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La magia vicina di casa
Inviato da : admin Giovedì, 15 Giugno 2006 - 18:13
La magia vicina di casa
Dalla spiritualità che si respira nei santuari francescani della «Valle Santa» al fenomeno tutto laziale delle «isole spontanee» del lago di Paterno, la nostra zona ci regala  luoghi magici, tutti da riscoprire e visitare
di Lucia Munalli

Spesso cerchiamo in paesi lontani la bellezza delle opere d’arte o la natura incontaminata, dimenticando quello che abbiamo a portata di mano, a pochi chilometri da casa, in luoghi che spesso riescono anche a stupirci con quel non so che di mistero che li avvolge. E allora ecco un piccolo «itinerario» per vedere con occhi nuovi cose che la consuetudine, la quotidianità, ci fanno considerare già visti, da archiviare nella memoria.   


Particolarmente suggestivi non solo per la forte atmosfera di spiritualità che vi si respira, ma anche per la cornice naturale nella quale si inseriscono, i quattro santuari france-scani della Valle reatina. Se con una linea ideale si uniscono il Convento di S. Maria della Foresta con quello del Presepio a Greccio e il convento di S. Giacomo a Poggio Bustone con il Santuario di Fonte Colombo, si ottiene un grande e preciso segno Tau. Questo segno, comune alle lingue della Bibbia, l’ebraico e il greco, e che corrisponde alla T dell’alfabeto latino, ha da sempre significati “magici” e nella stessa Bibbia si dice che sarà tracciato sulla fronte degli eletti il giorno del Giudizio. Per i cristiani è una forma di croce, detta commissa o patibulata e proprio questo tipo di croce venne adottato come simbolo dalla fede francescana.
Nel santuario di Fonte Colombo, nel vano della finestrella a sinistra dell’abside della Cappella di S. Maria (che risale al 1200) il simbolo Tau, dipinto in rosso dallo stesso San Francesco, venne riscoperto durante i lavori di restauro, dopo che era stato coperto con calce bianca nel XV secolo. Un altro Tau, sempre tracciato dal Santo, è presente nella pittoresca chiesetta di S. Cataldo a Cottanello. Il santuario, conosciuto come il Sinai francescano, perché qui S. Francesco dettò la regola dell’ordine, si trova su un colle ricoperto ancora oggi da una folta vegetazione e da elci secolari, e comprende una chiesetta, dedicata alla Madonna, detta della Maddalena, e più in basso il Santo Speco, la grotta di nuda roccia dove il Santo pregava.
Il santuario di Santa Maria della Foresta, che gode di una posizione ambientale di grande bellezza, dopo la scoperta dell’originaria chiesina di San Fabiano ha assunto una grande importanza, legato com’è a due
avvenimenti della vita del santo: la composizione del Cantico delle Creature e il miracolo dell’uva, raffigurato in un affresco cinquecentesco nel portico di ingresso.
Nella parte occidentale della Valle reatina troviamo il Santuario di Greccio, conosciuto come la Be-tlemme francescana: un grande e imponente complesso in cui gli edifici sembrano nascere direttamente dalla roccia, rafforzata da possenti piloni. Fu qui che nell’inverno del 1223 San Francesco pensò di rievocare la nascita di Gesù e nella notte di Natale il presepe venne allestito per la prima volta intorno a una mangiatoia su cui un sacerdote celebrò la Messa. Il fatto è ricordato nel pregevole affresco trecentesco della Cappella del Presepio, edificata subito dopo la morte del Santo proprio nella grotta in cui lo realizzò.
Nella Valle Santa San Francesco si ritirò spesso per cercare la solitudine mistica offerta dalla natura straordinaria dei luoghi. Uno degli esempi più affascinanti è quello che viene chiamato il «faggio di San Francesco», un enorme albero secolare con una chioma che supera i 20 metri di diametro e i cui rami si intrecciano creando onde e nodi di grande bellezza. Frutto di una mutazione che rarissimi esemplari al mondo presentano, secondo la tradizione l’albero prese questa forma per riparare San Francesco durante un temporale. Il faggio si può ammirare percorrendo una strada secondaria che, partendo da Rivo-dutri, arriva alle pendici del monte Fausola, dove un cartello indica il sentiero che conduce allo straordinario albero.  
Ma non solo spiritualità, nella nostra zona, caratterizzata da una natura rigogliosa e dalla presenza di numerose sorgenti e acque sia di superficie, sia sotterranee, soprattutto termali. Presso le rovine dell’antica Cotilia troviamo tre laghetti, il più grande dei quali è quello di Paterno, che anticamente si chiamava Pozzo di Rutignano. Era considerato «l’ombelico» d’Italia, sia perché situato nel centro geografico della penisola, sia nel senso di centro sacro, recintato e inaccessibile, frequentato solo in determinate ricorrenze per scopi rituali. Il lago era famoso già nell’antichità per le isolette galleggianti, che si formavano spontaneamente dalla coesione delle erbe acquatiche, e che si spostavano a ogni spinta, anche leggera. Stranamente questo fenomeno in Italia si verifica solo in alcuni laghi laziali, oltre quello di Paterno, come il Lago Fibreno (in provincia di Frosinone) o il Vladi-monio (Viterbo). Isolette simili, pe-rò, si trovano anche nel lago Titicaca in Perù e nel lago Llyn in Galles ed è interessante notare come anche il lago Titicaca fosse un luogo sacro per gli Inca.
Tutta la zona del lago di Paterno è ricca di curiosi fenomeni naturali. La chiesetta di S. Vittorino, per esempio, che dà nome alla piana dove si trovano le sorgenti del Peschiera, a causa di un abbassamento del suolo di circa due metri, è invasa da una polla d’acqua che sgorga all’interno, uscendo poi dalla porta come un ruscello. Il lago è situato nel territorio dell’antico Vicus Aquae Cutiliae, antichissimo centro famoso tra i romani per le sorgenti, frequentate anche dagli imperatori Tito e Vespasiano. Ci sono ancora i resti, visitabili, del complesso delle famose Terme di Cotilia, delle quali non si sa ancora con certezza la funzione: complesso termale, residenza di Vespasiano, santuario dedicato alla dea delle acque? Secondo la tradizione fu proprio in questa zona che i mitici Pelagi si unirono alle popolazioni locali seguendo l’oracolo che aveva detto: «Andate in cerca della terra ove galleggia un’isola, Cotilia».
E allora perché non andare anche noi in cerca dell’isola che c’è e non c’è?
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