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«Ha il pelo sul cuore»
Inviato da : admin Mercoledì, 31 Luglio 2013 - 09:36
«Ha il pelo sul cuore»
Sempre più raramente, ma è ancora possibile udire, specie in ambienti popolari, questo detto che racchiudeva tutto il male possibile nei confronti di una persona.
L’origine del detto è antica e rientra nella grande famiglia mitologica della trasformazione dell’uomo in animale che, a seconda dei luoghi assumeva l’aspetto e la malvagità dell’animale più temuto: leone, tigre, orso e, nelle nostre zone, lupo, predatore feroce, sempre temibile sia quando attaccava in branchi che quando agiva da solo e pertanto  temuto dai pastori e dagli allevatori in genere, protagonista di storie e mitologie comunemente diffuse in ambienti agresti da tempo immemorabile.


Già gli antichi romani lo chiamavano Versipellis, ossia colui che cambia pelle, poiché ritenevano che a questi esseri temuti e ripugnanti il pelo caratteristico della specie crescesse all’interno del corpo e, soprattutto, sul cuore ritenuto, all’epoca la sede di ogni sentimento.
Da questo, forse, è derivato il detto che indica un soggetto di grande cattiveria e già nel mondo romano erano note le leggende più varie dalle riprovevoli azioni compiute da quei mostri alla capacità di alcuni, come la Maga Circe, di poter trasformare uomini in lupi anche per periodi limitati come  ricorrenti situazioni astrologiche come l’equinozio di primavera oltre che nei periodi di plenilunio, alla fine dei quali riprendevano le loro sembianze ed i comportamenti umani poiché, specialmente nel Medioevo si riteneva che le condizioni astrologiche influissero direttamente sui comportamenti umani.
Soprattutto alla Luna, i cui influssi, variabili in funzione delle sue fasi, erano ritenuti capaci di influire sui comportamenti di umani per loro costituzione soggetti a recepirli e che, in casi estremi, avevano il potere di «...strappare la ragione dalla mente dell’ uomo privandolo dello spirito e delle sue doti cerebrali...», come scrisse Paracelso nel XVI secolo ed a poco valsero le smentite della Chiesa che attribuivano tali capacità all’azione del Demonio che potevano essere influenzate dagli influssi negativi dei pianeti ed in particolare della Luna particolarmente capace di generare la pazzia.
Secondo la tradizione erano esseri dall’aspetto multiforme: alcuni normali per aspetti e comportamenti, salvo che nei momenti della possessione diabolica durante i quali anche la loro esteriorità cambiava; qualcuno pur conservando le sue fattezze abituali, assumeva caratteri ed atteggiamenti lupeschi, altri, invece, subivano una pressoché completa trasformazione fisica che li rendeva simili alla bestia. Peli irsuti, mani che si trasformavano in zampe con tanto di artigli, mostruosi denti canini che deturpavano le bocca e così via. Alla fine dell’accesso, però, tutte le trasformazioni si annullavano ed il soggetto riprendeva il suo aspetto originale.
La leggenda popolare attribuiva a questi esseri i comportamenti più vari, ma convinzione costante era che fossero in contatto stretto con il demonio o che fosse proprio un essere demoniaco che, per oscure ragioni, avesse temporaneamente assunto fattezze umane; per queste credenze non sono stati pochi i casi di viandanti, forse dall’aspetto poco familiare, trasandati, con la barba irsuta ad essere stati barbaramente massacrati da paesani incolti.
Nel Medioevo, quando spesso le leggende venivano vissute come verità inconfutabili e le punizioni per i delitti, veri o supposti, erano ben diverse dalla nostra attuale concezione, non pochi disgraziati accusato della orribile trasformazione, furono sottoposti a pene atroci dopo altrettanto atroci pratiche per l’accertamento della loro «colpa».
In alcuni dei paesi delle nostre zone i vecchi, fino all’epoca del secondo conflitto mondiale, narravano di episodi di Licantropia «veramente accaduti» ed a Collepiccolo (attuale Colle di Tora) si narrava di un uomo affetto da tale alterazione che all’approssimarsi del raptus si faceva chiudere nella chiesa del paese ove con tutte la candele accese emetteva urla terribili e versi animaleschi finché, spossato, cadeva in un profondo sonno liberatore.
 di Pietro Carrozzoni
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