Orizzonti ieri, oggi e domani | Home | News | Cerca | Web Links | Raccomandaci | Invia News 
23 Ago 2017   15:45
Il giornale dell'Amministrazione Beni Civici di Vazia
Menu principale
On-line

Ci sono 3 visitatori e
0 utenti on-line

Sei un utente non registrato. Puoi loggarti qui.

Login

 Nickname

 Password

 Ricordami


Lingue

Scegli la lingua:

Antrodoco in una breve descrizione del seicento
Inviato da : admin Domenica, 14 Dicembre 2014 - 19:02
Antrodoco in una breve descrizione del seicento
L’antichità e il nome
Nell’ultima parte dell’ultimo capitolo della sua Descrittione della città di Rieti, pubblicata a Roma nel 1635, Pompeo Angelotti (letterato e vescovo, nativo di Rieti ma di lontana ascendenza leonessana), sconfinando dall’ambito reatino e dallo stato pontificio, dedica un paio di pagine ad Antrodoco, che era allora nel contado aquilano e nel Regno di Napoli. Giustifica questa incursione fuori dei domini papali dicendo «che negl’andati tempi la giurisdizione de’ Reatini si stendeva fin’ad Amiterno et Antrodoco». E subito attacca:
«E già che incidentemente si è fatta menzione di Antrodoco, mi pare con breve digressione darne qualche luce, come il luogo principale della diocesi di Rieti». E continua: «è dunque Antrodoco antichissima terra, della quale Antonino Augusto e Strabone fanno spesso menzione, sì che per l’antichità potrò ben’io metter’in concorrenza con la distrutta Cotilia».
E spiega che si chiama Antrodoco per essere posta inter montium ocreas ac radices, ossia perchè sta ai piedi dei monti o alle loro radici, aggiungendo che in latino radici si dice ocreae. In verità il latino ocreae significa stivali, gambali, e non radici. Più propriamente bisogna dire che il nome Antrodoco deriva dal latino inter = tra e ocres = monti, da okris, termine di origine greca che significa ‘cima di monte’, passato nell’osco-umbro col significato di ‘monte sassoso’, e infine nel latino (‘cima di monte, monte’).


Antrodoco marchesato
Saltando quindi a piè pari il medioevo, quando Antrodoco fu un importante e fiorente castaldato del contado reatino, che si estendeva da Sommati (Amatrice), a Noveri (Montereale), a Narnate (Leonessa) e a sud ovest fin quasi alle porte di Rieti, prosegue scrivendo che fu posseduta da diversi baroni con il titolo di Marchesato:
«prima da’ signori Savelli, poi dall’eminentissimo signor cardinal Bandini di felice memoria, protettore di Rieti, et hora dal signor marchese Giugni fiorentino».
Dimentica la signoria dei Colonna, che ebbero in feudo Antrodoco dopo i Savelli. Così che la trafila completa è Savelli – Colonna – Bandini – Giugni. Voglio ricordare, infine, che nel 1821 ebbe il titolo, puramente onorifico, di principe di Antrodoco il barone Giovanni Frimont, il famoso generale austriaco, per aver battuto il non meno famoso generale napoletano Guglielmo Pepe nelle battaglie di Lesta e di Antrodoco, agli albori del nostro Risorgimento.
S. Maria extra moenia
L’Angelotti passa poi a ricordare alcune emergenze storiche di Antrodoco e qualche personaggio di rilievo dal suo punto di vista. Inizia dalla «chiesa vecchia», ossia da S. Maria extra moenia, e scrive che «fu edificata nel 1049, a tempo di papa Leone IX e di Enrico III imperatore». Ma qui sbaglia clamorosamente perché doveva dire “riedificata” nel 1049. è ben noto, infatti, che S. Maria della valle di Antrodoco, com’è detta nei documenti del XIII e XIV secolo, è una delle chiese in assoluto più antiche dell’Italia centrale e una delle primissime della diocesi di Rieti, essendo sorta nel IV-V secolo dell’era cristiana, se non prima. E non si dimentichi che quasi di fronte ad essa c’è l’unico battistero paleocristiano staccato dalla chiesa pievana non cattedrale tra Rieti e Ascoli.

Una santa monaca del XV secolo
Fa poi menzione di un personaggio a torto dimenticato dagli Antrodocani, un’anima angelica vissuta nel chiuso di un monastero. Scrive dunque l’Angelotti:
«Trovo ancora che nel 1472 fiorì nel monastero del Corpo di Cristo dell’Aquila una monaca di Antrodoco, di vita molto essemplar’et admiranda, dell’ordine di S. Francesco, Buonaventura nomata, la cui mirabil vita distintamente racconta fra Mariano Fiorentino nel libro 5, capitolo 21, folio 133 de’ suoi manuscritti, conservati nella Libreria del Serenissimo Gran Duca di Toscana e bene spesso allegato [= citato] dal Waddingo. Il principio della narrazione di questa venerabil vergine così comincia: Fuit alia soror in supradicto monasterio Aquilano Corporis Christi, Bonaventura nuncupata, de oppido quod Introdoco dicitur, conversione et vita satis admirabilis etc.».(Vi fu un’altra suora nel suddetto monastero aquilano del Corpo di Cristo, chiamata Bonaventura, del castello chiamato Antrodoco, per condotta e vita assai ammirevole ecc.).

Le terme
Poi parla delle acque termali, che ai suoi tempi si trovavano «da un lato della via Salaria». Dagli antichi «e particolarmente da Strabone» erano chiamate Cotioscola, «e da gli abitatori fin’ad ora quel bagno vien chiamato Cotiscoli». E continua:
«Provano [= dichiarano] i medici la miniera di dett’acque essere di ferro mescolato con alume e salnitro, onde dicono grandemente giovar alle reni et a chi patisce di calcoli».

L’abbazia di S. Quirico
Guardando quindi al territorio all’intorno, parla brevemente del «prossimo [= vicino] et antichissimo monastero de’ SS. Quirico e Giulitta», onore di Antrodoco, che dice ricostruito dall’abate Sinibaldo nel 1179 insieme con la chiesa, che fu consacrata il 10 settembre di quello stesso anno da Odone vescovo di Rieti (dimenticando che con Odone c’erano i vescovi di Ascoli, Teramo e Tivoli). E dopo aver ricordato brevemente altri fatti del medioevo, arrivato al suo tempo, scrive
«E benchè da molti secoli in qua sia restato privo di monaci e distrutto, con tutto ciò non si sono cancellate le memorie, nelle quali il dominio dello stesso si contiene. Quindi è che da’ sommi pontefici pro tempore si conferisce in commenda, e di già per morte del cardinal Bandino è stata conferita dal presente sommo pontefice Urbano VIII all’eminentissimo e rev.mo signor cardinal Alessandro Cesarini, … quale, … non solo conserva gl’antichi dominii tanto del castello Micigliano, quanto di moltissime chiese sue grancie e gran numero di territori nella detta bolla e in molt’altre scritture compresi (fattimi – ma leggi fattemi - vedere dalle felici memorie di Giulio Corona reatino e di M. Antonio de Benedictis romano, iuriconsulti e teologi insigni, suoi successivi auditori), ma anche va investigando il modo di ricuperare l’usurpate ragioni e gli occupati territori, come lo stesso Benedetti mi soggiungeva».
E qui l’Autore chiude con Antrodoco. Ho riferito di proposito certi particolari riguardanti la venerabile Bonaventura e altri particolari circa le carte di S. Quirico perché potrebbero fornire preziosi spunti per ricerche ulteriori sulla monaca del XV secolo e sulla storia di S. Quirico. In quest’ultimo caso bisognerebbe rintracciare le carte Cesarini.
P. Angelotti, Descrittione della città di Rieti, Roma 1635, pp. 112-14; V. Di Flavio, L’ultimo Principe di Antrodoco, in “RM.”, luglio 2011, p. 22.
di Vincenzo Di Flavio
Stampa la pagina Invia l'articolo ad un amico
 
Link correlati
Vota l'articolo
Questo articolo non è stato votato