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La tradizione del ferro di cavallo
Inviato da : admin Martedì, 30 Luglio 2013 - 09:20
La tradizione del ferro di cavallo
Fino ad un passato ancora recente, trovare un ferro di cavallo è stato comunemente ritenuto auspicio di buona fortuna, tanto che il ferro, accuratamente conservato, veniva affisso, di solito, all’interno della porta d’ingresso a sbarrare l’entrata a qualsiasi indesiderato ospite.                              


La tradizione, fortemente radicata nell’immaginario popolare, viene da lontano: già al tempo della Roma repubblicana il popolino era solito appendere alle porte delle case un ferro di cavallo, un amuleto ritenuto capace di catturare influssi benefici dal vasto mondo dell’incognito, propiziare la buona sorte e tenere lontano i cattivi sortilegi.
Perché la funzione propiziatrice potesse esercitare tutti i suoi poteri, era tassativo seguire precise modalità operative perché tanto preziosi amuleti potessero espletare la propria tragica attività: li si doveva tassativamente fissare all’uscio con le punte rivolte verso il basso in modo che la fortuna che avevano il potere di attrarre, una volta catturata, non potesse sfuggire, mentre i chiodi con i quali erano fissati avevano la capacità d’inchiodare i cattivi spiriti impedendo loro di oltrepassare quel confine magicamente stabilito a nuocere a chiunque si trovasse all’interno della casa. La tradizione fa giungere fino a noi notizia che anche gli antichi greci, i quali, assimilando la sua forma ad una mezza luna, simbolo massimo di protezione celeste, lo chiamavano Sideros, come la volta del cielo che ritenevano di ferro e ad esso attribuivano tutti gli influssi benefici irradiati dalla volta celeste.
Nell’antica Roma una consuetudine, la cui origine si perde nelle nebbie delle vicende più remote, lo considerava valido protettore verso la peste e si riteneva che inchiodarlo sull’uscio di casa potesse impedirle l’entrata, ma qui, rigorosamente con le punte verso l’alto, il cui uso più frequente era esteso alle stalle, fienili e ad ogni altro luogo da proteggere, non più solo dalla peste ma da ogni altro cattivo avvenimento. Anche i naviganti fidarono, per secoli, nell’influsso benefico del ferro di cavallo, infatti per un’antica credenza, giunta fino ad epoca a noi vicina, si riteneva che proteggesse le navi dalle tempeste e ne scongiurasse il naufragio, tanto che lo stesso ammiraglio Nelson ne teneva uno inchiodato nella sua cabina.
Il suo uso, quasi universale, è andato ben oltre il mondo greco-romano, dal mondo germanico che gli attribuiva poteri magici perché proveniente dal cavallo, sacro ad Odino, agli antichi cinesi che lo assimilavano al serpente sacro di cui avrebbe avuto i poteri scaramantici che giunge ai nostri giorni dall’antica tradizione ebraica della verga di Mosè e dei contemporanei maghi-alchimisti della corte del Faraone.     
Dopo la fine dell’impero Romano e l’avvento del Cristianesimo questa, come tante altre usanze popolari pagane, che il popolo tenacemente conservava e continuava ad osservare, specie nelle campagne, pur avendone dimenticato l’originale significato, è stata trasformata secondo i canoni della nuova Religione che adottò nel corso dei secoli in quel lungo e lento processo di assimilazione di tutto ciò che non fosse in contrasto con i principi delle fede.
Così alla tradizione di porta fortuna del ferro di cavallo sono state attribuite radici cristiane, tra le quali particolare ricordo va a quella di protezione contro il morso di serpenti attribuita a S. Domenico da Foligno di cui, nel non lontano Cucullo, si celebra la festa caratterizzata dall’esibizione di serpenti da parte dei fedeli.
Quasi in ogni abitazione, qui come in tutti gli altri paesi vicini, è sempre presente, quasi sempre inchiodato dietro la porta d’ingresso, un ferro di cavallo o anche trovarlo inchiodato, o persino dipinto, all’esterno sugli stipiti delle porte.
La tradizione fa risalire ad un episodio della vita di S. Domenico, accaduto quando la mula, a cavallo della qualòe il Santo giungeva alle porte del paese, eveva perduto uno dei ferri : recatosi dal maniscalco il Santo lo pregò di ferrare di nuovo la sua cavalcatura «per amore di Dio». Fatto il lavoro, il maniscalco pretese il suo compenso e Domenico, che non aveva alcuna possibilità di pagare, ordinò alla mula di restituire il ferro; la mula ubbidiente, agitò la zampa e lasciò cadere il ferro appena inchiodato. Il maniscalco, colpito e sgomento, chiese perdono e applicò di nuovo il ferro alla mula. Da quel momento il ferro del miracolo si trasformò, nell’usanza popolare, in una Reliquia in grado di respingere ogni maleficio e di curare qualsiasi malattia, tra cui, principalmente, il mal di denti ed i morsi di vipere e di altri animali velenosi in sinergia con il potere dei serpenti che ornano la statua del Santo nel giorno della festa che ha reso celebre questo borgo della terra dei Marsi, famosi nel mondo romano per il culto di Angitia, sintetizzando l’antico culto pagano con quello cristiano di San Domenico.
Dal vasto mondo degli amuleti e dei talismani in grado di catalizzare influssi benefici e respingere ogni potere contrario, la tradizione del ferro di cavallo nel diffuso oblio delle sue più remote origini, ha attraversato i secoli e si è talmente radicata nell’in-coscio collettivo delle nostre campagne che è costante vedere, nelle fiere di paese, riproduzioni del ferro di cavallo in materiali di ogni tipo, non di rado pregiati come il cotto artisticamente lavorato e, addirittura, l’argento.
 di Pietro Carrozzoni
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