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Norme sull’utilizzo delle acque
Inviato da : admin Lunedì, 07 Ottobre 2013 - 17:33
Norme sull’utilizzo e lo sfruttamento delle acque negli Statuti medievali della Città di Rieti
Rieti, sottrattasi all’egemonia longobarda del Ducato di Spoleto in età carolingia, entrò ben presto nell’orbita del potere papale dandosi sul finire del XII secolo l’assetto di libero comune e dotandosi di autonomi statuti.



Questi presentano norme di straordinario interesse in ordine all’igiene pubblica ed alla gestione delle acque, regola-mentando e prescrivendo l’esercizio della pesca, le modalità di utilizzo dei corsi d’acqua da cui dipendevano sia l’approvvigionamento urbano, sia la forza motrice per gli opifici, sia l’irrigazione dei campi, gli obblighi di manutenzione ordinaria e straordinaria dei corsi d’acqua e delle fonti pubbliche. Così il Libro III de accu-sationibus,  et denuntiationibus affronta il tema nelle rubriche n° 31 (de viis et aliis loc. pub. Apprehen-dendis vel occupandis vel de immunditiis non ponendis), n° 37 (de aqua non proicienda putrida), n° 59 (quod nullus teneat, vel permetta porcos per civitatem Reatae), n° 103 (quod licitum sit unicuique sequi porcos suos), mentre il Libro IV de damnis datis pone l’accento sulle problematiche riguardanti sia i singoli cittadini, sia la collettività nel suo insieme nelle rubriche n° 7 (de aqua reparanda et manutenenda cuiuscumque rei) e n° 18 (quod nullus proiciat zozuram nec faciat in aqua cantari). Ancora gli Statuti danno notizia della più antica fontana pubblica di Rieti, costruita per volontà dei Priori ed a spese della collettività dopo l’allargo decretato nel 1252. All’interno del circuito difensivo dominato da torrioni e bertesche si allineavano ortogonalmente i rettifili delle nuove strade che confluivano nell’ spazio ordinato della platea Leonis, su cui affacciavano gli edifici simbolo del potere civile, il palazzo del Capitano del Popolo ed il palazzo del Podestà. Per oltre due secoli, il cuore pulsante della vita sociale cittadina fu rappresentato dalla piazza del Leone, così denominata per i frammenti di una scultura di età romana riutilizzati come elementi decorativi della fontana. La rubrica n° 99 del I libro degli Statuti civici stabilisce la costruzione «in Platea Communis» di «unus pulcher Fons de aqua Cantari seu Sancti Augustini expensis adiacentium et supra his fiant duo superstites qui eligantur per Dominum Capitaneum, qui pro tempore erit (…)». È evidente e lodevole lo scrupolo del legislatore affinché questa qualificante  impresa di pubblico interesse sia compiuta rapidamente, con competenza ed efficacia. La fonte pubblica è, nella città medievale, un elemento visibile a tutti, luogo d’incontro e di scambio, simbolo manifesto del grado di civiltà che la collettività garantisce all’interno dei suoi confini. Alla costruzione sono chiamati a contribuire tutti coloro che potranno avvalersene, sotto lo scrupoloso controllo dei soprastanti. Alla manutenzione è tenuto il Comune, come dimostra ancora nel XVIII secolo la mappa delli bottini conservata presso il Museo Civico.
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