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Il dialetto: un patrimonio culturale da salvare
Inviato da : admin Martedì, 30 Luglio 2013 - 09:53
Il dialetto: un patrimonio culturale da salvare
«Ahi, noi che viviamo in una sola generazione ogni generazione vissuta qui, in queste terre ora umiliate, non abbiamo nozione vera di chi è partecipe alla storia solo per orale, magica esperienza; e vive puro, non oltre la memoria della generazione in cui la presenza della vita è la sua vita perentoria».
Così, già alla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, Pier Paolo Pasolini intuiva il rapido, inarrestabile declino della civiltà contadina che aveva avuto nella tradizione orale la propria cifra espressiva, nel dialetto il marchio ed il limite dell’appartenenza. 

Si era già dissaldato l’ultimo anello di una secolare catena culturale non più capace di vincolare le generazioni: presto, irreversibilmente, si sarebbe vanificata l’opportunità della trasmissione dei saperi su cui si era fondata nel corso dei millenni l’organizzazione stessa delle società. Noi tutti abbiamo impiegato molto più tempo per constatare quanto alla lucida coscienza dell’intellettuale era già chiaro prima ancora della nascita della televisione, che avrebbe inaugurato le sue trasmissioni il 3 gennaio 1954 e sarebbe stata sicuramente la più efficace, invasiva e persuasiva tra i mezzi di comunicazione di massa. Eppure, non c’è anziano che non abbia sperimentato e lamentato la perdita di autorevolezza – ben più grave e deleteria della perdita di autorità – riconoscendo di essere fuori dai meccanismi di produzione, fuori dalle pratiche di relazione che caratterizzano il mondo post-moderno, constatando di appartenere all’unica generazione ad aver sperimentato una duplice subalternità, da figli nei confronti dei padri, da padri infine nei confronti dei figli. Non sono divagazioni, queste, ma le giuste premesse per riflettere sulla veridicità dell’assunto di Marshall mc Luhann, secondo cui «il mezzo è il messaggio».
E, dunque, nell’arco di qualche decennio è cessato il ricorso al dialetto come lingua degli affetti, come acuto testimone della tradizionale nomenclatura dei mille mestieri che nessuno pratica più, delle infinite piante e degli innumerevoli animali non più coltivati né allevati perché ci siamo emancipati, ormai, dalle certe, pesanti fatiche e dai tenui, aleatori profitti della civiltà contadina… E abbiamo barattato anche la parlata vernacola degli avi con un gergo sporco, infarcito di anglismo malamente orecchiati, appesantito troppo di frequente da banali volgarità. Resistono, come indiani in riserva, le compagnie di teatro vernacolare, strenuamente impegnate a dimostrare di essere tutte le degne eredi di una tradizione nobile, anzi, per dirla con Loreto Mattei, «nobile e jentile».
Non si può che incoraggiarle nel loro intento, esortandole – tutte, e ciascuna – a non smettere di studiare, di confrontarsi, di collaborare ricordando che nella complessa macchina teatrale il dialetto funziona non solo e non tanto nelle gag di qualche frusto copione grottesco, ma tocca l’eccellenza negli eduardiani drammi della quotidianità, gioca con la cronaca e con la storia nelle indimenticate pièces di Pier Luigi Mariani, e la nostra rustica Musa può ancora ispirare opere capaci di far successo al botteghino, riempire platea e palchi del teatro Flavio Vespasiano, esprimere sentimenti e concetti universali, alla vecchia maniera.
Ileana Tozzi
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