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La tutela del patrimonio di Rieti
Inviato da : admin Sabato, 28 Gennaio 2012 - 10:00
La tutela del patrimonio architettonico e storico-artistico della Diocesi di Rieti
Bilancio di tre secoli di emergenza dai terremoti del 1703 al 2009
«Verum quidem est quod maior pars Ecclesiarum largitate Fidelium, et Uni-versitatum studio fuit reaedificata, sed non recuperati ipsarum redditus, quorum memoria simul ***** libris, et Documentis (malitia potius quam casu) sepulta dicitur».


L’annotazione del vescovo Guinigi nella Relatio ad limina del 1714 è l’utile premessa ad una ricerca che, analizzando i documenti d’archivio e le fonti materiali costituite dal patrimonio architetto-nico e storico-artistico le conseguenze dei terremoti più devastanti subiti nell’arco di quattro secoli dal territorio della Diocesi di Rieti, intende delineare le strategie adottate dai singoli vescovi e valutare sul lungo periodo i risultati del loro costante impegno nella custodia delle chiese, delle case parrocchiali, delle opere d’arte sacra che costituirono nel tempo il lascito generazionale e l’identità collettiva del popolo cristiano.
Di particolare rilevanza appaiono le vicende legate ai terremoti del 1703, che provocarono i danni più ingenti ad Antrodoco, Borbona, Leonessa con le sue Ville, Rivodutri.
A Rieti, dal giorno 14 gennaio fino al mese di dicembre le scosse si susseguirono incessantemente. Benché fossero numerosi gli edifici lesionati, non si registrarono vittime tra la popolazione della città, tanto da suggerire alle autorità di consacrare Rieti alla protezione della Madonna del Popolo in cattedrale.
Assai più gravi e devastanti furono le conseguenze dei terremoti nel territorio diocesano, dove si registrarono vittime a centinaia. Ottocento furono i morti a Leonessa, dove rovinarono il palazzo dei Priori, la chiesa di San Pietro, la chiesa di Santo Spirito, la tribuna della chiesa di San Francesco. Furono pressoché rase al suolo le Ville di Sant’Angelo, Pianezza, Collesecco, Viesci, San Clemente, Piedel-poggio e Vallimpuni, crollò il castello di Terzone. Gli abitanti della Villa di Vallonga, per aver subito solamente dei danni materiali, deliberarono di celebrare da allora in poi con grata devozione la festività del Ss.mo Nome di Gesù.
A un anno dal sisma, il pontefice Clemente XI inviò padre Antonio Baldinucci affinché predicasse nel territorio dioce-sano per offrire conforto ed indulgenze alla popolazione colpita e relazionasse, al ritorno a Roma, sulle condizioni della popolazione colpita.
I calcoli del gesuita riguardarono un migliaio di persone - coerentemente, il resoconto del religioso parla di «anime» - evacuate ed ospitate in alloggi di fortuna, capanne di paglia o baracche di tavolame.
A settembre 1704, anche tante chiese risultavano provvisoriamente trasferite in ricoveri di fortuna.
l vescovi Vincentini, Abbati e Guinigi si adoperarono per far fronte all’emergenza e intraprendere la ricostruzione, ma fu in particolare il Domenicano Antonino Serafino Camarda nel suo lungo episco-pato ad impegnarsi nella dispendiosa opera di riassetto del patrimonio architetto-nico diocesano. Nato a Messina da nobile famiglia nel 1674, giovanissimo aveva intrapreso il noviziato nell’Ordine dei Predicatori. Fu ordinato sacerdote nel 1697. Insegnò filosofia e teologia presso il convento viterbese di Santa Maria della Quercia, che lascà per il priorato del convento romano di Santa Maria sopra Minerva. Benedetto XIII lo elesse vescovo di Rieti nel 1724. Il suo zelo pastorale si rivolse soprattutto verso le opere caritative e verso l’incremento del Seminario Vescovile.  Monsignor Camarda morì il 24 maggio 1754 e fu sepolto in cattedrale, nella cappella di San Vincenzo Ferrer e della beata Colomba per cui il pittore ed architetto reatino di origini leonessane Giuseppe Viscardi realizzò la pala d’altare comunemente riferita alla tutela esercitata dai due Santi Domenicani nei confronti degli appestati. In verità, lo scorcio di paesaggio che trapela alla base del dipinto rivela l’intento encomiastico nei confronti del Vescovo ricostruttore, espresso con sottile discrezione: le epidemie, infatti, sono dolorosa conseguenza delle condizioni igienico-sanitarie cui costringe l’emergenza del terremoto.
Il vescovo Camarda destinò alla ricostruzione cospicui fondi della mensa vescovile, reperiti in particolare ricavando locali d’affitto nell’ampio vestibolo del palazzo della Curia.
Il solido edificio, costruito tra il 1283 e il 1288 dall’architetto Andrea magister come residenza pontificia, aveva ed ha a tutt’oggi lungo il lato settentrionale che affianca via Cintia, l’antico decumano della città sabino-romana un maestoso accesso, suddiviso da sei pilastri cruci-formi in due navate. Mediante l’erezione di semplici tramezzi in muratura, monsignor Camarda realizzò una serie di magazzini e botteghe in cui s’installarono mercanti e artigiani, tra cui ancora agli inizi del XX secolo si registrano un marmista e un falegname. Fu certo sacrificato l’effetto solenne del vestibolo con le sue quattordici campate coperte a crociera, ripristinato solo nella terza decade del Novecento.
Il XVIII secolo fu travagliato da altri, violenti terremoti, dal 1719 al 1733, quando ancora a Rieti si fece ricorso alla esposizione della venerata immagine della Madonna del Popolo per impetrare la cessazione delle scosse.
Più gravi furono le conseguenze dei sismi che si susseguirono nell’ottobre del 1785,  causando l’abbattimento dell’abside della cattedrale di Santa Maria. Fu il vescovo Saverio Ermenegildo Marini, patrizio pesarese, vescovo di Rieti dal 1779 al 1812, ad impegnarsi con particolare dedizione nell’onerosa impresa di riallestimento dell’abside e del presbiterio della cattedrale, culminata nella ricostruzione del catino absidale e dalla cupola eretta fra il 1794 e il 1795 su progetto dell’architetto Tommaso Bicciagli, suo conterraneo.
Per meglio armonizzare gli elementi vecchi e nuovi della decorazione della cattedrale, monsignor Marini provvide inoltre al nuovo allestimento dell’altar maggiore che custodisce le spoglie di Santa Barbara patrona reatina, sovrastato da un maestoso ciborio. L’impegnativa opera fu compiuta dal romano Alessandro Cartoni per la somma complessiva di 12.000 scudi.
Le pareti dell’abside, in cui furono rinnovati gli stalli del coro dei canonici, furono affrescate nel 1828 sotto l’episcopato di monsignor Gabriele Ferretti (1827- 1833) dal giovane artista bellunese Pietro Paoletti. I finti marmi furono realizzati da Luigi Bracchi. Nel 1851, infine, monsignor Gaetano Carletti (1849-1867) provvide a completare il progetto di riallestimento della cattedrale determinato dagli esiti del terremoto di settant’anni prima affidando all’architetto Luigi Cleomene Petrini il compito di provvedere alla nuova pavimentazione del presbiterio e  dell’aula basilicale. Il tecnico camerte propose l’innovativa soluzione che vede alternarsi in un gradevole gioco d’intarsi i marmi rosati del transetto e le losanghe bianche e grigie delle navate, provvedendo a rimontare lungo le pareti della cattedrale e del battistero alcune antiche lastre tombali. Solo pochi frammenti restano a far memoria dell’originaria decorazione cosmatesca risalente al XIII secolo.
Agli ingenti lavori che al tramonto del buongoverno impegnarono ben otto vescovi reatini - Saverio Marini (1779-1812), Carlo Fioravanti (1814-1818), Francesco Saverio Pereira (1818-1824), fra Timoteo Ascensi (1824-1827), Gabriele Ferretti (1827-1833), Benedetto Capelletti (1833-1834), Filippo Curoli (1834-1849), Gaetano Carletti (1849-1867) - seguirono nel 1898 le gravissime lesioni arrecate al campanile romanico, il terremoto del 1915 che devastò il territorio del Cicolano, e ancora nel XX secolo i sismi del 1979 e del 1997, fino al terremoto dell’aprile 2009 le cui ferite sono ancora aperte.
In questi frangenti, nell’arco di un secolo si sono distinti con zelo e determinazione i vescovi Bonaventura Quintarelli (1894-1915), Francesco Sidoli (1916-1924) e Massimo Rinaldi (1924-1941), Dino Trabalzini (1971-1980) e Francesco Amadio (1980-1989), fino all’attuale vescovo monsignor Delio Lucarelli (1997).
Al generoso intervento di monsignor Quintarelli, che a titolo personale saldò le spese con l’impresa di restauro edilizio, si deve il consolidamento del campanile romanico della cattedrale, eretto nel 1253 dai maestri lombardi, Pietro, Andrea ed Enrico, condannato alla demolizione da una troppo drastica perizia del Genio Civile.
D’altro canto, va rilevato che la cultura di quell’epoca tesa al rinnovamento urbanistico, concepito come forma concreta di risanamento del tessuto sociale, non considerava negativamente l’abbattimento delle vestigia di un remoto passato dai vaghi contorni clericali.
Questa stessa cultura aveva animato, all’alba del Regno d’Italia, la polemica sorta intorno alla proposta di demolire il cosiddetto Arco del Vescovo, le solide arcate a doppia volta lanciate ad ancorare la mole del palazzo papale agli edifici antistanti, fatte erigere da Bonifacio VIII dopo il terremoto del 30 novembre 1298, che lo aveva sorpreso in cattedrale e costretto a rifugiarsi in una tenda da campo frettolosamente eretta ad onta del freddo autunnale nel chiostro vecchio del convento dei Padri Predicatori.
Era il 18 giugno 1866 quando la commissione di ornato del Comune di Rieti, con la sola eccezione del parere negativo di Giuseppe Carloni, propose di abbattere il monumentale arco ampliando la sede stradale per ragioni di pubblica commodità. Qualche anno più tardi, il 6 ottobre 1874, la commissione tornava a ribadire l’istanza di demolizione. Solo l’eccessivo costo dell’impresa riuscì ad impedire lo scempio.
Se, dunque, solamente l’illuminato intervento del vescovo riuscì nell’intento di salvaguardare l’integrità della severa torre campanaria antistante alla cattedrale di Santa Maria Madre di Dio, a due anni dal terremoto l’11 dicembre 1890 il ministero di Grazia e Giustizia assegnò un contributo di £ 1000 per consentire la messa in sicurezza del tetto della monumentale sala delle udienze del palazzo papale, una struttura dalle ccezionali dimensioni di m. 46 di lunghezza x m. 14 di larghezza e m. 13,50 di altezza al culmine del tetto alla francescana a travatura scoperta.
L’intervento di somma urgenza era stato richiesto il 17 luglio dal Comune di Rieti, sulla scorta della aperizia dell’ing. Blasetti.
Ma una perizia eseguita dai tecnici del Genio Civile rivelò che del tetto duecen-tesco non era rimasta più traccia, dal momento che l’intero edificio aveva subito massicci interventi di riassetto al tempo dei vescovi Colonna, Guidi di Bagno, Bolognetti, Camarda, dunque tra il XVI e il XVIII secolo.
L’ultimo atto aveva riguardato, negli anni ’50 dell’Ottocento, la scialbatura degli stemmi dei papi e dei vescovi che devoravano le pareti del salone delle udienze per volontà di monsignor Gaetano Carletti, costretto a questa amara decisione per riparare agli scempi perpetrati dalle truppe di Garibaldi, acquartierate nel palazzo al tempo della Repubblica Romana.
Il generale Garibaldi infatti, prendendo parte attiva agli interventi militari che precedettero l’insediamento del governo repubblicano di Mazzini, Armellini e Saffi, fu a Rieti dal 29 gennaio al 13 aprile 1849 per presidiare i confini con il Regno di Napoli.
Il generale trovò alloggio presso il palazzo dei marchesi Colelli in via degli Abruzzii, mentre  fu adibita a dormitorio la grande sala del palazzo della Curia, requisito per la bisognaper la sua Legione di giovani volontari che, infiammati dagli ideali di libertà ed ostili ad ogni espressione del potere ecclesiastico, ne profanarono con scritte e disegni osceni le pareti.
Il contenzioso aperto fra la Curia e il Comune cointeressati al consolidamento ed al restauro dell’antico palazzo dei papi e il Ministero dei Lavori Pubblici, restio a concedere finanziamenti, si protrasse da un secolo all’altro, fino a concludersi positivamente negli anni Venti del Novecento grazie all’intervento di Angelo Sacchetti Sassetti, Ispettore onorario ai Monumenti e Scavi, a cui succedette con la medesima carica Francesco Palmegiani, responsabile delle radicali scelte in chiave purista che non senza sollevare polemiche sacrificarono la monumentale scala di accesso alla loggia delle benedizioni costruita al tempo del vescovo Bolognetti.
Toccò al Venerabile monsignor Massimo Rinaldi, reatino di nascita, l’impegno ed il merito di portare a compimento gli ambiziosi lavori intrapresi nel 1927, completati nel 1934, che comportarono il pieno recupero del vestibolo, l’abbattimento del carcere adiacente al lato orientale del palazzo e dello scalone di collegamento al sagrato settentrionale della cattedrale, nonché la distruzione della secentesca decorazione a fresco delle pareti della basilica inferiore, che al tempo del vescovo francescano Gaspare Pasquali (1604-1612) era stata assegnata alla Venerabile Confraternita delle Stimmate di San Francesco incaricata di curare le sepolture in cattedrale.

di IleanaTozzi 
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