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Madama Margarita
Inviato da : admin Sabato, 09 Novembre 2013 - 17:55
Madama Margarita e il feudo di Cittaducale
Affacciandomi, ancor bambino, alle finestre della casa di Cittaducale, abitata negli anni ’60 dal nonno materno, non potevo certo immaginare che un giorno mi sarei ritrovato a dover legare i miei ricordi d’infanzia con un passato più remoto e con protagonisti di un rango ben diverso dal mio e da quello dei miei amici di giochi. 

Per me, allora, erano importanti la piazza, oggi una «spianata» adibita a parcheggio, con gli alberi e la fontana, il portico, l’androne scuro e un pò inquietante del palazzo, i rintocchi della campana, gli odori, i sapori, le tartarughe negli orti interni e il tepore del «prete» che riscaldava le lenzuola in inverno. Giravano, come in ogni luogo pieno di storia, voci su un presunto fantasma, appartenente al genere femminile, che secondo alcuni, avrebbe abitato i piani alti dell’edificio. Il mio è un racconto che potrebbe essere narrato da molti. Per tante generazioni infatti, abbiamo vissuto e da piccoli, giocato a pallone, a nascondino, a campana, tra ruderi romani, affreschi rina-scimentali, archi gotici e romanici. Viviamo in un Paese dalla memoria così intensa ed invasiva in cui anche la vita e i ricordi personali si legano, sovente, a vicende e personaggi del passato, spesso di rilievo. Il più delle volte, siamo ignari di questa dialettica che indipendentemente dalla nostra volontà, contribuisce alla nostra formazione personale e collettiva. Nello stesso tempo, questa inevitabile frequentazione con l’arte ed il passato, non ci permette di cogliere la preziosità del mondo di segni in cui siamo immersi. In ogni caso, il nostro è un Paese che si respira. I nostri luoghi di vita coincidono, non di rado, con quelli che hanno visto passare non solo le storie di tanti uomini e donne ma anche la storia, quella che qualcuno ama definire con l’iniziale maiuscola. Da bambino, pur calpestando gli stessi ciottoli, lo stesso pavimento poggiato su travi, su cui Margherita d’Austria aveva camminato, non potevo sapere chi ella fosse. «Madama». Era così che le piaceva farsi chiamare. È per questo motivo che il suo palazzo romano, ereditato dai Medici, attualmente sede del Senato, si chiama ancor oggi «Palazzo Madama». Per la stessa ragione, ci sono una Villa Madama a Monte Mario ed un paese in provincia di Roma, Castel Madama, dove ogni anno nella seconda settimana di luglio si celebra in suo nome il «Palio di Madama Margarita». Anche l’edificio in cui visse, sito nel capoluogo abruzzese , è chiamato ufficialmente «Palazzo di Madama Margherita» o «Palazzo Madama», anche se è meglio noto come «Palazzo Margherita».
In un’epoca caratterizzata da guerre politiche e di religione che infiammavano l’Europa intera, Margherita d’Austria, figlia naturale dell’imperatore Carlo V, divenne ben presto una pedina fondamentale nel gioco delle alleanze. Non è assolutamente casuale il fatto che sia Clemente VII che Paolo III, la legarono al papato e alle loro famiglie. La sua storia è nota ma il nostro interesse, come è costume di questa rivista, è motivato in particolar modo, dal legame che questo personaggio ebbe con il nostro territorio. Lo stesso nome dato a quelle che definiamo «montagne della Duchessa», è un omaggio a Margherita d’Austria, duchessa di Parma e Piacenza, da parte di Francesco De Marchi, ingegnere ed alpinista bolognese del sedicesimo secolo, incaricato di tracciare la cartografia della zona. De Marchi fu anche il primo a scalare ufficialmente, la cima maggiore del Gran Sasso d’Italia ma questa è un’altra storia che forse, racconteremo in futuro.
Nel 1538, Margherita d’Austria, ebbe in dote i feudi di Penne, Campli, Leo-nessa, Cittaducale e Montereale. Qualche anno più tardi, dopo le note vicende che la videro governatrice dei Paesi Bassi, Margherita decise di stabilirsi in Italia, nei suoi feudi abruzzesi, che volle amministrare personalmente. Dopo un breve soggiorno a Leonessa, dimorò per lungo tempo a Cittaducale, dove si trattenne fino al 1572 per poi trasferirsi all’Aquila, città di cui era stata nominata Gover-natrice. Durante il periodo trascorso a Cittaducale, Margherita rese ulteriormente manifeste le sue eccellenti capacità amministrative, dando impulso all’economia locale e alla cultura e risolvendo delicate questioni territoriali. A Cittaducale, prese residenza nel Palazzo della Comunità, che per l’occasione venne ristrutturato dall’architetto Jacopo Barozzi, detto «il Vignola».
Margherita d’Austria è sicuramente uno dei personaggi più interessanti della politica europea della sua epoca. Come già riportato, aveva ricevuto in dote il feudo d’Abruzzo nel 1538 ma è solo tre anni più tardi che ne prese effettivamente possesso, amministrandolo fino alla sua morte, avvenuta ad Ortona il 18 gennaio1586, all’età di 64 anni. La scelta di insediarsi a Cittaducale, fu probabilmente motivata da ragioni strategiche, essendo il centro abitato, al confine tra il Regno di Napoli e lo Stato Pontificio. Con il suo governo, ebbe inizio la configurazione dello «Status Aprutinus» ed un profondo rinnovamento legislativo e culturale che ebbe influenza anche sui costumi e sul gusto estetico dell’epoca. La presenza di Margherita d’Austria e della sua corte ebbero molti effetti.
Tra questi, quello più macroscopico e riscontrabile a distanza di secoli, è il cambiamento operato sul piano architet-tonico ed urbanistico. Quella che era già da tempo «Città ducale», divenne residenza ufficiale della Governatrice e parte integrante ed importante di un progetto di largo respiro che investì l’intero territorio governato da Margherita d’Austria e in cui alcuni storici individuano l’inizio del «momento Farnesiano in Abruzzo». Con la presenza di Margherita e della sua corte, Cittaducale, divenne un polo politico-amministrativo di primaria importanza e il nuovo ruolo assunto, rese indispensabile anche una modifica urbanistica del centro abitato. Agli austeri edifici medievali, spesso ristrutturati, si affiancarono, pian piano i nuovi palazzi rinascimentali, realizzati grazie anche all’apporto di valenti artisti ed architetti, tra cui il già citato Jacopo Barozzi, noto per aver dato lustro anche alla città di Rieti.
Uno degli esempi più evidenti di questo mutamento estetico è rappresentato a Cittaducale dalla ristrutturazione del «Palazzo della Comunità» che divenne la residenza della corte della «Madama». Il Palazzo si trasformò in una dimora più comoda e «di rappresentanza», dove tra l’altro, era possibile organizzare feste e banchetti. L’antistante «Palazzo del Capitano», divenne la sede degli uffici amministrativi. I due edifici furono collegati con una cavalcavia loggiato che oltre ad avere uno scopo pratico, simboleggiava l’unione tra Margherita e il potere amministrativo. I lavori di ampliamento e di ristrutturazione non furono per niente semplici. Si trattava di trasformare un severo edifico medievale in un nobile palazzo rinascimentale. Dagli schizzi de «Il Vignola» custoditi presso l’archivio di Stato di Parma, si può evincere che furono, soprattutto per unire livelli diversi, utilizzate le stesse soluzioni adottate a Rieti per i lavori della celebre «loggia». Fu realizzato un nuovo piano per la servitù e furono inglobati nell’antico palazzo quelli circostanti al fine di aumentare la «cubatura» dell’edificio che doveva ospitare l’intera e numerosa corte. Le cronache raccontano che durante il suo soggiorno a Prato, vedova a soli quindici anni, aveva al suo seguito, oltre alla servitù, 111 cortigiani e un dromedario. Dopo i valori, per ritrovare una nuova armonia tipica delle piazze rinascimentali, la stessa torre civica fu, come appare anche oggi evidente, ulteriormente innalzata.
Purtroppo i terremoti, in particolare quello del 1703, i rimaneggiamenti e la lenta erosione dei secoli, hanno reso meno riconoscibili i segni del un passaggio di una donna, per molti versi straordinaria, che seppe imporsi per personalità, capacità e cultura in un mondo tipicamente maschile.
Eppure se di sera, ve ne state in disparte, in silenzio, con gli occhi socchiusi, potrete con un pò di conoscenze e un pò di immaginazione, rivivere i fasti e la raffinatezza della corte di un tempo. Magari, riuscirete ad essere più fortunati di un bambino che conosco e oltre alle ombre dietro le persiane e agli strani riflessi di luce, potrete essere avvicinati da una signora vestita di nero e coperta d’oro e di gioielli. Probabilmente vi fisserà fiera negli occhi senza parlare ma nel caso doveste rivolgerle, per qualsiasi ragione, la parola, ricordate che ci teneva ad essere chiamata «Madama», «Madama Margarita».
di Egisto Fiori
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