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Il Presepe in Santa Chiara di Rieti
Inviato da : admin Martedì, 30 Luglio 2013 - 08:27
Il Presepe in Santa Chiara di Rieti
Da quello leggendario del 1600…
In una nota di cronaca dell’archivio di S. Chiara, datata 4 giugno 1861, si legge che quel giorno il vescovo di Rieti Gaetano Carletti, su richiesta delle clarisse, entrò nel monastero accompagnato dal suo segretario don Cesare Stagni e da p. Francesco da Capestrano, confessore delle religiose, e concesse 40 giorni d’indulgenza a chi visitava «la Madonna miracolosa del presepio», recitando un’Ave Maria, e altrettanti a chi visitava la statua di S. Giuseppe dello stesso presepio, recitando un Gloria Patri. E fin qui nulla di particolare.


Ma come mai tanta spirituale generosità da parte del Vescovo? La risposta sta nel memoriale che segue la predetta nota di cronaca, memoriale dettato da un gruppo di suore a una loro consorella, nel quale si riporta quanto segue:
«Le dette miracolose imagine della Madonna Ss.ma con il Bambino e S. Giuseppe sono venute nel nostro monastero miracolosamente. Non si sa [però] se in che anno siano venute, essendosi smarrite le memorie antiche, ma per cosa certa si sa che [vi giunsero] circa la metà del 1600.
Ed il fatto accadde in questo modo. Le religiose erano desiderose di avere il mistero [ossia la rappresentazione plastica, in questo caso le statue] per fare il presepio più bello e più grande in chiesa. E perché la superiora di quei tempi non credette di far questa spesa, oppure non potesse, non potevano essere consolate. Così ne pregavano la Madonna Ss.ma acciò le provvedesse e così adempiere ai loro desideri.
Un giorno si presentò un Pellegrino e pregò la portinaia a tenergli in consegna una cassuccia fino al suo ritorno. La portinaia si oppose, ma vedendo l’importunità [= insistenza] del Pellegrino, andò a dirlo alla superiora, quale con somma carità condiscese, e così fu presa.
Passò circa un anno ed il Pellegrino non si vedeva. Le due portinare gli venne la curiosità di vedere cosa ci era in detta cassuc-cia e di nascosto la schiodarono e poi subito rinchiodarla. E vi trovarono tutto il Mistero come desideravano. E a tal veduta non seppero più tenere il segreto, facendolo palese a tutte le altre religiose.
Ed essendo prossimo il S. Natale, li accomodarono alla mellio e ci fecero il presepio. Dicevano: “Quando verrà il Pellegrino lo pregheremo tanto acciò ce lo venda. Ma il fatto fu che detto Pellegrino non venne mai più.
E questo – aggiungono – lo possiamo attestare come cosa certa, avendolo sentito raccontare dalle nostre anziane, e fra queste da Maria Rosa Sassi, che glielo aveva raccontato la sua maestra».
Fin qui l’ingenuo racconto, per la verità nient’affatto originale, in quanto ricalca lo stereotipo del Pellegrino misterioso che passa, lascia qualcosa e scompare per sempre. Ma, a parte la mistica leggenda (che comunque attesta quanto fosse sentito dalle religiose il mistero del Natale), il presepio in S. Chiara all’epoca era già una tradizione. Lo fa capire la leggenda stessa appena riferita, dove si dice che il presepio in chiesa già si faceva, ma che si voleva fare più bello, e lo conferma un manoscritto, sempre del monastero, di poco posteriore alla comparsa del misterioso Pellegrino. In esso si dice che il presepio appunto veniva allestito di regola dal frate laico, compagno del padre confessore delle monache, nella «stanza o luogo del presepio», probabilmente in qualche angolo della chiesa in modo da poter essere visitato dai fedeli e visto e venerato dalle religiose magari da dietro le grate della loro clausura. Al momento che «la Madonna miracolosa» doveva essere posta nel presepio, veniva consegnata ai frati alla porta del parlatorio dalle monache che procedevano processio-nalmente con canti e lumi. La sera poi dell’Epifania, prosegue il manoscritto, dopo il canto di compieta da parte delle monache «nel coro di sopra» e delle litanie da parte de frati, schierati in cotta dinanzi al presepio,
«s’incenza il Bambino dal confessore col piviale e colla vimpa, poi lo riceve e si fa la processione uscendo da una porta piccola della chiesa et entrando per la porta grande sino all’altare maggiore, donde, dopo l’incenzo, si dà la benedizione al populo, mentre si canta dalli frati, e finalmente si porta co’ lumi dall’istesso sacerdote il Bambino alle monache, che lo ricevono, cantando Iesu tibi sit gloria, per il finestrino della Comunione».
Al momento poi che il presepio si disfaceva, la Madonna veniva riportata, coperta o scoperta, dal sacerdote accompagnato con lumi fino al parlatorio e qui ripresa in consegna dalle monache, che processionalmente e cantando O gloriosa virginum la ricollocavano «al suo luogo» all’interno della clausura.
… a quello del 1925
Con il passare del tempo il vecchio presepio si logorò e le statue della Madonna e di S. Giuseppe, per le loro virtù taumaturgiche (come s’è visto), finirono per essere venerate a parte. Nelle vicende successive, soprattutto nei periodi tristi e drammatici delle soppressioni dell’Ottocento, le sta-tuine del presepio secentesco andarono disperse.
Ma all’inizio del XX secolo, e precisamente nel 1925, appena le religiose tornarono in possesso del loro monastero (1924), si preoccuparono di ricostituire quel dolce mistero a loro tanto caro.
Per tal motivo si rivolsero alla ditta Tanfani e Bertarelli di Roma (la casa madre Bertarelli era a Milano), ordinando 14 pezzi o statue per il nuovo presepio. Così, con la ragguardevole somma (per allora) di £ 463,90, furono acquistate le statue della Madonna e S. Giuseppe di cm 80, i tre Magi, cinque Pastori e quattro Pecore, che la fattura dice tutti di cm 60. E il Bambinello? Non se ne parla. Naturalmente, dei tanti che ve n’erano in monastero, qualcuno si era salvato e ora tornava con onore al centro della scena.
di Vincenzo Di Flavio
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