggio1616 e conservata nell’Archivio Segreto Vaticano; nella relazione precedente, del 1612, non fa nessuno accenno a Lisciano. 

Evidentemente istituì la parrocchia tra quelle due date. La chiesa, però, già esisteva,  ma i fedeli, circa duecento anime, dipendevano ancora dalla parrocchia di San Giovanni Battista di Lugnano.
La vecchia costruzione è raffigurata nell’affresco che riproduce Lisciano, del 1636 circa, nel salone dell’ex palazzo vescovile di Cittaducale. La chiesa mostra un tetto a due spioventi e un campaniletto a vela, in posizione arretrata sul lato est. La facciata  è a capanna, con un finestrone sopra la porta. Una finestra s’apre sul lato ovest, in alto,vicina alla facciata, davanti alla quale si intuisce uno spazio aperto.
Risulta che la chiesa sia stata ingrandita e completamente restaurata nel 1760, ma è possibile che abbia avuto in precedenza un primo ampliamento.
L’edificio fu allungato verso la piazza e sopraelevato. Lo fa supporre il fatto che nella muratura esterna del lato ovest si notano ancora gli stipiti di una antica finestra, ben distante dalla facciata odierna, solo un paio di metri sopra il livello dell’attuale pavimento della chiesa; difficile dire se è quello che resta della finestra alta e vicina alla facciata dell’affresco del 1636. Se fosse così, l’innalzamento del pavimento al livello attuale avrebbe permesso di ricavare al di sotto spazi per le sepolture. Anche la muratura, verso la facciata, appare più regolare e rettilinea  rispetto a quella lievemente curva della parte absidale che, in parte, nei locali dietro la sagrestia, è addirittura a contatto con la viva roccia.
Molte preziose notizie storiche le fornisce Ugo Valeri nei suoi libri e in un appunto conservato a Lisciano, nell’archivio della vecchia parrocchia di S. Maria del Soccorso; breve ma dettagliato, l’appunto è un riepilogo di tante minuziose ricerche. La chiesa, sul finire del Seicento, presentava:
«a) Altare maggiore con tabernacolo dorato e pisside argentea; nella tribuna, in nicchia il simulacro in terracotta del XVI secolo della B. M. Vergine. Nella parete erano dipinte le immagini dei SS. Pietro e Paolo.
b) Altare di S. Maria del Carmine con l’immagine della B. V. M. “decentemente ornata”.
c) Altare del SS. Rosario “decentemente ornato” con le immagini della B. V. M., di S. Domenico, della Beata Colomba e con i misteri della SS. Passione di N. S. G. C.
d) Altare di S. Elena “decentemente provvisto” di varie immagini di Santi. In detto altare era un beneficio semplice, sotto lo stesso titolo, di diritto-patronato di Margherita Liberati, con l’onere di una messa in ogni venerdì dell’anno. I frutti erano di 15 giuli e ne era rettore il Rev. Don Giuseppe Bastimo  [forse Bastioni], curato della stessa chiesa.
e) Altare di S. Antonio “completamente provvisto” con le immagini di S. Sebastiano e S. Leonardo.
f) Il fonte battesimale e il sacrario, con dipinto S. Giovanni Battista nel Giordano che battezza G. Cristo.
g) La Sagrestia era dipinta e possedeva due armadi per conservare le reliquie dei Santi “decentemente disposte”.
Nella chiesa erano 4 sepolcri di defunti, compreso quello dei bambini, con la propria iscrizione.
La parrocchia, che contava allora 180 anime, aveva una rendita di trenta scudi circa».
La facciata attuale (Fig. 1), che prospetta sulla piazza Italia, è a due ordini, separati da un cornicione. Nell’inferiore, scandito da quattro paraste, si aprono, oltre al portale, due finestre ellittiche. Il superiore, con coronamento arcuato e volute di raccordo, mostra una nicchia poco profonda con l’immagine della Madonna col Bambino, in stucco, di fattura un po’ ingenua  ma molto decorativa. Potrebbe risalire alla seconda metà del Settecento. A destra della facciata s’innalza il massiccio campanile, con un bel concerto di campane.
Varcato l’ingresso, ci troviamo in un’aula a pianta rettangolare allestita in forme nobili, coerenti ed equilibrate, certamente dopo  il 1760 (Fig. 2).
In quella occasione  (o forse prima) andarono perduti gli affreschi citati nella nota di Ugo Valeri; l’altare di S. Elena venne dedicato a S. Vincenzo Ferrer, compatrono del paese con la Madonna del Soccorso, mentre gli altri rimasero ai precedenti santi titolari.
Il soffitto è decorato da due grandi affreschi rappresentanti l’Immacolata e una Predica di san Vincenzo Ferrer, di Antonio Bruni, datati 1910.
I due altari laterali vicini all’ingresso hanno eleganti forme classiche (o neoclassiche), come l’altare maggiore; gli altri due sono edificati in uno stile barocco che privilegia il flettersi delle murature secondo linee curve, in un gioco di rientranze e sporgenze, piuttosto che l’abbondanza della decorazione.
Cinque magnifici lampadari ornano il presbiterio; lampadari uguali si trovano nella cattedrale di Rieti e nella chiesa di San Felice a Cantalice.
Alla controfacciata è addossata la cantoria.
A destra dell’ingresso sta una acquasantiera, in pietra calcarea, di belle forme classiche. Subito accanto è posto l’altare con il quadro secentesco della Madonna del Carmine (Fig. 3) che, coronata di cherubini, sostiene con la mano sinistra il Bambino benedicente, in piedi sulle sue ginocchia, mentre con la destra porge ai fedeli uno scapolare; ai  lati i santi Giuseppe, col bastone fiorito, e Barbara, con la palma del martirio, la torre in cui fu rinchiusa, la nube temporalesca, tutti suoi simboli tradizionali. In basso, le anime del purgatorio, in preghiera tra le fiamme. La tela è molto deteriorata.
Segue l’altare di sant’Antonio abate con, in una nicchia, la statua del santo titolare, di vigorosa fattura. Come abbiamo visto, un tempo erano presenti anche le immagini di san Sebastiano e san Leonardo. Era quindi un altare dedicato particolarmente ai santi protettori: sant’Antonio Abate protettore degli animali  ma anche dal fuoco di sant’Antonio, san Sebastiano dalla peste, mentre san Leonardo era invocato dalle partorienti e dai prigionieri.
L’altare maggiore è in stile perfettamente classico, a forma di edicola con due colonne che sostengono un timpano triangolare; inquadra in una nicchia la statua della Madonna col Bambino (Fig. 4), nell’atto di allattare.
L’opera, di notevoli proporzioni, in terracotta dipinta, appare di solido impianto e di notevole qualità esecutiva. Risale probabilmente ai primi decenni del Cinquecento, come fa supporre una certa libertà compositiva, evidente nella postura della Madonna e nella torsione del Bambino, che la differenzia sensibilmente da opere simili quattro-cinquecentesche, di area abruzzese, più rigide e schematiche.
Il manto della Madonna presenta tracce di doratura, non so dire se originale o successiva. I colori appaiono alterati da una «lucidatura» relativamente recente. Una bella collana di coralli orna il collo della Vergine; le aureole sono moderne.
Ai lati dell’altare due targhe portavano scritte dedicatorie; furono ricoperte quando la chiesa, qualche decennio fa, venne ritinteggiata.
Due porte immettono nei locali della sagrestia che conserva, oltre a numerose reliquie e arredi, un lavabo in una nicchia sormontata da una iscrizione del donatore don Carlo Passi, datata 1775. Sul lavabo marmoreo è incisa la scritta QUI INDIGNE REUS ERIT . Le parole sono tratte dalla Prima Lettera ai Corinzi di san Paolo, 11, 27: sarà colpevole chi si accosta indegnamente ai misteri eucaristici.
Tornati in chiesa, l’altare di sinistra, di architettura barocca, porta una pala d’altare secentesca ( Fig. 5) con i Misteri del Rosario che, in un volo d’angeli, incorniciano la Madonna col Bambino, san Domenico e la beata Colomba (e non santa Caterina da Siena, come consueto nelle tele del Rosario).
Interessante la presenza nella chiesa di due sante reatine come la beata Colomba e la patrona della città santa Barbara, in un paese, Lisciano, che non rientrava nella diocesi reatina ma in quella di Cittaducale e che politicamente apparteneva al Regno di Napoli, con Rieti nello Stato Pontificio. Il culto di questi santi superava le frontiere ecclesiastiche e di stato.
La tela, di notevoli dimensioni, è in pessime condizioni e presenta  la pellicola pittorica consunta e poco stabile.
L’altare di sinistra, vicino alla porta, è dedicato a San Vincenzo Ferrer. Il quadro (Fig. 6) raffigura il santo domenicano con i suoi simboli tradizionali: le ali, la fiamma sul capo, il libro. In basso a sinistra un teschio, un libro e una tromba accanto a un cippo; a destra un angelo con un giglio. La scena, inquadrata da tendaggi, si apre su un paesaggio con architetture e una piramide.
La presenza in chiesa di ben tre santi domenicani, san Domenico, san Vincenzo Ferrer e la beata Colomba, ha un significato particolare, che ci sfugge, o si tratta di una semplice coincidenza?
Purtroppo anche questa tela, come le altre, è seriamente deteriorata ma può essere ancora recuperata. Tutte e tre necessitano di un intervento di restauro che le salvi dalla definitiva rovina. Attenzione, però, non un restauro qualsiasi, ma fatto a regola d’arte, attento e rispettoso. Il grande storico dell’arte Federico Zeri diceva: «Il tempo distrugge, il tempo rovina ma mai quanto un cattivo restauratore!».
Accanto alla porta, fino a qualche decennio fa, stava il fonte battesimale, poi rimosso. Alla controfacciata è appoggiato il monumento funerario di D. Bernardino Faraglia (1700-1775), per cinquant’anni parroco del paese; mostra uno stemma con la croce e tre mezze lune, lo stesso che campeggia sulla «casa del Prete» accanto alla chiesa (v. Orizzonti, a. VI, n.1, p.6 e n.3, p.6).
La chiesa di Lisciano, così  ricca di opere notevoli e amata dagli abitanti, non ha avuto finora l’attenzione che merita, anzi spesso è stata sottovalutata. In certe relazioni dei vecchi parroci viene definita, in maniera spiccia, «di nessun pregio», a parte, forse, la statua della Madonna «di coccio»! La guida del Lazio del Touring Club nemmeno la nomina.

 di Alberto Dionisi
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