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Giornata della memoria
Inviato da : admin Mercoledì, 31 Luglio 2013 - 08:52
17 gennaio, Giornata della memoria
Centinaia di sedie sparse nelle strade e nelle piazze. I nomi scritti a mano, appesi sugli schienali, sono quelli degli internati nei campi di concentramento nazisti. La ferrovia, non luogo per eccellenza, rivive il dramma della Shoah evocando i vagoni piombati, le camere a gas, le partenze senza ritorno di ebrei, «zingari», omosessuali, oppositori politici.
È la prima volta che a Rieti, la «giornata della memoria»  si spoglia delle caratteristiche di una certa ufficialità, coinvolgendo musicisti, cantanti lirici, danzatrici, attori e soprattutto, gente comune.


Le sedie vuote, inquietante presenza-assenza, diventano insieme a una valigia abbandonata lungo i binari, testimoni e simboli della deportazione, spettrali compagne dei lamenti nostalgici di flauti e sax solitari e delle note malinconiche di Lili Marleen, speranza di un ritorno che per molti, mai ci sarà. Sono stati tre giorni intensi, quelli organizzati dalla Prefettura, dall’Archivio di Stato di Rieti, dal Comune di Rieti, dalla Fondazione Museo della Shoah, che hanno raggiunto il loro climax , il 27 gennaio, «giornata della memoria».
Molti sono stati i protagonisti dell’iniziativa, realizzata grazie alla collaborazione di Informagiovani, «Nespolo», progetto Sprar della Caritas, Arci Rieti, Casa della Memoria di Roma, Biblioteca Paroniana e Museo Civico di Rieti. Numerosi anche gli artisti che hanno dato il loro contributo e tra questi, Il teatro Alche-mico, la compagnia Il Pipistrello, Stefano Conti, Silvia Costanzi, Ilaria De Santis, Elmar Schäfer. Importantissima è stata la mostra storico-documentaria «Riflessi della Shoah nei documenti dell’Archivio di Stato di Rieti» organizzata nella stesso istituto di via Canali.
di Egisto Fiori

Il Campo di Concentramento di Farfa
Sono almeno 135 quelli di cui è statta trovata traccia ma c’è chi sostiene che siano stati molti di più.
In ogni caso, i campi di concentramento italiani sono stati rimossi dalla storia, distrutti fisicamente e solo in pochissimi vi è oggi una lapide per ricordare le sofferenze e spesso la morte che hanno dominato in quei luoghi.
I primi campi vennero creati dal fascismo per internare i cittadini degli Stati considerati nemici ma ben presto cominciarono ad essere usati per ebrei, zingari, omosessuali, dissidenti, slavi delle zone occupate. Non erano luoghi di sterminio come Auswhwitz o Dachau ma le condizioni di sopravvivenza erano bestiali e certo non mancarono torture di vario genere e fucilazioni sul posto.
Quello di Farfa, fatto diventare oggi una stazione di polizia, fu istituito l’8 giugno 1943 con un numero di persone internate prossimo al centinaio. Inizialmente fu concepito come campo di concentramento di jugoslavi che dopo la loro liberazione, probabilmente dettero il loro contributo alla Resistenza nell’Italia Centrale e nel nord della Penisola ma ben presto, si tramutò in altro.
La presenza di ebrei nel lager di Farfa è documentata. In seguito ai noti fatti storici, i campi di concentramento nel sud Italia furono chiusi e gli internati trasferiti in altri campi. A Farfa vennero rinchiusi gli ebrei stranieri del campo di Alberobello, quelli italiani vennero invece inviati al Centro Di Lavoro di Castelguido ( Roma).
Nonostante la martellante propaganda antisemita, nonostante i tanti carnefici di Mussolini, il fascismo non riuscì comunque a far breccia nell’intera società. Al federale dell’Aquila che nel 1942 riferiva della crescente simpatia degli abitanti per gli internati ebrei ed inglesi, lo stesso Mussolini rispondeva: «Evidentemente le differenze razziali sono scarsamente sentite e le differenze politiche altrettanto. Si ha l’aria di considerare questi individui come poveri diavoli che non hanno nessuna colpa di essere nati ebrei, francesi, levantini. Ma sono pericolosi e bisogna fare il processo all’intenzione... evidentemente le autorità locali del Partito non hanno fatto la propaganda necessaria per dire che questa gente deve essere per lo meno evitata».
Il gen, Mario Roatta, Comandante della II armata schierata in Jugoslavia in un telescritto del 2 giugno 1942, è ancora più esplicito del suo duce. «In previsione future necessità Slovenia...giudico necessario che vengano predisposti nel Regno campi di concentramento per 20.000 persone. Una parte capace complessivamente di 5.000 maschi adulti...Altra parte capace di 15.000 persone comprese donne e bambini, servirebbe per le popolazioni da sgomberare da determinate zone a titolo precauzionale».
I reclusi nei campi italiani, al 30 settembre 1942, risultano essere 11.735.
Nel dispaccio dell’8 settembre, il gen. Roatta è ancora più esplicito sui reali progetti del Fascismo. «L’internamento può essere esteso a prescindere dalle condizioni militari, fino allo sgombero di intere regioni...e di sostituire il posto con popolazioni italiane».
In concomitanza con lo sviluppo delle azioni militari di alleati e partigiani, i campi di concentramento, a partire da quelli del Meridione, vennero via via chiusi. Nel Centro-Nord l’occupazione delle truppe tedesche e la criminale complicità di alcuni comandanti filo-nazisti, comportò la deportazione nei campi di eliminazione.
La dismissione dei campi non fu però totale. Nel 1945 tantissimi lager, tra cui quello di Farfa, vennero trasformati in «campi profughi».
In un rapporto della Direzione generale di Pubblica Sicurezza del 26 aprile 1947, viene riportato che il campo di Farfa, allora con 800 posti disponibili, ospitava 290 persone.
«Farfa era un centro di raccolta per profughi stranieri, quindi almeno nominalmente era un campo per rifugiati ma persino i burocrati italiani lo definivano un campo di concentramento».
( Da Studi sull’emigrazione XLIII. N. 64,2006)
Per quanto fosse ufficialmente un campo misto, si specializzò come campo femminile. Nel 1947 su 291 internati, solo 19 erano maschi. In pochi mesi il numero aumentò a dismisura fino ad arrivare nel 1948, a quasi novecento «ospiti» provenienti da tutto il pianeta ma in particolare da Jugoslavia ( 236), Germania (203), Ungheria (67), Polonia (50), Romania (54), Albania (33).
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