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Il bio-incenerimento reatino
Inviato da : admin Sabato, 28 Gennaio 2012 - 09:41
Ambiente e salute
Il bio-incenerimento reatino
Nelle cronache locali degli ultimi tempi si è sentito molto parlare di biomasse e di cittadini che, vedendo una dopo l’altra il susseguirsi di autorizzazioni (o richieste autorizzative) di impianti che utilizzano questa fonte combustibile per la produzione di energia elettrica, hanno fatto fronte comune per richiedere agli Enti Competenti una moratoria per tutti gli impianti.


Dopo le prime azioni, partite dal Comitato La Rotonda di Vazia e dopo il convegno del Movimento Rieti Virtuosa in cui si cercava di spiegare in maniera tecnica e non allarmistica i rischi degli impianti in questione e le alternative possibili, anche il Comitato difesa del Territorio di Cittaducale-Santa Rufina, il comitato Pro-Casette e il Comitato La Valletta di Poggio Bustone (direttamente coinvolti per la prossimità con gli impianti in realizzazione) si sono uniti alla causa, fino ad una vera e propria mobilitazione nell’area sanitaria che ha visto in prima linea alcuni operatori sanitari, uniti nel Movimento Salute e Ambiente.
Ma cosa sono questi impianti che tanto i coinvolgono emotivamente e tanto fanno paura?
Le biomasse
Quando si parla di biomasse si fa riferimento a materiali di origine animale e vegetale che vengono utilizzati per la produzione di energia, in particolar modo quella elettrica, derivata dalla loro combustione. Le biomasse che possono essere bruciate sono molte, dagli olii vegetali alle masse legnose, fino alla la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani (DLgs 28/2011), come rifiuti dell’industria tessile che comprendono elastomeri e plastomeri, materiali contenenti sostanze pericolose, fanghi industriali e solventi vari. Gli impianti che utilizzano queste fonti energetiche per la produzione di energia elettrica vengono catalogati come «fonti rin-novabili», motivo per cui ricevono l’incentivo dei certificati verdi.
I certificati verdi
Stiamo parlando della creazione di un mercato in cui alcuni possono vendere l’energia con maggiori margini di profitto rispetto ad altri, in modo da incentivare, almeno in teoria, modi di produzione dell’energia che dovrebbero ridurre la quantità di gas-serra (anidride carbonica ed altri). Lo scopo è di utilizzare i meccanismi del libero mercato per incentivare determinati processi produttivi dell’energia, evitando un intervento diretto dello Stato. Purtroppo però nei fatti assistiamo in Italia ad alcune distorsioni, per cui tali agevolazioni vengono concesse anche alle fonti assimilate alle rinnovabili (definizione italiana che non trova riscontro in Europa): ovvero ad attività quali la combustione di scorie di raffineria, sanse e di incenerimento dei rifiuti.
L’inganno energetico
Gli impianti sul territorio reatino (autorizzati o in fase autorizzativa) sono di fatto impianti per la sola produzione di energia elettrica, quasi tutti di 1 Mwe: vale a dire che essi hanno un bassissimo rendimento da un punto di vista energetico, utilizzando solo il 20% dell’energia prodotta (l’80% è energia termica che verrebbe dispersa).
Durante il convegno del 5 ottobre 2011 organizzato da Rieti Virtuosa, che ha visto tra i relatori l’emerito prof. Paul Connett della St Lawrence Univercity of NY, l’ingegnere Annalisa Francia ha ben illustrato l’ossimoro energetico di queste centrali, spiegando che costruire un impianto a biomassa per la sola produzione elettrica sarebbe come utilizzare il termocamino di casa per illuminare la stanza!! Il professor Connett nella stessa sede ha poi paventato la possibilità di riconvertire gli stessi impianti una volta scaduti i certificati verdi (dopo 15 anni): riconversione che si tramuta nel 90% dei casi nell’incenerimento di rifiuti (si veda il caso degli impianti del gruppo Marcegaglia: Massafra, Cutro, Manfredonia).
Calcolando poi, che per funzionare 24 ore al giorno,un impianto di 1MWe (corrispondente a circa 333 utenze domestiche) avrebbe bisogno di circa 12.000 ton/anno di biomassa, qualcosa come due auto-articolati al giorno, si assisterebbe ad una conseguente emissione molto alta di anidride carbonica dovuta al trasporto. Senza contare che, a detta del Generale Landi (forestale e docente Università della Tuscia) del Comitato Difesa del Territorio di Cittaducale-Santa Rufina, tale disponibilità di massa lignea è del tutto da verificare sul territorio provinciale, poiché a Rieti non è stato fatto ad oggi alcun Piano Forestale o studio boschivo, motivo per cui viene da sospettare che le ingenti quantità di legname destinate alla combustione sarebbero di quasi sicura provenienza estera.
Per quanto riguarda la combustione di oli vegetali, il fabbisogno energetico di queste centrali costringe all’acquisto di olio di palma (che garantisce il più alto rendimento energetico) proveniente dal sud est asiatico, contribuendo così al fenomeno della deforestazione del pianeta.
Le conseguenze
sulla salute
Gli inceneritori di ultima generazione ricavano il massimo rendimento energetico da combustioni a temperature sempre più elevate (800 C° circa, ecco perché un inceneritore di biomasse non può essere paragonato ad un termocamino). Più elevata è la temperatura di combustione più sono piccole le dimensioni delle particelle emesse. Tutti i giorni le respiriamo e le ingeriamo: sono le polveri sottili (di dimensione micrometriche, ovvero del diametro medio compreso tra 10 e 1 micrometro) e le nano-particelle (ancora più piccole, con un diametro medio compreso tra 0,2 e 100 nanometri).
Tali particelle restano a lungo in sospensione nell’aria (fino a 2 mesi), e una volta entrate nel corpo umano attraversano con facilità la membrana cellulare, permeando così i tessuti e riversandosi nel sangue che le trasporta in tutto il corpo. Inoltre, non esistono meccanismi biologici o artificiali capaci di eliminare il particolato una volta che questo sia stato importato da un organo o da un tessuto, vale a dire che restano lì per sempre.
Numerosi studi scientifici (De Gennario et al, 2010) hanno ampiamente dimostrato la correlazione tra la presenza di particolato (polveri sottili) e l’insorgenza di malattie respiratorie, cardiovascolari e tumorali, mentre le costose tecnologie necessarie allo studio delle nano polveri e ultra polveri (ancora più piccole) rendono difficile il processo di ricerca, ciò nonostante molti medici hanno affermato con certezza la capacità delle nano particelle di penetrare nel dna e causare malformazioni congenite (per approfondimenti www.stefanomontanari.net).
Gli impianti nel reatino
•     Inceneritore a biomasse della società L’infisso s.r.l. a Borgovelino (1 MWe) (A.U. Del 07/05/2010)
•     Inceneritore a fanghi costruito nel depuratore consortile di Camposaino a Rieti (500 KWt) (A.I.A del 25/06/2010)
•     Inceneritore ad oli vegetali della Prexis s.p.a. a Rieti in Via della meccanica nel nucleo industriale (1 MWe) (A.U. Del 30/04/2008)
•     Inceneritore a biomasse della EPICO s.r.l nel nucleo industriale (Rieti/Cittaducale) (1 MWe) (A.U. del 01/08/2011 con rettifica del 10/08/2011)
•     due inceneritori ravvicinati (in attesa di autorizzazione) a biomasse liquide da 1MWe ciascuno, a ridosso del centro abitato di Santa Rufina
•     impianto a biogas della ditta Sistemi Integrati Ambiente srl
Cosa chiedono i cittadini
Nella giornata del 9 novembre 2011, il Movimento Rieti Virtuosa, il Comitato La Rotonda di Vazia, il Movimento Salute e Ambiente, il Comitato Difesa del Territorio di Cittaducale-Santa Rufina, Comitato Pro-Casette e Comitato La Valletta di Poggio Bustone (quest’ultimo alle prese con la costruzione di un impianto di biogas, a ridosso dell’abitato e supportato dalla monocul-tura di mais), hanno presentato in una conferenza stampa presso i Beni Civici di Vazia un Comunicato congiunto per richiedere ai rispettivi sindaci, appellandosi al principio di precauzione, un’ordinanza di sospensione di tutti gli impianti.
La moratoria sembra essere l’unica garanzia per la salute della collettività, almeno fino a quando non verranno redatti Piani Energetici (provinciale e inter-comunali) capaci di stimare il reale fabbisogno energetico locale e di studiare soluzioni pulite e diffuse per un’autosufficienza energetica, supportati da studi epidemiologici organici e sistematici, da un monito-raggio della qualità dell’aria e dei bioindicatori (come le api, la cui morìa è indice di un peggioramento dell’inquinamento atmosferico) e da un Piano Forestale di reperimento della biomassa, da destinare prioritariamente al compostaggio, che ripristina la fertilità del suolo e garantisce maggiore occupabilità.
Inoltre, è stato chiesto di modificare le norme tecniche di attuazione al piano regolatore del nucleo industriale, in modo che esse non permettano in nessun modo la possibilità di termodistruzione (leggasi incenerimento) dei rifiuti, così come delle bio-masse per la sola produzione di energia elettrica.
di Giorgia Brugnerotto
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