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Quando la violenza sulle donne è cultura
Inviato da : admin Martedì, 30 Luglio 2013 - 09:48
Quando la violenza sulle donne è cultura
Nel tempo dell’inganno universale dire la verità è rivoluzionario!
La violenza contro le donne è un fatto complesso e di non facile individuazione nelle sue cause profonde che coinvolgono le radici culturali di interi popoli e quello italiano tra gli altri. Infatti, questo tipo di violenza è spesso parte integrante di una cultura arretrata e maschilista che alcune battaglie del secolo scorso sembrava aver sopito almeno in Europa ma che in realtà non è mai stata sepolta.


In un contesto sociale patriarcale, dove la violenza domestica non viene sempre percepita come un crimine l’incapacità di riconoscere alle donne posizioni e ruoli pari agli uomini e l’incapacità a rispondere con strumenti adeguati a proteggere le vittime disegna un quadro desolante inserito in una situazione dove le risposte degli stati, troppo spesso, non sono appropriate e sufficienti.
Oggi, più che mai, assistiamo ad un revival che sta invadendo la società italiana e crea uno spazio di assenza di diritti e di riconoscimenti molto pericoloso per le donne le quali si ritrovano non solo svilite come persone, ma facile bersaglio di ingiustizie, abusi, maltrattamenti, violenze sessuali, psicologiche, economiche, fino anche all’omicidio.
Gli stessi attacchi degli ultimi tempi alla legge 194 relativi all’aborto indicano una chiara e manifesta intenzione da parte di alcuni poteri (che fin troppo spesso coincidono con chi ci governa), di tornare a relegare la donna in un angolo di marginalità sociale e di subalternità al potere maschile, ponendola di fronte alla scelta di essere santa o puttana cioè o chiusa dentro un pacchetto di regole o semplice sollazzo per l’uomo da buttar via alla prima occasione, in tutti e due casi stretta proprietà del maschio sia che la sposi, sia che la compri.
Quindi uno dei primi elementi che saltano agli occhi è che la mancanza di parità di genere e di riconoscimento della donna nella sua interezza è sicuramente la base principale su cui si regge la diffusione della violenza sulle donne.
D’altro canto, non sono lontani gli anni in cui la nostra società si basava palesemente ed orgogliosamente sulla figura di un maschio padrone a cui era permesso e a volte addirittura richiesto l’intervento fisico per riportare le donne della famiglia al «loro posto». Il delitto di onore è appartenuto alla nostra legislatura fino oltre la metà del secolo scorso e solo alla fine dell’800 la Chiesa Cattolica ha sciolto il nodo della presenza o meno dell’anima nella donna.
Sulle ragioni antropologiche alla base di questa sottomissione si sono scritti fiumi di parole, ma sicuramente la cosa ormai chiara è il tentativo di una società maschile di limitare e mutilare il potere procreativo della donna, dimenticando che una società sana può avanzare solamente nella piena e matura collaborazione dei generi.


L’Italia e la rimozione degli ostacoli

Nel Rapporto ombra, realizzato con il lavoro di 8 Ong (Pangea, Giuristi Democratici, ActionAid, ARCSARCI, Cultura e Sviluppo, IMED, Differenza Donna, Be Free, Fratelli dell’Uomo) presentato all’ONU per supplire al governo italiano che non presenta rapporti dal 2009, si descrive bene lo stato di (non) attuazione da parte dell’Italia della Convenzione ONU per l’Eliminazione di ogni forma di Discriminazione nei Confronti della Donna (CEDAW), tanto che, dopo aver preso in esame il rapporto, le Nazioni Unite hanno espresso particolare preoccupazione per l’immagine della donna come oggetto sessuale e hanno invitato l’Italia a mettere in atto una politica per superare l’immagine degli stereotipi relativi alle donne e ai loro ruoli nella società e nella famiglia, in linea con la Convenzione Onu ratificata anche dall’Italia.
Di fatto, invece troppo spesso un linguaggio sessista, misogino, omofo-bo, contenuto anche nelle dichiarazioni di rappresentanti istituzionali, mina la posizione sociale della donna peggiorando la sua immagine e rendendola ancora più vulnerabile.
Ovviamente la discriminazione di genere è ben lungi dall’essere un problema della sola Italia: femmicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne, che vivono diverse forme di discriminazioni e di violenza durante la loro vita.
Gli aspetti economici, sociali e politici sono spesso all’origine di tutto questo e il femmicidio è l’estrema conseguenza delle forme di violenza esistenti contro le donne. Queste morti non sono incidenti isolati che arrivano in maniera inaspettata e immediata, ma sono l’ultimo efferato atto che pone fine a una serie di violenze continuative nel tempo.
Atteggiamenti sclerotizzati circa i ruoli e le responsabilità delle donne e degli uomini nella famiglia, nella società e nell’ambiente di lavoro sono la causa più visibile di questo stato di cose, unito al pesante fardello di cura famigliare che le donne trasportano sulle spalle con un contributo maschile alla cura quasi nullo.

Qualche idea risolutiva

Un strumento di prevenzione si potrebbe individuare in un diverso modello di sviluppo economico. Rimuovere gli ostacoli che incidono sull’occupazione femminile e quelli che permettono la disparità retributiva, rafforzare il sistema di previdenza sociale per superare i limiti all’integrazione delle donne nel mercato del lavoro, creare infrastrutture in grado di agevolare l’accesso delle donne alla vita sociale, sicuramente porterebbe nuova linfa nel discorso di parità di genere. Senza parità effettiva sarà difficile scardinare l’idea che la violenza sulle donne non sia un problema in se ma una conseguenza di altri problemi della nostra società: Non un crimine quindi, ma l’epilogo di un raptus di follia, di condizioni culturali disagevoli, di degrado sociale e via discorrendo.
I Ritardi dell’Italia nel ratificare e raggiungere la parità di genere  «Contribuiscono al silenzio delle vittime». E a lasciare che il fenomeno resti invisibile. D’altronde il «diritto» degli uomini a picchiare le donne non è arcaico. È storia dei nostri nonni. Ce ne siamo dimenticate, la legge che lo ha abrogato è solo degli anni Settanta. Trentanni fa a un marito, un padre era consentito picchiare in quanto mezzo per «correggere» il comportamento delle donne. Glielo riconosceva il codice penale e civile a patto che non ne abusasse. Ma il limite poche volte era stato chiarito lasciando nel dna della società e della cultura italiana l’abuso delle «botte» e la disattenzione ai diritti delle donne.
Le leggi per proteggere le vittime ci sarebbero non sono, però, sufficienti. Dipendenza economica, inchieste malfatte, un sistema di istituzioni e regole frammentato, lungaggine dei processi e inadeguata punizione dei colpevoli le rendono poco efficaci. Culturalmente e socialmente occultate, le diverse manifestazioni della violenza di genere continuano a essere accettate, tollerate o giustificate, e l’impunità è la regola.
Le leggi ci sarebbero dunque ma senza un effettivo cambiamento culturale servono a poco. Finché non si considererà la violenza sulle donne un costo economico che erode il pil e l’economia, oltre che l’equilibrio della società, l’Italia riuscirà a garantire i diritti solo a metà. L’unico modo per compiere questo cambiamento culturale e sociale è garantire alle donne il pieno accesso alla vita pubblica e lavorativa. La sconfitta della violenza sulle donne inizia da qui, dalla parità non solo sbandierata, ma effettivamente agita e profondamente pensata.
Regina Conti e Loretta Scannavini
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