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La Rieti di Margaret Fuller
Inviato da : admin Lunedì, 07 Ottobre 2013 - 17:31
La Rieti di Margaret Fuller.
La Rieti del femminicidio e della violenza sulle donne

dedicato a Franca Rame
Una passeggiata a via della Verdura, nel pieno centro di Rieti, ci ricorda un fatto storico legato al Risorgimento che forse in pochi conoscono: l’ospitalità che la città fornì ad una donna che si può considerare una delle Madri del Femminismo, Margaret Fuller.


Grande giornalista, scrittrice e corrispondente estera di una delle più prestigiose testate newyorkesi (New York Tribune) venne in Italia attratta dalle idee risorgimentali di Mazzini diventando reporter di quegli straordinari eventi. Fu protagonista della Repubblica Romana e, soprattutto, fu la prima donna ad essere assunta da un grande quotidiano in un momento in cui alle donne era raramente permesso di studiare perfino nei giovanissimi Stati Uniti d’America.
Nella Roma papalina la Fuller diede scandalo con una gravidanza fuori del matrimonio e un matrimonio con un giovane nobile (Giovanni Angelo Ossoli, anche lui combattente del Risorgimento) dieci anni più piccolo di lei. E proprio per questo evento trovò rifugio a Rieti dove diede alla luce suo figlio. Da qui nasce la sua storia più umana e fin troppo simile alla situazione femminile di oggi, quella di una donna combattuta tra figli, lavoro e passione in una società che non è mai riuscita a conciliare il valore di madre con quello di impegno sociale e lavorativo.
Una seconda passeggiata in via di Mezzo, sempre in pieno centro, ci ricorda invece un ultimo terribile fatto di cronaca l’omicidio di una giovane donna avvenuto per mano del suo uomo che la considerava una proprietà alla stregua di un semplice oggetto.
E nel frattempo Rieti non è certamente un caso unico il femminicidio in Italia aumenta e si diffonde a macchia d’olio senza differenza tra Sud e Nord!
È proprio di questi giorni la confessione, veramente atroce, di un ragazotto calabrese che ha dato fuoco alla sua ex ancora viva perché geloso, come se la gelosia potesse essere un’attenuante per un omicidio, oppure il fatto di Roma dove un uomo ha sparato alla sua amante che lo voleva lasciare o, ancora, a Lecco uccide la donna a coltellate e così via...
Tutto questo senza contare tutta la violenza, quasi sempre familiare, subita dalle donne e neppure denunciata, o la violenza veicolata dai media in maniera più o meno subliminale che va dagli spot pubblicitari alla bruttissima definizione di «omicidi pas-sionali» o di un noto programma, al di là delle sicure buone intenzioni, che si intitola «amore criminale».
L’amore e la passione hanno ben poco a vedere con la violenza e, tanto meno, quando questa raggiunge la soppressione di una vita.
L’impressione che si ha da tutto ciò è che quel cammino iniziato nel XIX secolo con la Fuller e con molte altre donne oggi subisce uno stop inesorabile di fronte all’incapacità di una società maschile di raggiungere un’integrazione completa con l’altra metà del cielo, l’incapacità sostanziale di riconoscere in quella diversità femminile un elemento vitale e irrinunciabile per l’avanzamento della civiltà.
Nell’800 avevamo i giovani Stati Uniti d’America che, sconfitto l’im-perialismo Inglese, si venivano a confrontare con le idee risorgimentali europee, quelle idee che tentavano di imporre oltre ad un nuovo modello sociale, soprattutto, un nuovo modello culturale laico e riformatore che avrebbe (ed ha) sconfitto gli ultimi rimasugli della società feudale. Oggi, in pieno terzo millennio, ci ritroviamo ancora una volta a vedere sotterrati alcuni dei valori fondanti di quel fecondo periodo che fu il Risorgimento.
Sembra che invece di aver accolto il vento nuovo, in qualche modo alimentato anche da quella giovane donna nordamericana e dalla laicissima Rivoluzione Francese, che ci parlava di donne e giovani come travi portanti di un sistema economico e sociale in movimento verso la democrazia, l’egualitarismo, la laicità e la giustizia sociale, l’attuale società si sia arenata, abbarbicata alla paura di cedere il passo ad una nuova generazione fatta di generi e razze diverse.
Né è brutta testimonianza quell’aula vuota del Parlamento Italiano che ha approvato la Convenzione di Istanbul (l’accordo internazionale che ascrive la violenza sulle donne tra i delitti contro l’umanità), dimostrando una indifferenza insopportabile verso un problema che sta dilaniando l’Italia.
Ne è, ulteriore testimonianza la nostra arretratezza sulla creazione di centri di ascolto e tutela delle donne che hanno subito violenza dato che l’esistente è spesso privo di finan-ziamenti ed affidato all’enorme sforzo di molte/i volontarie/i, quando l’ascolto e l’indirizzo sarebbero due armi fondamentali per la prevenzione degli omicidi che quasi sempre hanno alle spalle lunghe storie di maltrattamenti.
Né è, ancora, testimonianza la totale mancanza di programmi, anche scolastici, di educazione ad un corretto rapporto affettivo vissuto nel rispetto e nell’amore dell’altro/a senza differenze di ruoli che bandisca, sin dai primi anni sociali dell’individuo, concetti di sopraffazione di genere e che serva ad arginare ciò che troppo spesso ci viene riflesso dalla vita di tutti i giorni.
Serve una nuova educazione al linguaggio! In un recente studio, che non ci stupisce affatto, si è stabilito che perfino nelle parole offensive c’è una ruolizzazione indebita di genere: mentre per gli uomini le offese sono per lo più incentrate sulle capacità (anche sessuali, ovviamente) nella donna riguardano sempre l’aspetto fisico o, peggio ancora, la supposta immoralità. A maggior ragione colpisce quando si è perfino restii all’utilizzo del femminile nell’indicazione di molte professioni e dei ruoli sociali e politici, di cui è recentemente caduta vittima perfino una grande sostenitrice della questione femminile come Levi Montalcini sulla cui lapide è stata descritta come Senatore della Repubblica quasi a considerare che la parola senatrice sia di per se un deprezzamento del ruolo che ne avrebbe in qualche modo leso l’importanza.
Insomma tutto continua a muoversi nel senso che qualsiasi evoluzione sociale delle donne debba sempre apparire come «gentile concessione» degli uomini che permettono all’oggetto in loro possesso di vivere un po’ di libertà senza mai accettare, però, la loro piena autonomia fino al paradosso di eliminarle se si contrappongono con un no ai loro desideri.
Un dato positivo in questo vuoto istituzionale della politica sull’argomento è dato, però, dal crescente numero di uomini che sia singolarmente che in modo associato iniziano a porsi il problema della violenza sulle donne come un problema tutto maschile a cui loro in prima persona debbono (e vogliono) porre rimedio sicuri che la strada da percorrere contro la violenza sulle donne passi in primo luogo per una profonda autocritica di un sistema che li vede come soggetti unici e possessori di tutto compresa la vita delle loro compagne.

Apprendiamo adesso della morte di Franca Rame, compagna e collega del nostro Premio Nobel Dario Fo e da sempre attiva culturalmente in difesa del genere femminile, e quindi le dedichiamo questo articolo ricordandone una frase che tutte le donne dovrebbero tenere in mente.
di Loretta Scannavini e Regina Conti
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